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Abdullah Ibrahim al Roma Jazz Festival

Serena Antinucci By

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Abdullah Ibrahim
Roma Jazz Festival
Auditorium Parco della Musica
17.11.2019

Mi piace pensare che Abdullah Ibrahim, mentre cammina lentamente verso il pianoforte della Sala Sinopoli, stia pensando al potere dell'istante. Come scriveva il poeta ottantacinquenne Jorge Luis Borges: "Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita, solo di momenti." Il suo concerto in piano solo all'Auditorium Parco della musica (in versione acustica) è la successione ininterrotta di quei momenti, di un'esistenza straordinaria, fatta di rivoluzioni, del tempo dei sogni e della sua voce che parla di resistenza. Il suo live, in occasione della 43° edizione del Roma Jazz Festival, è un'esperienza sonora immersiva, una meditazione spirituale.

Osserviamo il quadro sfaccettato di una vita che ora procede a ritmo più lento, con suoni misurati, come se Ibrahim avesse scoperto, finalmente, il segreto del tempo di ogni singola nota. Nelle attese, nelle curve tra i suoni, nei respiri tra melodie semplici e cantabili, o nelle cadenze perfette, si nasconde l'antico antidoto per curare l'anima. Abdullah Ibrahim è un maestro curandero che ha trovato nella musica un gesto d'indipendenza, di pace. Noto, prima della conversione all'islamismo, come Dollar Brand, è il grande signore del jazz sudafricano, delle rivolte contro la segregazione razziale dell'apartheid.

Il suo esilio autoimposto (dagli anni '60 agli anni '90) lo porta tra le braccia dell'Europa, poi verso le avanguardie americane. Membro dei The Jazz Epistles, insieme al trombettista Hugh Masekela, partecipa al primo album jazz registrato da musicisti sudafricani. Diventa, da quel momento in poi, una figura di riferimento del Cape Jazz (stile che fonde il jazz americano con le tradizioni musicali sudafricane). Negli anni '70 la sua musica cambia connotazione e, dopo la stagione del free, la crisi e la conversione, ricominciano anche i suoi viaggi. Il flauto entra nell'organico, insieme a uno stato di grazia che lo porta ad affrontare, poco dopo, confronti diretti e solitari con il pianoforte. Ma, il grido del suo popolo represso turba le sue notti, non gli dà tregua e l'eco della musica kwela, o marabi lo riporta in Sudafrica. Abdullah Ibrahim ha avuto il privilegio di oltrepassare tutte le barriere, con il coraggio di chi non teme il confine, ma lo riconosce e lo combatte.

La sua è una resilienza che scorre nelle composizioni, in un inarrestabile flusso di emozioni. Il materiale sonoro confidenziale si dona ad un pubblico silenzioso, rapito dalla dialettica con lo strumento che si fa sempre più intensa, divertente, figurativa e sincera. Il quaderno blu degli spartiti che porta con sé, sembra quasi un canovaccio. Ibrahim non alza gli occhi dalla tastiera, dalle sue mani, su di loro il tempo non è mai passato, le ha risparmiate (per fortuna). Quelle mani resistenti intonano i primi brani tratti dall'ultimo disco Dreamtime (Enja Records, 2019), dedicato alle speranze delle popolazioni indigene del Sudafrica, per le quali le canzoni erano chiamate "il tempo dei sogni."

La mano destra libera melodie estasiate, di rara eleganza, grazie alla delicatezza del suo tocco (”For Coltrane” o ”Trieste My Love”), mentre negli arpeggi o negli accordi gravi della mano sinistra riemerge quella leggendaria malinconia che ripercorre per ben tre volte nel brano ”Blue Bolero” (tratto dal disco African Magic, Enja, 2003). L'ultimo album è per lui una nuova possibilità di riprendere tracce del passato e reinterpretarle in una chiave diversa. "Vogliamo andare oltre le barriere del nostro ego. Non è jazz, per noi è un processo di trascendenza dalle barriere. Segue il ritmo naturale dell'universo" dice Abdullah Ibrahim sul suo ultimo disco. Il suo canto religioso è cangiante, colorato, trascinato da un ritmo ipnotico in ”Capetown District Six”, e continua a vibrare nei nostri corpi, prima delle variazioni melodiche di ”Sotho Blue”, che con la loro evanescenza e quel sapore blues, ci stupiscono di continuo, per poi ristabilire una nuova connessione nel cambio repentino di atmosfera. Riconosciamo l'esplosività alla Thelonious Monk, la modalità libera alla Bill Evans}.

Nelle improvvisazioni aggroviglia i lacci più difficili, per rintracciare poi soluzioni originali, riattivando automaticamente le dinamiche dell'invisibile. Riprende l'ottimismo e la gentilezza propulsiva in ”The Wedding” (African Suite, 1998) e il senso nostalgico in ”Dreamtime” (incluso insieme a ”Nisa” e ”The Balance” nel disco del 2019 The Balance). Si congeda, alla fine, con un canto tradizionale degli schiavi africani fuggitivi, che suggerisce di stare attenti, di non lasciare tracce quando si attraversa il fiume Jordan (tratto dal brano ”Mukaschi” del disco omonimo del 2013).

Il mondo di Abdullah Ibrahim è metamorfico e resistente come la Protea (fiore simbolo del Sudafrica), coraggioso, teso ostinatamente verso il cambiamento: profuma di eternità. In quel sorriso finale, prima di lasciarci soli nella nostra intima riflessione, è racchiuso il senso della sua musica e della sua vita. Chissà, anche lui come Borges, se potesse riviverla "contemplerebbe più tramonti (africani), salirebbe più montagne, nuoterebbe in più fiumi e scalzo, dalla primavera all'autunno, mangerebbe meno fave e più gelati."

Foto: Sandro Gismondi

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