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Ai Confini tra Sardegna e Jazz 2007
Se all'inizio dell'estate qualcuno avesse chiesto lumi sul programma del Festival "Ai Confini tra Sardegna e Jazz" di Sant'Anna Arresi, le risposte sarebbero state al massimo speranzose, quando non sfiduciate. Fortunatamente la questione legata ai contributi si è sbloccata e il direttore artistico Basilio Sulis, con la straordinaria energia e follia che le cose fatte in poco tempo portano con sé, è riuscito nel "miracolo sardo" di allestire un cartellone di grande personalità e peso qualitativo.
L'edizione, la ventiduesima a partire da quel 1985 che vide esibirsi in questo angolo paradisiaco di Sardegna Don Cherry, ha avuto una sorta di "anteprima" con due serate dedicate alla folle e trascinante ShibusaShirazu Orchestra (il 21 e 22 agosto), per poi entrare nel vivo a partire dalla serata del 25 agosto, con una primizia per l'Europa, il nuovo quartetto di David S. Ware.
Alla sua terza esibizione in assoluto, dopo due serate newyorkesi, il quartetto si presenta ora abbastanza diverso da quello "classico" con Shipp, Parker e Brown [il cui straordinario concerto finale al Vision Festival è testimoniato dal disco Renunciation], mantenendo di quella line-up il solo batterista, mentre al contrabbasso c'è il giovane Keith Witty e alla chitarra Joe Morris.
Come è anche intuibile, gli equilibri di questa nuova formazione sono ancora da trovare: rispetto al quartetto precedente [che inevitabilmente si pone come pietra di paragone] viene meno quel potente flusso accordale su cui Ware poteva dispiegare il proprio inconfondibile linguaggio improvvisativo. Se Witty e Brown, che hanno suonato a lungo insieme in altri progetti e si conoscono benissimo, costituiscono un organismo ritmico pulsante e coeso, la chitarra di Joe Morris sembra un elemento ancora estraneo a un qualsivoglia sound di gruppo. Il linguaggio di Morris, astratto e tagliente, frammentato, senza alcun uso di elettronica o pedale a dilatarne il corpo sonoro, sembra poco adatto a amalgamarsi con l'idea musicale di Ware, creando talvolta un nervosismo eccessivo nella condotta dell'improvvisazione, se non addirittura limitandosi a ripetere in modo asettico frammenti tematici - è successo nella rilettura di "Space Is the Place" - o improvvisando freneticamente in una sorta di gesto virtuoso atonale.
Non si manca di rispetto ai musicisti - il cui valore è stato più volte da noi sottolineato - se ci permettiamo di notare che qualcosa non funziona: se l'innesto di Morris [che suona così ed è anche giusto che non si snaturi] appare incongruo, ciò è anche dovuto al fatto che Ware suona in una maniera e sembra non avere alcuna intenzione di farsi trasportare su altri terreni. Come andrà a finire? Lo staremo a vedere. La cronaca della serata racconta comunque di un concerto sbilanciato, con qualche ottimo momento, in particolare durante "Manu's Ideal" o comunque quando il sassofonista rimaneva solo con la ritmica.
Interessante si è rivelato, la sera successiva, il quartetto del violoncellista Daniel Levin, un quartetto con tromba, vibrafono - un ottimo Matt Moran - e contrabbasso, di evidente matrice cameristica, ma che si riallaccia anche a sonorità klezmer e che riesce a sintetizzare le diverse influenze in una scrittura di sobrio rigore.
Il primo vero "botto" del festival si è avuto però con la Nublu Orchestra condotta da Butch Morris - concerto trasmesso tra l'altro in diretta da Radio3, primo di tre insieme a quello di Dave Douglas e al duo Newton-Davis - in una serata che ha acceso il pubblico. Composto da musicisti giovani, di provenienza eterogenea ma che gravitano attorno al local newyorchese NuBlu (dove l'orchestra si esibisce frequentemente), non sempre conosciuti a livello jazzistico [ma spiccava la presenza di Kenny Wollesen alla batteria, dell'ottimo Graham Haynes alla cornetta e del "nostro" Fabio Morgera alla tromba] l'ensemble sta lavorando da tempo con Morris, la cui concezione improvvisativa riesce a creare strade sempre nuove per il sound collettivo. In un set di febbrile intensità, la Nublu si è mossa lungo le coordinate di un funk quasi "carsico", che appare e scompare, rimane sottotraccia, si fa plasmare, illuminato da più direzioni con bagliori che sembrano provenire dal Miles elettrico. Grande successo per un Morris davvero in stato di grazie nel "danzare" con i gesti assieme ai musicisti.
