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Tullio Avoledo - Romanzi con colonna sonora
All About Jazz: Nelle sue note biografiche si legge: "Solitamente scrivo di notte, quando il resto della famiglia dorme, con le cuffie dello stereo sulle orecchie e nelle cuffie la musica dei miei autori preferiti". Leggendo i suoi romanzi, mi sono fatto l'idea che i suoi ascolti vadano dal progressive al jazz contemporaneo, passando per la classica. E' così?
Tullio Avoledo: Ascolto un po' di tutto, in realtà. Sono musicalmente onnivoro. Mio figlio tredicenne ha da poco abbinato allo studio del violino quello della chitarra elettrica, e mi capita quindi di ascoltare anche gruppi nuovi come The Cribs, Wilco, Arctic Monkeys, Mogway...
Ho poi due cantautori francesi che a fasi alterne amo e odio: Miossec e Vincent Delerm. Delerm è il cantante più vicino al mio modo di scrivere. Ad esempio nelle sue canzoni cita spesso la marca di un prodotto, o un certo film: è un modo per agganciare l'attenzione del lettore alle cose, o al passato. Di fargli visualizzare meglio quello che sente. Non per niente Delerm viene da studi di cinema, così come anch'io ho cominciato a scrivere collaborando a delle sceneggiature.
Anche di Eva Cassidy ho tutti i dischi, anche se al momento non li ascolto quasi mai. Si va a periodi. Un altro artista che seguo da una vita è Johnny Marr, il chitarrista degli Smiths. Che adesso suona coi Cribs.
Amo e frequento abbastanza spesso il jazz di Keith Jarrett, Jan Garbarek, Stefano Bollani. Per citarne tre, i primi che mi vengono in mente. E poi i classici, naturalmente: Monk, Parker, Gillespie, Coltrane, che ho citato nel nuovo romanzo... Ella Fitzgerald, Billie Holiday...
Ma la gran parte dei miei acquisti di CD riguarda musica contemporanea o musica sacra: per quest'ultima, diciamo, dal 1400 al 1500; non oltre. Soprattutto inglese: Taverner, Browne, Sheppard, Tallis, Ludford, Carver. E poi Gesualdo, Guerrero, Rebelo, Victoria...
Per la musica contemporanea credo, anzi, sono sicuro, di avere la discografia completa di John Adams, Arvo Pärt, Gavin Bryars. E di Osvaldo Golijov, un compositore argentino che ritengo molto dotato. E poi c'è Thomas Adès, un giovane inglese che ho scoperto al primo disco e continuo a seguire. Terry Riley, Steve Reich, Philip Glass (anche se ultimamente mi sta deludendo)...
Qualche anno fa ho avuto uno sbandamento per la musica sacra di ispirazione ortodossa, che lascia ancora qualche strascico nei miei ascolti: Grechaninov, Ivan Moody, John Tavener...
AAJ: C'è qualche disco a cui è particolarmente legato?
T. A.: I dischi o i brani musicali da cui non mi separerei mai sono "Jesus Blood Never Failed Me Yet" di Gavin Bryars, "Soul Mining" dei The The, "The Protecting Veil" di John Tavener, l'"Adagio per archi" di Barber diretto da Lenny Bernstein, "I Vespri" di Rachmaninov cantati dal St. Petersburg Chamber Choir, le "3 Gymnopedies" di Eric Satie eseguite da Pascal Rogé, la "Sinfonia n. 3" di Henryk Górecky eseguita dalla London Sinfonietta, il "K'vakarat" di Golijov eseguito dal Kronos Quartet. "Jerusalem" di Parry, che è diventato il mio inno. C'è l'ho in dieci versioni, compresa quella di Billy Bragg.
AAJ: Tra i suoi antenati c'è Johann Philipp Kimberger, allievo di J.S. Bach e musicista alla corte di Federico il Grande. E' cresciuto in una famiglia in cui c'è molta attenzione per la musica?
