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Fiszbein/Ghisi/Stockhausen - Divertimento Ensemble

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Fernando Fiszbein - Vendrán caras extrañas Daniele Ghisi - Sei conversazioni inattuali Karlheinz Stockhausen - Kreuzspiel Karlheinz Stockhausen - Kontakte

Palazzina Liberty - Milano - 17.02.2008

Davvero originale e stimolante il programma presentato dal Divertimento Ensemble nei tre giorni di concerti di metà febbraio, che affiancano intelligentemente giovani e sempre più quotati autori (Philipp Maintz, Matthias Pintscher, Daniele Ghisi e Fernando Fiszbein) alla figura autorevolissima, ormai storica, di Karlheinz Stockhausen.

Del compositore di Mödrath, scomparso improvvisamente nel dicembre scorso, sono stati eseguiti, tra Milano e Monza, una selezione dai Klavierstücke (affidati all’esperienza di Maria Grazia Bellocchio, già apprezzata, durante l’edizione 2007 di Rondò, in un’ottima interpretazione di “Mantra”, in coppia con Stefania Radaelli), “Adieu”, “Kreuzspiel” e “Kontakte”.

La Bellocchio è protagonista dell’esecuzione degli ultimi due brani, insieme con il percussionista Riccardo Balbinutti, al quale si uniscono, per “Kreuzspiel”, due allievi presso il Conservatorio di Torino, Andrea Vigliocco e Ruben Bellavia, che - particolare curioso, ma forse illuminante sull’apertura artistica degli interpreti delle ultime generazioni - fanno parte degli Ossi duri, gruppo rock di derivazione zappiana.

La formazione è completata da Silvano Scanziani e Maurizio Longoni (rispettivamente all’oboe e al clarinetto basso), con il sempre preciso Sandro Gorli a coordinare il complesso gioco di permutazioni incrociate. Da una matrice matematizzante e apparentemente a-comunicativa le percussioni sprigionano scintille di energia pura, mentre i fiati distillano brevi, straniti, intarsi melodici, trovando nel pianoforte l’instabile centro unificatore di un discorso musicale franto, ma al tempo stesso architettato con grande precisione formale da uno Stockhausen ventitreenne.

Davvero eccellente, in “Kontakte”, scritto tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60, l’intesa tra Bellocchio e Balbinutti, capaci di estrarre dalle sequenze non lineari della Momentform, insospettati punti d’incontro non solo fra i rispettivi strumenti, ma anche tra questi e i suoni elettronici incisi sul nastro magnetico, sempre affascinante a dispetto degli oltre quarant’anni trascorsi dalla sua realizzazione. Asperità percussive si liberano dal pianoforte, a cui si aggiungono campanacci, cimbali, maracas e altri materiali sonori ad altezza indeterminata di varia foggia, mentre il set di Balbinutti include xilofoni e metallofoni. L’interazione complessiva è ricca di suggestioni, specie là dove la componente acustica si fonde con quella elettronica (dalle dinamiche un po’ compresse, che non facilitano l’amalgama), creando echi e risonanze, addensandosi in violente scariche o dissolvendosi, specie nella seconda parte, in grani sottili, quasi pulviscolari. I movimenti dei musicisti, che in alcuni passaggi devono lasciare la propria postazione per percuotere o sfregare un gong e un tam-tam, sottolineano in maniera quasi teatrale, se non rituale, la dimensione spaziale del brano.

La ricerca di una comunicatività personale, sganciata da qualsiasi cliché, caratterizza i lavori del trentenne Fernando Fiszbein e di Daniele Ghisi, classe 1984, entrambi già ospiti delle rassegne concertistiche del Divertimento Ensemble.

L’argentino, attualmente di stanza a Parigi, dove ha studiato con Fréderic Durieux - dopo il diploma conseguito al Conservatorio di Strasburgo sotto la guida di Ivan Fedele - presenta con “Vendrán caras extrañas” la prima parte di un ciclo strumentale tuttora in fieri.

Una straniante teatralità, evidenziata con immediatezza da sgargianti palloncini blu collocati tra i componenti dell’ensemble, caratterizza il brano: la stasi iniziale, intessuta di sibili e sussurri, volge verso un grado di disordine crescente, ma sempre controllato, con gli armonici via via più corporei e i “funghi immobili” - questa la metafora usata dal compositore nell'incontro pre-concerto - dapprima sfregati rumorosamente, poi fatti scoppiare o liberati verso il soffitto.