La serata successiva rappresenta l'unica parentesi davvero deludente del festival: l'attesissimo concerto del progetto Zooid di Henry Threadgill è infatti saltato dopo un'estenuante trattativa dietro le quinte. Una incomprensione di carattere contrattuale, cui certo non ha giovato un atteggiamento di forte chiusura da parte del sassofonista americano, è stata alla base della triste decisione, con i musicisti che erano già pronti a salire sul palco e vogliosi di suonare. Ogni commento diventa così purtroppo superfluo, dal momento che a perderci sono stati tutti, in primis il pubblico che aspettava pazientemente, ma sono incidenti che possono capitare e che prima o poi capitano in qualsiasi festival. Peccato.
Sebbene estemporaneo, il quartetto guidato dal batterista sudafricano Louis Moholo con William Parker al contrabbasso, Dave Burrell al pianoforte e Kidd Jordan al sax tenore, aveva entusiasmato il pubblico dell'ultimo Vision Festival e bene ha fatto Basilio Sulis a proporlo anche in Srdegna, in esclusiva. I quattro hanno proposto un set generoso e intenso, una "classica" galoppata free e proprio la presenza dell'ormai ultrasettantenne sassofonista di New Orleans, che suonava per la prima volta in Italia, ha calamitato l'attenzione di pubblico e addetti ai lavori. Jordan ha suonato in modo egregio, senza risparmiarsi e indirizzando il proprio linguaggio improvvisativo, molto variegato, su binari dichiaratamente coltraniani [diverse citazioni da "A Love Supreme" emergevano qui e là]. Anche Burrell - autore di un solo elettrizzante già nel primo brano - e Parker hanno contribuito in modo fantasioso alla musica, tanto che forse il meno "dentro" la situazione è sembrato proprio Moholo, la cui concezione ritmica non è stata così pronta a sfruttare gli stimoli di Parker, riducendosi spesso a una frenetica marcetta swing un po' pasticciata. Il successo è stato comunque caloroso e il bis, più breve e conciso, è stato davvero notevole.
Una novità per l'Italia è stata anche la Brass Ecstasy Band di Dave Douglas, progetto che omaggia apertamente l'esperienza del compianto Lester Bowie con la sua Brass Fantasy. Rispetto alla densità strumentale della formazione di Bowie, Douglas punta sull'essenziale: la propria tromba, due tromboni [Louis Bonilla e Clark Gayton], un basso tuba [Marcus Rojas] e una batteria [il giovanissimo Marcus Gilmore, nipote "d'arte" di Roy Haynes].
Oltre a brani originali, Douglas ha inserito in scaletta anche pezzi di Otis Redding ["Mr. Pityful"], Rufus Wainwright o di Missy Elliott, proprio così come Bowie lavorava su materiali pop - Spice Girls o Platters, poco cambia - e gli arrangiamenti hanno confermato una volta di più la travolgente tecnica e l'intelligenza progettuale, lanciando i musicisti in ottime improvvisazioni. A mancare è stato però il "fuoco", quella energia, a volte istintiva e sbozzata, a volte violenta, che l'ensemble di Lester Bowie trasudava da ogni nota: si ha l'impressione che il progetto di Douglas, sebbene [e forse proprio perché] perfetto in ogni suo elemento, rischi di cadere nella trappola calligrafica e in un tasso di calore troppo contenuto. The fire next time!
Non so quanti direttori artistici oggi [ossessionati dal consenso e dal "piacere" al pubblico] avrebbero il coraggio di affidare il concerto dell'ultimo sabato di festival a due musicisti così "fuori" dalle mode come Anthony Davis e James Newton. Basilio Sulis l'ha fatto e a lui va tutta l'ammirazione e la gratitudine per la scelta, perché il concerto è stato strepitoso.
Protagonisti della grande stagione creativa a partire dalla metà degli anni Settanta, Davis e Newton - al pianoforte e al flauto rispettivamente - hanno dialogato con emozionante inventiva, secondo una dialettica formale in cui le radici "colte" di entrambi [Davis si è dedicato in questi ultimi anni a insegnamento e composizione] sono state messe a servizio dell'improvvisazione più accesa.