T. A.: Kimberger è un possibile (non certo) antenato lungo il ramo materno. La cosa curiosa è che nessuno, nella famiglia di mia madre, è mai stato interessato alla musica, mentre in quella paterna ho un sacco di zii e cugini che suonano una varietà di strumenti - dal sassofono al clarino. Mio figlio, come dicevo, suona, e anche piuttosto bene, violino e chitarra. Quando dico a qualcuno che Francesco studia violino mi affretto a precisare che lo fa per sua scelta, volontariamente...
Io non so suonare nulla, non ho mai avuto (né tantomeno desiderato) un'educazione musicale. Non so nemmeno leggere uno spartito. Ma senza musica non potrei vivere. Strana, la vita...
AAJ: Veniamo ai suoi libri. Una curiosità: in un'intervista lei ha detto che non ama parlare dei suoi romanzi. Perché?
T. A.Perché molto spesso le persone a cui parlo dei miei romanzi, in pubblico, o anche nelle interviste (e questo è paradossale...) non li ha letti. Diventa un po' come descrivere un quadro a un cieco...
Una volta, ed è un aneddoto che non mi stanco mai di citare, ha chiesto di intervistarmi una giornalista che ha esordito così: "premesso che non ho mai letto i suoi romanzi, mi dicono che ricordano quelli di Kafka. Premesso che non ho mai letto Kafka..."
Con una premessa del genere, non ho ritenuto di ascoltare cosa veniva poi. Magari mi sbagliavo. Magari aveva delle domande fantastiche da farmi. Di sicuro non aveva pregiudizi sulla mia opera...
Anche le presentazioni non mi piacciono più. Dico spesso che presentare un romanzo in un'ora di incontro pubblico è come mostrare un hamburger e dire "ecco una mucca".
Avendo poco tempo libero, cerco di fare solo le cose che mi piacciono, tipo quello che ho fatto ad Acqui Terme il mese scorso: un reading di alcuni miei brani con l'accompagnamento della musica di Boosta, il tastierista dei Subsonica. E' stata una bella serata, che ha oltretutto portato, come direbbe Bogart, a quella che spero sia l'inizio di una lunga amicizia.
AAJ: Nei suoi romanzi la musica è un elemento fondamentale per la caratterizzazione dei personaggi, e a tratti anche delle loro relazioni. Quale processo utilizza per assegnare a ciascun personaggio i gusti musicali o gli album che ascolterà nel corso del romanzo? Ci sono generi musicali che corrispondono meglio di altri a specifici profili psicologici dei personaggi?
T. A.: No, è tutto molto casuale. E' un fatto d'istinto. Quando ho descritto Francesco Salvador, il protagonista di L'ultimo giorno felice, è stato il personaggio, crescendo sulla pagina, a farmi conoscere i suoi gusti musicali, completamente diversi dai miei: King Crimson, Stars...
Il mio personaggio che ha gusti musicali più simili ai miei è senz'altro Giulio Rovedo. Come me, anche lui a volte fa esperimenti tipo giocare a un videogame di guerra con un sottofondo di musica sacra rinascimentale...
Dato che amo anche l'avversaria di Rovedo, Cecilia Mazzi, ho attribuito anche a lei una parte dei gusti musicali di Giulio. E l'ho fatta scopare sul sottofondo del primo movimento della Sinfonia n. 3 di Górecky. Un'esperienza indimenticabile.
AAJ: Lei utilizza la musica anche come "colonna sonora" del romanzo, per sottolineare e commentare le varie situazioni che i personaggi si trovano ad affrontare. Peraltro si tratta di una colonna sonora puramente immaginaria. Immaginaria perché non fruibile attraverso la pagina scritta, e perché la citazione di un brano presuppone che il lettore lo conosca, colga la citazione. Altrimenti si rischia di perdere, o peggio fraintendere, la suggestione. E' un problema che si pone in fase di scrittura? Le piace immaginare il lettore che va a cercare ed ascoltare il brano citato?