L’intreccio visivo-sonoro non ha nulla di gratuito, conferendo alla musica un tratto surreale sotteso anche alla parte conclusiva, in cui gli strumentisti sortiscono a getto continuo allucinate sorprese timbriche. Una piacevole scoperta, per chi scrive, si è rivelata la musica di questo compositore, discendente di ebrei polacchi emigrati in Sud America, che, oltre ad aver vinto alcuni importanti concorsi internazionali, è impegnato anche nella diffusione delle musiche popolari del suo paese, suonando la chitarra e il bandoneon in diversi gruppi.

Nelle “Sei conversazioni inattuali”, Ghisi affida al clarinetto di Longoni, alla voce di Rachel O’Brien e al nastro magnetico un dialogo “sul” e “con” il movimento futurista, oggetto di critica sotto più punti di vista, politico, letterario, storico e naturalmente musicale. Una critica che ha caratteri fortemente ambivalenti, perché se il Varèse di “Density 21.5” (citata all’inizio del brano dal clarinetto, con un lirismo che ne tempera l’asprezza) rimprovera ai futuristi di limitarsi a riprodurre la frenesia della civiltà moderna, è proprio a loro che si deve quell’emancipazione del rumore nei primi anni del ‘900 che lo stesso compositore avrebbe sviluppato come “suono organizzato”.

Non casuale è quindi l’emersione, dal magma ribollente del gruppo strumentale, dell’intonarumori di Russolo inciso sul nastro, così come la citazione deformata di proclami gridati con tono cadenzato, seguita dall’incupirisi del clarinetto basso verso regioni sempre più gravi, come a ricordare le tragiche conseguenze del bellicismo. I versi eliotiani tratti da “The Waste Land” evocano un cadavere piantato nel giardino, emblema del futurismo letterario, del quale Ghisi, con atteggiamento dialettico e non unilaterale, rintraccia comunque i frutti più maturi in Apollinaire, la cui voce risuona dal nastro compenetrandosi sia con i suoni registrati sia con quelli brulicanti dell’ensemble, dove spiccano ancora il clarinetto e il fraseggio spezzato della chitarra. Il canto di Josephine Baker apra la via a una spiazzante digressione tra dixieland e swing, emblema del multiforme fermento creativo di un’epoca forse irripetibile.

Ma a prevalere sono le allusioni alla rapida dissoluzione dei propositi futuristi, con le registrazioni pianistiche tratte dai “Chants de la mi-mort” che s’intrecciano al fitto reticolo di rimandi. Il disfacimento culmina nel finale, quando la voce di Joyce declama il testo di “The Dead”, ripreso, con lieve sfasamento temporale, dall’ottima O' Brien - a suo agio sia nell’alterare l’emissione con mani e bicchieri sia nell'evidenziare la pregnanza fonetica del testo con l'espressività appropriata - lasciando le ultime battute alle sonorità incise sul nastro, sempre più sbiadite ed evanescenti, come se venissereo inesorabilmente ricoperte dalla nevicata del racconto.

In questo lavoro, scritto nel 2006, Ghisi, già allievo di Alberto Colla e Stefano Gervasoni, e prossimo a trasferirsi all’IRCAM, dimostra di saper padroneggiare in modo originale il “montaggio” di materiali eterogenei, senza sfilacciamenti o derive puramente “citazionistiche”. Non è un caso, quindi, che anche all’estero sia giunto per lui il tempo delle prime assolute, come “Verso Snàm-dà-én”, brano per oboe, violoncello e contrabbasso, che s'ispira alla folle erranza raccontata da una leggenda gaelica e sarà presentato in aprile a Ginevra, nel corso del festival Archipel. Con grande interesse, inoltre, attendiamo l’allestimento delle opere da camera commissionate dal Divertimento Ensemble per il 2009 a Fiszbein e a Ghisi, oltre che alla cinese Lin Wang, in quanto tutti e tre hanno superato una selezione effettuata da una giuria formata da personaggi del calibro di Hugues Dufourt, Wolfgang Rihm, Alessandro Solbiati, Stefano Gervasoni e Sandro Gorli.

Visita il sito del Divertimento Ensemble.


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