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Umbria Jazz Winter a Orvieto

Libero Farnè By

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Umbria Jazz Winter 24
Orvieto
Varie sedi
28.12.2016-01.01.2017

In questa ventiquattresima edizione di Umbria Jazz Winter, come in altre precedenti, non è mancata la qualità, con alcuni concerti che non sarebbe facile ascoltare altrove, fra cui molte proposte replicate in più sedi e in orari diversi. Quasi tutti i gruppi in programma hanno garantito la rifinitura della forma, il virtuosismo strumentale, a volte strabiliante, una comunicativa esuberante e diretta. Siccome nella maggior parte dei casi il mainstream, largamente inteso, era l'ambito di appartenenza delle varie proposte, i parametri di riferimento erano inequivocabili e collaudati e quindi era più facile recepire e valutare il livello dell'aspetto tecnico rispetto allo spessore e all'attualità della ricerca che invece sono sembrati carenti.

Del trio di Christian McBride bisogna innanzi tutto mettere in evidenza il valore dei singoli e il loro saldo affiatamento. Il pianista Christian Scott, che fa parte del gruppo da quando aveva diciotto anni, ma è tuttora giovane, ha ulteriormente raffinato la sua sorprendente tecnica, rendendola sofisticata ed esente da acerbe spigolosità. L'esperto Jerome Jennings alla batteria rappresenta un sostegno affidabile, sfarzoso e spumeggiante. Quanto al leader è noto il suo virtuosismo contrabbassistico, che gli permette di scorrere con estrema agilità lungo tutto il manico.
Sta di fatto che il mainstream generato da questo trio, pur classicissimo nelle strutture e nei ruoli dell'interplay, è risultato perennemente rigoglioso, fioritissimo, quasi sprezzante nei confronti dell'essenzialità e lungi dallo scavare in profondità o in territori limitrofi.

Se l'esibizionismo ha costituito la caratteristica e il limite del trio di McBride, mutato il contesto musicale altrettanto si può dire del John Patitucci Electric Guitar Quartet, succedutosi sul palcoscenico del Teatro Mancinelli. Un Patitucci prevalentemente sovreccitato, sovraesposto e compiaciuto, alla chitarra basso e al basso elettrico ha indirizzato una performance cangiante, assegnando spazi e compiti piuttosto rigidi ai bravissimi e complementari collaboratori: Ben Perowsky alla batteria, Adam Rogers e Steve Cardenas alle chitarre. Fra brani di ridondante elaborazione e altri relativamente prosciugati verso una direzione bluesy, non sono certo mancati pregevoli spunti individuali, collettivi pieni dal sound iridescente, accesi crescendo. Nel complesso però è sembrata debole la ricerca di strutture portanti, di un linguaggio e significati ineludibili, insomma di un carattere deciso ed essenziale del discorso musicale.

Avendoli a disposizione come musicisti residenti, Carlo Pagnotta ha avuto la brillante idea di far suonare in duo McBride e Patitucci. Nella storia poco affollata del bass duo, Umbria Jazz nel passato ha proposto almeno due esperienze memorabili: l'incontro fra Stanley Clarke e Miroslav Vitous e più recentemente quello fra John Clayton e lo stesso Patitucci. Era prevedibile che la tecnica prodigiosa dei due contrabbassisti coinvolti desse vita a un'improvvisazione forbita, movimentata da continui scambi di ruoli, ricca di finezze, di drive, di cambi di direzione. Quello che più ha colpito nei tre concerti di mezzogiorno al Museo Greco è stato il fatto che i due comprimari non siano mai caduti in soluzioni banali o smaccatamente plateali. In più di un passaggio nel sound e nel frenetico fraseggio di Patitucci sembrava rivivere lo stile di Scott LaFaro, mentre il procedere di McBride, più affermativo, rotondo e immediato, pur nella vertiginosa velocità della diteggiatura, si è rivelato più vicino al modello di Ray Brown.

Si è assistito alla seconda apparizione ufficiale del progetto "Around Gershwin" del trio di Giovanni Tommaso, con Rita Marcotulli e Alessandro Paternesi. In esso si sono concatenate rivisitazioni di famosi brani del compositore americano e original del leader ispirati al mood di quel mondo. Sono emerse le qualità di ognuno dei tre jazzisti: il sound armonico e imperioso del contrabbassista, il pianismo solido ma volitivo, mai scontato della Marcotulli e il drumming efficiente e variegato di un Paternesi sempre più maturo. Fra le reinterpretazioni ha spiccato quella di "'S Wonderful," che ha perso il brioso e danzante spunto swingante, per acquisire un passo costante e compassato, se non proprio intimista. Tutto sommato ha comunque prevalso una personale interpretazione rispetto alla rispettosa aderenza all'impianto melodico-ritmico degli originali.

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Jul19Fri
Paolo Fresu
Teatro Morlacchi
Perugia, Italy

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