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Due concerti di Francesco Maccianti a Firenze

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Francesco Maccianti Piano solo & Trio
Lyceum Club Internazionale, Palazzo Adami Lami—2.12.2019
Pinocchio Live Jazz—9.12.2019
Firenze

Francesco Maccianti è uno dei capostipiti della nutrita schiera di eccellenti pianisti jazz fiorentini. Coetaneo dello sfortunato Luca Flores, tra i fondatori dello storico CAM, presso il quale si sono formate generazioni di jazzisti toscani, tra le molte altre collaborazioni Maccianti—che alterna la sua attività artistica a un lavoro del tutto diverso—è membro del quintetto Living Coltrane, con il quale ha realizzato tre CD, ma si dedica in particolar modo al lavoro in solitudine e in trio, formazione con la quale ha realizzato vari album, l'ultimo dei quali, Path, uscito nel 2018. E proprio per questo è stata interessantissima l'occasione di poterlo ascoltare due volte nel corso della stessa settimana, prima in piano solo, lunedì 2 dicembre al Lyceum Club Internazionale, e poi in trio, sabato 7 dicembre al Pinocchio.

Il Lyceum Club Internazionale è un'antica associazione culturale fiorentina, ideata e diretta da donne, che organizza, tra gli altri, moltissimi eventi musicali, perlopiù di ambito classico, ma che non disdegna puntate nel mondo del jazz; lo stesso Maccianti vi aveva già suonato in passato (clicca qui per il concerto presso il Conservatorio Cherubini), e—anche in forza del gradimento del pubblico—è stato invitato di nuovo, ancora in piano solo. Il Pinocchio invece è il noto jazz club fiorentino, da un ventennio appuntamento fisso del sabato sera per gli appassionati, e il pianista vi si è presentato con il trio che ha registrato Path, con Ares Tavolazzi al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria.

I due concerti avevano in comune l'avvio, essendosi entrambi aperti proprio con "Path," il brano che inaugura l'omonimo album, e alternavano originali a qualche rivisitazione di standards. Il piano solo, tuttavia, dopo il brano recente proponeva più antiche composizioni originali di Maccianti, in una sorta di viaggio personale a ritroso, lasciando gli standards in coda. Come sempre nel caso di Maccianti in solitudine, il concerto è stato bellissimo. Il pianista non ha stupito con effetti speciali, come avrebbero potuto fare Craig Taborn o Uri Caine, né ha proposto sofisticate ricerche astratte come Franco D'Andrea; tuttavia, pur basandosi su un repertorio sostanzialmente lirico e su un approccio immediato, ha una volta di più entusiasmato per il raffinato modo di trattare il materiale alla tastiera e per la poesia che ne traeva fuori. E questo grazie a un tocco sensibile, memore di studi classici, che gli ha permesso di giocare sulle sottili variazioni timbriche e dinamiche, ma anche grazie a una forte concentrazione, che gli garantiva una completa immersione nella musica—tanto in quella di suo pugno, quanto nelle riletture, tra le quali spiccava "Crazeology" di Bud Powell. Notevole, tra i ben tre bis, una sorta di suite improvvisata che univa uno standard e due sue composizioni, segno dell'agilità con cui il pianista si muove nella musica.

Il concerto di cinque giorni dopo, in trio, aveva invece in scaletta un maggior numero di brani tratti dal disco dello scorso anno, alternati da standards, ma soprattutto si è sviluppato su una diversa falsariga: giocato sull'energia amplificata dall'interazione tra i musicisti, era caratterizzato da un maggior dinamismo—in certo senso era più tradizionalmente jazz—anche se, per converso, aveva chiaroscuri meno raffinati. Maccianti, pur disponendo di ampi spazi e trovando modo di mostrare aspetti rimasti più in ombra nel piano solo (per esempio la rapidità d'esecuzione e la percussività sulla tastiera) è spiccato in po' meno rispetto alla serata precedente; eccellenti entrambi i suoi due compagni, un Tavolazzi stupefacente per rilassatezza e profondità del suono, che ha offerto un paio di assoli monumentali, e un Gatto che ha unito forza e misura, contribuendo in modo decisivo alla dinamicità della formazione senza tuttavia essere mai invadente—come evidenziato da un suo assolo, verso la fine del concerto, potente e tradizionale nelle forme espressive, ma anche lungo quanto bastava per lasciare un segno senza ripetersi.

Due concerti, quindi, entrambi eccellenti, "diversi ma uguali," per esprimersi con un ossimoro di morettiana memoria, e grazie a questo perfetti per mostrare due facce della poetica di Maccianti, artista che meriterebbe maggiore spazio nel panorama concertistico nazionale.

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