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Altoadige Jazz Festival 2009: novità stimolanti nei concerti finali.
Col suo bel concerto si sono spenti i riflettori sul main stage del Südtirol-Altoadige Jazz Festival 2009, che dal 26 giugno al 5 luglio ha distribuito una sessantina di appuntamenti in angoli impensati e suggestivi del territorio provinciale, ottenendo una buona risposta di pubblico. Negli ultimi giorni del festival si sono concentrate alcune nuove proposte decisamente interessanti.
Mederic Collignon è quel tipo di persona che nessuno avrebbe voluto come compagno di banco a scuola: nella vita quotidiana il suo comportamento ipercinetico, dissacratorio, schizofrenico potrebbe risultare indisponente, ma sul palco le sue eccentricità e le sue movenze nervose fanno tutt'uno con la musica. Soprattutto quando è leader, l'enfant terribile può dare libero sfogo a contorsioni fisiche e vocali, a stop improvvisi e impennate folgoranti, a provocazioni e divagazioni, che, con un incredibile senso del ritmo, diventano funzionali al percorso musicale.
Tutto questo è emerso nel concerto all'Eurac di Bolzano, che si è configurato come un esplicito omaggio al Davis elettrico, con una reinterpretazione dei suoi brani a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Anche a livello strumentale l'agile cornetta tascabile di Collignon ha rappresentato un'esasperazione allucinata dello stile di Miles. Ovviamente tutto il mondo davisiano è stato stravolto e tradotto nell'ottica del cornettista francese, perdendo quindi l'originaria, irripetibile magia e lasciando il posto a una continua frenesia, all'esibizionismo irriverente e imprevedibile, perfino all'umorismo. L'energia e la verve somministrate con millimetrica precisione dal suo quartetto, completato da Franck Woeste al Fender Rhodes, Frederic Chiffoleau al contrabbasso e Philippe Gleizes alla batteria, hanno prodotto un concerto godibilissimo.
Era la prima volta che Giovanni Falzone, Gianluca Petrella e Francesco Bearzatti suonavano in trio, ma le affinità che li legano sono tante che c'è da domandarsi come mai non sia potuto capitare prima. I tre sono accomunati in particolare dalla medesima visione del jazz: una concezione che racchiude varie inflessioni, dal dixieland al free, che richiede una voce strumentale densa e umorale, un interplay fitto e ricco di spunti sorprendenti, un'improvvisazione spericolata, ma che si regge anche sull'ancoraggio sicuro di temi, arrangiamenti, modalità proprie della tradizione jazzistica più autentica.
L'idea di mettere assieme il trio spetta a Bearzatti, che da un lato partecipa a gruppi di Petrella e dall'altro include Falzone nel suo progetto "Tinissima". Il sassofonista era anche il responsabile degli arrangiamenti (tutti mandati a mente senza l'aiuto di spartiti e praticamente senza prove), ricchi di riff e di spunti marcati. I temi intramontabili e granitici di Monk erano insolitamente intrecciati a citazioni asciutte di brani rock degli anni Settanta e Ottanta. Nell'arioso scenario della Malga Tuff, vicina al laghetto di Fiè allo Sciliar, ne è risultata una performance pulsante, sorprendente e coerente allo stesso tempo, senza il minimo cedimento. È davvero auspicabile che il sodalizio fra i tre abbia modo di riproporsi anche in futuro.
La mattina seguente Bearzatti si è esibito da solo in una sede della Cassa di Risparmio del centro storico di Bolzano, dove in occasione del festival erano esposte alcune belle foto di Christian Ciardi. In questa occasione egli ha affrontato un repertorio ellingtoniano con amore e partecipazione, dando conferma della sua spiccata personalità di interprete. Ogni brano è stato fortemente caratterizzato, giocando sui contrasti e sulle deviazioni, esasperando le sonorità degli strumenti e le dinamiche del fraseggio. "Lush Life," iniziato sull'insinuante e soffiato pianissimo del clarinetto, ha poi virato su improvvise accensioni; il regolare impianto ritmico di "Johnny Comes Lately," sempre al clarinetto, ha avviato uno sviluppo dinamico e una pronuncia sforzata; il pigro e sensuale incipit di "Mood Indigo," imboccando contemporaneamente clarinetto e tenore, ha introdotto potenti impennate; il lirico vibrato iniziale di "Come Sunday," al tenore, si è trasformato in un soul jazz scandito e ruvido. Si è dipanata insomma una sequenza di interpretazioni mirate e ben stagliate, che hanno lasciato il segno.
Al mito degli eroi, nella più ampia accezione del termine, sono stati dedicati i concerti di due larghe formazioni che la sera del 2 luglio si sono succedute sul palco del Teatro Studio. Nel duecentesimo anniversario della battaglia per la libertà del Tirolo, il compositore e pianista Michael Lösch, altoatesino di Lana, ha concepito "Heroes 09," una suite compatta, ben costruita, in cui non erano estranei l'enfasi e un briciolo d'ironia, il lirismo e marce cadenzate, come pure il ricordo filtrato dei lavori orchestrali di Mingus, di Don Ellis o della Liberation Music Orchestra. La suite è stata eseguita con puntualità, partecipazione emotiva e grande esperienza tecnica da un nonetto di ottimi elementi, che includeva, come ospite d'onore, Steven Bernstein alla tromba.
Su uno schermo alle spalle dei musicisti scorreva il video, dall'aggiornato sapore pop-fantascientifico, montato in tempo reale dal meranino Giuseppe Tedeschi su spezzoni di filmati d'epoca e rispecchiando puntualmente l'andamento musicale: un'appendice visiva efficace e accattivante. Nel complesso il progetto di Lösch è risultato corposo e decisamente riuscito.
Agli anonimi ribelli della storia e dell'attualità è invece dedicata la musica di Giovanni Guidi & The Unknown Rebel Band, tentetto di talenti prevalentemente giovani (oltre al leader al piano, Fulvio Sigurtà e Mirco Rubegni alle trombe e flicorno, Mauro Ottolini al trombone, Daniele Tittarelli, Dan Kinzelman e David Brutti alle ance, Giovanni Maier al contrabbasso, João Lobo e Michele Rabbia alle percussioni), di cui è appena uscito l'omonimo CD per la CAM.
In questo caso il riferimento a Mingus e soprattutto alla Liberation Music Orchestra è risultato ancor più tangibile, anche perché i brani (tutti original di Guidi, escluso uno scritto da Ottolini) sono idealmente dedicati a fatti storici. Temi martellanti e declamati, ora di fanfara ora di un lirismo popolaresco, a volte velatamente mediterraneo, sono stati esposti all'unisono dai fiati, per poi sfrangiarsi progressivamente in collettivi free e in assoli concisi sulla base di un pregnante sostegno ritmico, fino a quando non si materializzava un nuovo tema, magniloquente oppure danzante (un omaggio evidente agli ubriacanti collettivi dei sudafricani-londinesi degli anni Settanta). Le idee si sono succedute sempre fresche, le combinazioni sempre diverse, secondo un'euforia esecutiva che in futuro potrebbe prendere sviluppi sempre più liberi e visionari.
Su alcuni concerti che purtroppo non ho potuto ascoltare ho raccolto pareri che ritengo attendibili: unanimemente entusiasti sull'inedito duo Luciano Biondini - Renaud Garcia-Fons e sulla performance solitaria del chitarrista brasiliano Yamandù Costa al Rifugio Comici.
Foto di Roberto Cifarelli.
Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Mederic Collignon e Hamilton de Holanda.
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