Sia in duo che in due splendide parentesi soliste [il pianista ha ripreso una meravigliosa pagina da Middle Passage], Davis e Newton hanno suonato al meglio, tecnicamente scintillanti, espressivamente vivacissimi, mai inaccessibile anche nei momenti più astratti, fino all'apoteosi conclusiva con una versione da brividi della coltraniana "Expression" e una "Come Sunday" nel bis che ha commosso il pubblico. Giganti.
È stato con giusto orgoglio che l'Associazione Punta Giara ha presentato poi la proiezione, accompagnata dal commento musicale dal vivo, del film Piccola Pesca, coraggioso documentario che narra le difficili condizioni di lavoro cui sono costretti i pescatori della zona a causa della presenza della base militare di Capo Teulada. Il film, con il quale la musica si fonde in modo emozionante, grazie alla bella interazione timbrica tra pianoforte, launeddas, elettronica e tromba [un Riccardo Pittau sempre intenso], restituisce al pubblico la storia, le vicende, le ingiustizie, le difficoltà legate all'impossibilità di pescare per la presenza di navi e esercitazioni militari. Grandissimo successo e una storia che andrebbe conosciuta di più anche a livello nazionale.
Oltre ai principali concerti e ai consueti workshops musicali, la rassegna ha presentato anche una nutrita schiera di artisti locali o italiani, da Paolo Carrus al duo tra la cantante Karin Schmidt e Paolo Alderighi, dagli Haiku Sensei all'accoppiata Achille Succi-Salvatore Maiore, che ha riproposto felicemente le musiche del disco Pequenas Flores Do Inferno, pubblicato da El Gallo Rojo.
Un discorso a parte merita "Fotografando Jazz", progetto che grazie al coordinamento di Luciano Rossetti - tra i migliori fotografi italiani e collaboratore di AllAboutJazz - ha proposto una mostra fotografica e un convegno su cui va spesa qualche riga in più. Che infatti in questo angolo di Sardegna si sia riusciti a fare incontrare, esporre, dibattere, confrontarsi, fotografi del calibro di Guy Le Querrec, Jimmy Katz, Roberto Masotti, Jan Persson, Larry Fink [assente dell'ultimo minuto, ma le sue foto erano in mostra], Silvia Lelli, Didier Ferry, Nicola Fasano, Luca D'Agostino [che con Rossetti ha fondato l'importante Agenzia Phocus e ha svolto un ruolo indispensabile nella conduzione del convegno] e Roberto Cifarelli [anch'egli cofondatore dell'Agenzia Phocus], così come i "padroni di casa" sardi Agostino Mela e Daniela Zedda, è impresa meritoria.
Oltre agli splendidi scatti esposti nella Chiesetta di Sant'Anna, nella Piazza del Nuraghe a pochi passi dal palco, hanno colpito al convegno gli interventi di Daniel Soutif [che con coinvolgente leggerezza e infinita capacità affabulatoria ha ripercorso le vicende di Carl Van Veechten, Langston Hughes, Roy De Carava e Romare Bearden] e quello di Jimmy Katz, che ha punteggiato di aneddoti - a volte commoventi, a volte esilaranti - la sua descrizione di come si lavora ad altissimi livelli a New York. Ma anche le testimonianze degli altri fotografi, a partire da quella "trasversale" di Le Querrec per giungere a quella di Masotti, hanno destato molto interesse, così come l'intervento di Denis Curti di Contrasto e quello di Guido Michelone sull'assente Fink.
Importante è avere permesso a questi artisti di incontrarsi, di stare bene, di confrontarsi, di riflettere sul ruolo della fotografia oggi, sulle sue problematiche; importante che le loro voci siano state intese dai partecipanti al workshop di fotografia - Katz in particolare è stato sempre molto realista e attento a raffreddare i facili entusiasmi di chi si affaccia a questa professione - e che si siano poste le basi perché la foto di jazz continui a dialogare proficuamente con gli operatori, i musicisti, il pubblico. Complimenti a tutti!
Foto di Luciano Rossetti. Ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie (di Danilo Codazzi) dedicate ai concerti di : David S. Ware "New Quartet" e Daniel Levin Quartet.
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