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Bergamo Jazz 2010

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Nato nel 1969 ma interrotto un paio di volte nel corso della sua vita, il Bergamo Jazz Festival per il secondo anno consecutivo ha visto la direzione artistica di Paolo Fresu, che in tre giorni, dal 19 al 21 marzo, ha condensato in spazi diversi una programmazione variamente articolata.

Sarebbe stato un vero tour de force seguire tutti gli appuntamenti, dai concerti mattutini ai set di mezzanotte al jazz club dello Spazio Polaresco. Un ambito tutto suo, con obiettivi di promozione, ha rivestito la Maratona di giovani musicisti provenienti da vari conservatori italiani, scuole e associazioni di Bergamo, tenutosi la domenica pomeriggio in alcune piazze della Città Alta: si sono esibite dodici piccole formazioni, comprendenti soprattutto jazzisti emergenti ma anche nomi noti come Mauro Negri, Marco Strano e i fratelli Casati.

Al festival non sono mancate le produzioni originali e le novità assolute, ad esempio il duo John Surman - Richard Galliano. A concerto avvenuto c'era da domandarsi come mai due maestri europei di questo calibro non si fossero mai incontrati prima d'ora: due musicisti diversi fra loro per formazione, ma tutto sommato oggi molto simili per classe, sensibilità e per un mondo espressivo che comunque attinge alle tradizioni popolari. Era quindi prevedibile che essi avrebbero saputo interagire da par loro. Senza troppo rischiare, ma guidati dall'esperienza e da una naturale propensione ad un confronto rispettoso, i due hanno interpretato brani ora dell'uno ora dell'altro, generando un set equilibrato, di sicuro buon gusto, melodicamente e ritmicamente suadente.

La mattina seguente è risultata al di sopra delle aspettative la solo performance di Surman, che alcuni anni addietro aveva dato qualche preoccupante segnale di stanchezza tecnica e creativa. Al contrario, nel concerto tenuto nella ex Chiesa della Maddalena, il sassofonista inglese ha dato prova di grande concentrazione, dimostrando di essere tornato in forma e riproponendo la sua inconfondibile cifra stilistica. Fra l'altro egli ha saputo affrontare con intelligenza la problematica acustica del luogo, tenendo assai basso il livello dell'amplificazione e sfruttando opportunamente le risonanze ambientali.

Al soprano Surman ha costruito lunghe improvvisazioni, basate ora su un fraseggio circonvoluto e incantatorio dal sapore "orientale," ora su un andamento più movimentato con impennate surreali. La componente elettronica, controllata a distanza dal figlio Ben e tenuta a basso volume, costituiva un congeniale controcanto armonico di sottofondo. I brani per sax baritono, più brevi e prevalentemente senza accompagnamento elettronico, erano caratterizzati da un sound più corposo e da cadenze bluesy o desunte dalla tradizione popolare anglosassone.

Il Moscow Art Trio (formato fin dall'origine dai superlativi Misha Alperin, autore anche dei brani, Arkady Shilkloper e Sergey Starostin) ha riproposto la sua sublimazione cameristica, autoironica e vagamente minimalista, della tradizione popolare russa con influenze ebraiche. La loro musica, intelligentemente calibrata e godibilissima, ha palesato diverse anime: malinconica o umoristica, poetica o danzante, riflessiva o sfrenata... C'è però un aspetto che dà motivo di riflessione: da oltre quindici anni, su disco e soprattutto dal vivo, il trio persegue gli stessi obiettivi con poche varianti nel repertorio. Ciò significa quindi che i loro tempi di elaborazione e lo spirito interpretativo sono più vicini a quelli della musica classica che a quelli della musica improvvisata.

La medesima impostazione espressiva e culturale, questa volta con riferimenti anche alle atmosfere della Norvegia, dove Alperin vive ormai da molti anni, si è verificata nella performance solitaria del pianista di origini ucraine. In questo caso la sapienza del tocco pianistico e la variata verve delle situazioni hanno dato vita alla rigorosa concezione strutturale della sua musica.

Quanto diverso sia l'approccio jazzistico lo ha ricordato il New Quintet di Enrico Rava, apparso sul medesimo palco del Teatro Donizetti subito dopo l'esibizione del Moscow Art Trio. La formazione, recente e per i tre quinti giovane, vedeva nel contrabbassista livornese Gabriele Evangelista, poco più che ventenne ma già autorevole, il nuovo ingresso in sostituzione di Piero Leveratto. Hanno conservato le rispettive posizioni l'immaginifico e insinuante Giovanni Guidi al piano, lo stentoreo Gianluca Petrella al trombone e l'esperto Fabrizio Sferra alla batteria. Il leader ha parzialmente rinnovato il repertorio, recuperando suoi brani degli anni Settanta che valeva la pena rispolverare, e soprattutto ha suggerito griglie entro le quali far germogliare nel modo più opportuno i contributi dei partner. L'interplay, iniziato un po' sommessamente rispetto ad altre recenti e memorabili apparizioni del quintetto, ha via via preso quota raggiungendo una compatta coesione.