T. A.: Un mio lettore mi ha fatto un regalo mandandomi un CD con la "colonna sonora" di "L'Elenco telefonico di Atlantide". Devo dire che era una bella colonna sonora. Mi rendo conto che gran parte dei brani che cito non sono molto conosciuti. Ma mi piacciono i lettori attivi, non pigri. In realtà cogliere le citazioni dei miei romanzi non è obbligatorio per la loro lettura. Diciamo che è un qualcosa in più, come i contenuti speciali di un DVD. A volte ho addirittura inserito nei miei romanzi dei riferimenti che solo una persona poteva cogliere. Era un messaggio diretto, personale. Ma la frase scorreva benissimo anche per chi non poteva cogliere il riferimento. A volte c'è qualche bella soddisfazione, lavorando così.
Qualche mese fa ho scritto e letto a Storyville, un programma di Radio 3, un mio racconto, Different Trains, di cui ho scelto anche la colonna sonora. Sono stato felice quando la redazione mi ha detto che erano tempestati di chiamate che chiedevano i titoli dei brani. Cerco di parlare dei compositori o dei brani che mi piacciono perché è vero che siamo circondati da tanta musica, ma gran parte di quello che ci viene imposto all'orecchio (dalla radio, in ascensore, in aereo...) è musica brutta, stupida. I tesori musicali restano sepolti, sono difficili da trovare, da fruire. Ma meno oggi che un tempo. Tramite internet è possibile completare la discografia di un autore, cosa che anni fa, quando dovevi girare fisicamente per i negozi, era tutt'altro che agevole. Basta volerlo (e, ovviamente, averne i mezzi economici: ma nell'era di eMule e del peer to peer le scorciatoie sono tante) e la musica si trova.
Allora è come se nei miei libri facessi propaganda a favore di quella che io ritengo sia buona musica. Purtroppo la propaganda fatta coi libri ha il potenziale di un petardo, rispetto alle testate nucleari della televisione. Ricorda quando Roberto D'Agostino, col suo tormentone televisivo su L'insostenibile leggerezza dell'essere, lanciò Milan Kundera al vertice delle classifiche di vendita italiane?
AAJ: Visto il ruolo che la musica ricopre all'interno dei suoi romanzi, ha mai pensato di trasporli in forma di audio-libri?
T. A.: Non amo gli audio-libri. Non mi piace nemmeno sentir leggere un mio brano da un attore. Mi dà fastidio. L'incontro con il lettore richiede la pagina scritta. Ovviamente non ho nulla contro le traduzioni in Braille dei miei romanzi, ma credo che il contatto tra il lettore e l'opera che legge debba essere personale, non filtrato da nulla se non dalla fantasia di chi legge, e che è chiamato a immaginare l'aspetto e, sì, anche la voce, dei personaggi. E la voce di un attore è un filtro non poco pesante.
AAJ: Tornando al tema "colonna sonora". I suoi personaggi ascoltano quasi sempre dischi. Dischi che scelgono accuratamente, in funzione del proprio stato d'animo, spesso usati come rifugio, come "camera di decompressione" in situazioni particolarmente difficili. La radio invece è ascoltata solo occasionalmente, per lo più in auto. C'è corrispondenza tra le modalità di fruizione della musica da parte dei suoi personaggi, e le sue personali?
T. A.: La mia famiglia vive in spazi relativamente angusti, per cui è impensabile che io ascolti certi brani attraverso le casse Bose del mio impianto. Devo quindi ricorrere per necessità alla cuffia, ma non è un'esperienza che mi esalti. Mi rifaccio in auto, quando viaggio da solo e posso ascoltare musica a tutto volume. Tutto qui.
Quanto alla radio, c'è il fatto che molto spesso i disc jockey sono di un'imbecillità imbarazzante.
