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Un campionario di proposte a Verona Jazz 2009.
Le forti aspettative per la Indo-Pak Coalition di Rudresh Mahanthappa, esponente di spicco dell'odierna scena statunitense, sono andate in parte deluse. Il trentanovenne contraltista ha dimostrato di possedere una sonorità personale, prevalentemente afona e lamentosa, screziata da un giusto, lirico vibrato, e di sapere affrontare le più varie cadenze del fraseggio jazzistico. Il suo progetto di compenetrare musica indiana e jazz rientra in un filone che vanta precedenti intriganti (penso in particolare alla "Indo-Jazz Suite" proposta alla fine degli anni Sessanta dal giamaicano-londinese Joe Harriott, anch'egli contraltista).
Di quel tipo di esperienze Mahanthappa rappresenta, considerata la sua biografia, una variante senza dubbio attuale e autentica. Tuttavia gli impianti tematici, pur pregevoli e mai banali, i ruoli del chitarrista Rez Abbasi e del tablista e vocalist Dan Weiss, il tipo di interplay e le atmosfere raggiunte non sono sembrate in grado di trascendere le coordinate di un etnojazz di genere. Va comunque dato atto che il trio non è mai caduto in facili effettismi, organizzando anzi un percorso musicale sempre sotto controllo, compassato, a tratti quasi meditativo.
Altrettanto atteso era il rinnovato incontro fra il quartetto italiano Mickey Finn, una delle emanazioni dell'etichetta indipendente El Gallo Rojo, ed il trombettista vietnamita-americano Cuong Vu. I brani sono stati caratterizzati in genere da un crescendo progressivo: ad un incipit in cui a una frase ripetuta ed apparentemente serena si contrapponevano accenti isolati e minacciosi, facevano seguito le lunghe linee melodiche della tromba, sostenute da un ossessivo pedale ritmico, per poi approdare a un apice della parabola emotiva e a una conclusione improvvisa. Questo schema però è stato via via arricchito da numerose varianti, da idee timbriche e dinamiche eccentriche, inserite con lucida efficacia. Il risultato è parso quello di una norma fatta per essere scardinata, o di una eccezione che conferma la regola.
In questa trama viva e pulsante, in cui una cullante e ipnotica ripetitività viene sempre contraddetta da imprevedibili sorprese, in un giusto incrocio fra sonorità acustiche ed interventi elettronici, il contributo dei bravi comprimari (Enrico Terragnoli alla chitarra, Giorgio Pacorig alle tastiere, Danilo Gallo alla chitarra basso e Zeno De Rossi alla batteria, oltre al trombettista ospite) è risultato puntuale e nello stesso tempo intercambiabile.
Se la tensione creata dai Mickey Finn è soprattutto "di testa," quella che scaturisce dal Mauro Ottolini Wild Bread Quartet risulta più fisica e sensuale, intimamente legata ad una pronuncia jazzistica. L'aspetto che più colpisce della musica di questa nuova formazione è il simbiotico interplay fra il trombone o il bombardino di Ottolini e il tenore o il clarinetto di Daniele D'Agaro, che procedono prevalentemente intrecciati, concedendosi solo raramente degli spazi solistici. Le composizioni (una di D'Agaro, un paio del leader, una di Ellington e soprattutto un paio appartenenti alla tradizione popolare sudafricana, mosse da danzanti cadenze melodico-ritmiche) hanno avviato interpretazioni dense di colore e di enfasi.
La voce del trombonista veronese ha ricordato tanti maestri americani dello strumento, perfino Grachan Moncur III in alcuni glissando un po' meditabondi, mentre il grufolante sassofono del friulano, oltre a denunciare la propria derivazione dalla scuola olandese, ha richiamato alla memoria lo Shepp degli anni Sessanta. Il linguaggio del quartetto, completato dagli ottimi Stefano Senni e Cristiano Calcagnile, si è retto su un aggiornato e indelebile senso del blues.