Il focus del festival su Enrico Rava è continuato con l'incontro, inedito e voluto dallo stesso trombettista, con Gianluigi Trovesi. Sulla base di standard più o meno riconoscibili, i due hanno intrecciato un dialogo abbastanza discontinuo, mai scontato, alla ricerca degli equilibri possibili, ma riuscendo solo a tratti a trovare una reale intesa. La voce strumentale pulita e puntigliosa del clarinettista/sassofonista e quella più sporca e allusiva del trombettista hanno impostato un rapporto circospetto, che si è sciolto in un canto disteso e swingante solamente nell'interpretazione dei due brani finali: "Bernie's Tune" e "My Funny Valentine".

Solamente tre, ma di peso, le presenze jazzistiche d'oltre Oceano. Ahmad Jamal (ottant'anni il prossimo luglio) ha confermato di essere un grande in tutti i sensi. Come pianista, immaginifico e frammentario, ridondante e sofisticato al tempo stesso, è stato in grado di rendere a volte arduo il riconoscimento di brani anche noti. In qualità di leader, avvalendosi di cenni repentini e alzandosi spesso dallo sgabello, ha controllato e diretto in ogni istante i suoi fedeli collaboratori: James Cammack, Herlin Riley e Manolo Badrena. Pur all'interno di impalcature vincolanti il loro contributo è sembrato molto libero, dando origine ad un flusso improvvisativo collettivo e costruendo una trama ritmica di grande tensione. Con le dovute differenze, si è assistito a quel tipo di fusione fra i ruoli che si verifica anche nel quartetto di Wayne Shorter.

A confronto del messaggio di Jamal, l'attualità accattivante di Omar Sosa è parsa meno consistente. La sua apparizione non è stata in grado di modificare l'impressione che di lui ricevetti la prima volta che lo vidi: Sosa è un pianista elementare, anche se efficace, un musicista con poche idee, ma chiare e plateali. Soprattutto è un leader capace di motivare i bravi partner, un abile regista, che sa sfruttare al meglio fumi d'incenso, costumi esotici, l'ingresso dei compagni in scena e l'uso di basi preregistrate, effetti eco e riverberi. Sta di fatto comunque che "Afreecanos," se confrontato con le sue produzioni precedenti, è il suo progetto più compatto e riuscito; anche a Bergamo il quintetto del pianista cubano ha saputo originare uno spettacolo di World Music coinvolgente, pieno di energia e di ritmo.

Il festival si è chiuso con il San Francisco Jazz Collective, formazione di forti individualità, ognuna delle quali interviene anche in qualità di compositore e arrangiatore: Avishai Cohen alla tromba, Robin Eubanks al trombone, Stefon Harris al vibrafono, Miguel Zenon e Mark Turner alle ance, Edward Simon al piano, Matt Penman al contrabbasso e Eric Harland alla batteria. Più che nei nuovi arrangiamenti di brani di Horace Silver, dal sicuro impatto mainstream, sono risultati convincenti gli original di Zenon e di Harland, articolati in sviluppi insoliti e ben congegnati, oscillanti fra tese progressioni e fasi di decantazione. Fra i vari interventi solistici, dei quali ognuno dei componenti ha avuto modo di usufruire, va segnalata la voce morbida e riflessiva del tenore di Turner, quasi una personale rivisitazione dell'estetica West Coast.

Fra le proposte giovani da segnalare, all'Auditorium di Piazza della Libertà, il gruppo The Plug: Andrea Lombardini al basso elettrico e Giovanni Giorgi alla batteria, coadiuvati da un imperioso Gianluca Petrella e dalla bella voce di Sergio Cocchi. Il quartetto ha tracciato un lodevole compromesso fra rumorismo elettronico e declamazione soul.

Da ricordare infine il Blindfold Test condotto da Giuseppe Vigna, a cui con grande colloquialità si sono sottoposti Enrico Rava e Paolo Fresu, che hanno avuto modo anche di argomentare profonde opinioni critiche su espressioni jazzistiche del passato.

Foto di Roberto Cifarelli.

Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nella galleria dedicata ai concerti del Moscow Art Trio e del San Francisco Jazz Collective.

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