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Ai Confini tra Sardegna e Jazz - XXXV Edizione

Paolo Peviani By

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Ai Confini tra Sardegna e Jazz
Sant'Anna Arresi
31.8-6.9.2020

Trentacinque edizioni di festival sono un traguardo importante. Soprattutto per una manifestazione che si svolge in un piccolo paese del Sud Sardegna e che trasforma un angolo di periferia dell'impero, come amano dire gli organizzatori del festival, in una capitale delle musiche di avanguardia e di ricerca.

Questi non sono però tempi di ricorrenze e celebrazioni. Il semplice fatto di esserci, di ritrovarsi ad ascoltare una settimana di concerti, è già motivo di felicità. E pazienza se qualche musicista, intimorito dalle notizie provenienti dal Billionaire e dalla Costa Smeralda (peraltro distanti trecento chilometri e culturalmente agli antipodi rispetto a Sant'Anna Arresi), ha annullato all'ultimo momento la propria partecipazione.

In altri tempi, la cancellazione di alcuni concerti di notevole spessore (Mats Gustafsson e il suo indotto, tra cui Mette Rasmussen e Ingebrit Haker Flaten) avrebbe gettato molti nello sconforto. Quest'anno si è preso il tutto con molta più filosofia. Come ha detto Alexander Hawkins citando Gramsci, in questi tempi di Covid bisogna fare ricorso all'ottimismo della volontà.

Sfoggiando grandi doti di improvvisazione, gli organizzatori hanno dunque sopperito alle assenze ricorrendo ad incontri estemporanei, appoggiandosi a vecchi amici del festival come appunto Alexander Hawkins e Hamid Drake, che in solo, insieme, oppure a supporto di altri musicisti hanno svolto più che egregiamente, da eccellenti musicisti quali sono, le funzioni di pianista e batterista della casa.

Non si pensi, tuttavia, che questa sia stata un'edizione minore del festival. Al contrario, questa settimana ci ha permesso di mettere a fuoco alcune tematiche e, in alcuni casi, di separare il grano dal loglio, di andare al nocciolo delle cose.

Ad esempio di capire che la new wave del jazz britannico (The Comet Is Coming o il gruppo di Anthony Joseph), per quanto piacevole e divertente, è più musica da ballo che da ascolto, più fenomeno di marketing che elemento innovatore del jazz.

Oppure di riascoltare ed apprezzare ancora più a fondo la grandezza di un musicista come Franco D'Andrea. Magnifico nel trio con Enrico Terragnoli e Mirko Cisilino, con cui ha dato vita ad un concerto fatto di squarci, suggestioni, silenzi, che nelle intenzioni (ed anche in un certo uso delle scale esatonali) ci ha ricordato il miglior Wayne Shorter. Più intimo, monkiano ed ellingtoniano, nel concerto per solo piano (Ellington è stato una scoperta tardiva, peccato mortale!) in cui ha come sua abitudine smontato, destrutturato e ricomposto frammenti di storia del jazz, mescolati ad alcune sue composizioni originali.

Ascoltare D'Andrea, il suo pianismo per sottrazione, sarebbe forse utile anche a Jacky Terrasson, pianista di indiscutibili capacità ma troppo incline a gigionerie ed ammiccamenti. Istrionico ai limiti dell'insopportabile in trio, più contenuto ma sempre debordante in solo, a tratti (per gli scarti improvvisi, il medley perenne, un certo gusto citazionista) ci è sembrato uno Stefano Bollani in sedicesimo, non supportato però da analogo talento. Un soi-disant enfant prodige, per quanto di cinquantatré anni, in cerca di approvazione.

Ad una musica così poco sincera, abbiamo senz'altro preferito l'approccio ruspante, sia pure non privo di qualche sbavatura, dei Roots Magic. Un viaggio divertente e sanguigno alle radici del blues, con qualche incursione nel free e nelle avanguardie degli anni '60 -'70, che ha concluso il festival in un clima allegro e gioioso.

Detto dei concerti più rilevanti, resta da riferire che Basilio Sulis, il visionario direttore artistico con cui il festival si è praticamente identificato per tutti i suoi trentacinque anni di storia, ha deciso di dimettersi dalla carica e tornare ad essere un semplice socio dell'Associazione Punta Giara. Pur concordando con quanto detto da Sulis nel comunicarci la sua decisione ("Quando un gruppo si fonda su alcuni temi condivisi, il peso del singolo diventa irrilevante"), gli interrogativi sono inevitabili. Sul futuro della manifestazione, sul percorso che l'Associazione intraprenderà, sullo sviluppo dei rapporti (mai stati idilliaci) tra l'Associazione e le istituzioni locali.

Per quanto ci compete, possiamo solo sottolineare la valenza culturale di manifestazioni come Ai Confini tra Sardegna e Jazz, ed augurare a questo festival un luminoso futuro.

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency).

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