Autoironia? Dissacrazione surreale? Disimpegno naif? Questo ed altro ha proposto, la serata precedente, l'apparizione di Hermeto Pascoal assecondato dalla "spalla" Aline Morena. La loro performance si è configurata come una girandola di episodi, una successione di idee ludiche, cabarettistiche, neo-etniche, senza approfondire nulla. Dalle bottiglie soffiate in apertura di concerto fino al conclusivo schiaffeggiare ritmicamente l'acqua contenuta in una vasca gonfiabile, inclusa anche una disarmante versione della famosissima aria della Regina della Notte dal "Flauto magico" mozartiano, le trovate si sono succedute con ritmo frenetico. A parte qualche spunto godibile, volontariamente o involontariamente umoristico, il candore stonato della cantante-chitarrista e quello satiresco del polistrumentista settantatreenne non hanno lasciato il segno.
Diametralmente opposto, sotto il profilo musicale e comunicativo, il duo fra Paolo Fresu e Uri Caine, che dopo sette anni dal suo esordio palesa oggi i canoni apollinei ed equilibrati del classicismo. Anche al Teatro Romano, sulla base di un repertorio diversificato e ormai condiviso, il loro dialogo si è dipanato sicuro, secondo una misurata alternanza di distensione e impennate, di swing e intimismo, di arabescate raffinatezze strumentali e moderati sperimantalismi. Non a caso la poesia più pura e struggente si è materializzata nell'interpretazione delle due arie barocche: "Sì dolce è 'l tormento" di Monteverdi e "Lascia ch'io pianga" di Händel, che costituiscono ormai una presenza costante nelle loro apparizioni.
La serata del 28 giugno ha proposto due interessanti novità newyorchesi in prima italiana (e in questo va riconosciuta una delle meritorie scelte programmatiche del festival veronese).
Il quartetto Milk & Jade del ventinovenne Dana Leong, di origini cinesi e giapponesi, stabilitosi a New York nel 1998 dopo essersi formato a San Francisco, ha tracciato un'aggiornata ibridazione fra hip-hop, rock e, in misura minore, jazz, sostenuta da un'energetica componente elettronica. La sonorità distorta del trombone e del violoncello privo di cassa del leader ha lasciato emergere linee melodiche distese, ben leggibili, quasi ammiccanti. Le cangianti tastiere di Adam Platt hanno riassunto in sé varie funzioni, dal basso alla chitarra, dall'organo al piano elettrico. Il batterista Aviv Cohen ha scandito un drumming nodoso e geometrico, memore dell'insegnamento di Bobby Previte. Il ruolo più univoco, a mio parere datato, è stato quello della declamante voce del rapper Core Rhythm. Una particolare importanza hanno assunto comunque le marcate e accattivanti strutture narrative, in grado di conferire un'attuale e convincente qualità melodica alla proposta.
Un approccio non dissimile, ma tradotto sul piano di una larga formazione con un linguaggio più jazzistico, ha caratterizzato la musica della Jason Lindner Big Band. Il leader, pianista nato a Brooklyn, ha definito la sua concezione jazzistica negli anni Novanta suonando tutte le settimane allo Smalls Club, dove è nato il primo nucleo dell'orchestra. Un uso costante di riff, un alternarsi degli imput tematici del leader al piano ed alla tastiera elettrica, un consapevole e filtrato riferimento sia alla tradizione orchestrale jazzistica che ad altre, lontane culture musicali hanno dato corpo agli originali arrangiamenti, lasciando spazio a personali spunti solistici.
Il sopraggiungere di un violento nubifragio, quasi all'inizio del concerto, ha fatto sì che il pubblico rimasto si assiepasse sul palco coperto, circondando entusiasticamente i musicisti: questo ha ovviamente alterato sia l'esecuzione che la fruizione della musica, trasformando l'evento in una festa.
Verona Jazz 2009, apertosi con l'applauditissimo duo Bollani-Solal e con i Ayekoo Drummers of Ghana, un gruppo di sfrenati giovani percussionisti, si concluderà all'Arena il 13 luglio con Herbie Hancock e Lang Lang sostenuti dall'Orchestra dell'Arena. Risulta quindi evidente che nel suo complesso questa edizione del festival ha avuto il merito di presentare un significativo campionario delle più divergenti, contraddittorie e ibridate espressioni della contemporaneità jazzistica.
Foto di Claudio Casanova (seconda e terza) e Danilo Codazzi (tutte le altre).
Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Dana Leong e Hermeto Pascoal e Aline Morena.
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