In generale i miei personaggi amano scegliere, non vogliono che venga loro imposta la musica che ascoltano. I due protagonisti di "La ragazza di Vajont", al ristorante, per esempio, sono costretti ad ascoltare dalla radio del locale una canzone sui caduti di Nassirya composta ed eseguita dall'Orchestra Bagutti. Quella canzone è del tutto distonica con la scena e con il clima del libro. Con quella pagina ho detto, credo, tutto quello che avevo da dire su certe radio e certa musica. Anche se a volte, di notte, capita di imbattersi in frequenze strane. Ascoltare la radio di notte, in auto, è un'esperienza che a volte mi piace fare. Mi piacerebbe scrivere un racconto su uno che ascolta la radio su un'autostrada deserta poco prima dell'alba e capta alla radio un programma da un universo alternativo, o dal regno dei morti. Sarebbe una buona idea, credo. Spero che nessuno me la rubi, dopo aver letto quest'intervista.
AAJ: In "Lo Stato dell'Unione" c'è un personaggio, Rabo Mishkin, che si lancia in giudizi molto sprezzanti nei confronti di alcune musiche:
"Adesso ascolti Eleni Karaindrou" fa, scimmiottando un accento blasé sul nome dell'artista. "Sai cos'è un indice della nostra decadenza? Lo vuoi sapere? E' tu che ascolti Eleni Kacatù, ascolti Brad Merdau ... musica svigorita, intellettuale, fatta per l'ozio. Musica del cazzo che passa dall'orecchio al cervello, senza passare per lo stomaco. Senza passare per il fegato. Per i coglioni. Mentre tutto intorno a noi c'è un mondo che si sveglia al ritmo di una musica energica e vitale. Un mondo che ha trombe e tamburi nella colonna sonora. Che rende lode in musica ai vecchi dei combattivi e sanguinari. Hai mai sentito certe musiche slave? Musiche contadine, energiche, vitali. Quando le hai sentite, capisci da dove saltano fuori la violenza. I Kalashnikov. La pulizia etnica. E la musica africana?".
Si tratta di uno sfogo che mi ha molto divertito e che ho trovato - meglio di mille recensioni più o meno argomentate - rivelatore su certa musica e su certi cosiddetti ascoltatori raffinati. Era uno sfogo solo del personaggio, o anche suo personale?
T. A.: Ah, Rabo è uno che ascolta Goran Bregovic, Sezen Aksu, Khaled, Staff Benda Bilili... Gli piace persino il "turbo folk" che faceva da colonna sonora alle stragi delle Tigri di Arkan...
Rabo non è affidabile. Le mie opinioni non sempre coincidono con le sue. Anche se a volte...
In generale non mi piacciono gli artisti sopravvalutati: Allevi, Einaudi, tanto per non fare nomi. Come in letteratura, anche nella musica non sempre la fama è in funzione della qualità del prodotto. Anzi, quasi mai. Credo di aver fatto dire a Rabo Mishkin quello che penso su un certo modo ieratico di ascoltare la musica, soprattutto ai concerti. Mehldau non è male, ho quasi tutti i suoi dischi. Ma non mi sembra niente di straordinario. Un altro artista che non mi dice nulla e che trovo decisamente sopravvalutato è Michael Bublé. Su Michael Nyman sospendo il giudizio. L'ho ascoltato dal vivo, mentre accompagnava al piano un film muto di Vigo, e l'effetto è stato notevole, mi ha persino ispirato un racconto. La Karaindrou, per la gran parte dei brani che ha composto, va bene come musica d'ambiente per un ristorante giapponese. Quindi scrivere quella pagina di sfogo è stato un atto terapeutico. Una volta, a un concerto di viole da gamba, mi sono addormentato e ho cominciato a russare. Tutto intorno a me la gente era rapita in estasi. O fingeva splendidamente di esserlo. Io continuo a ritenere che la viola da gamba sia lo strumento più vicino, per suono ed effetti, a un gatto scuoiato vivo. Ma guai a dirlo: la musica che ascolti in certi posti è sacra! Nessuno si alza in piedi a urlare "E' una boiata pazzesca!".
Mi fa soffrire vedere, come mi è capitato, sedie vuote a concerti di gruppi eccezionali come gli Hilliard Ensemble o i King's Singers, mentre l'ultimo coglioncello che va in televisione riempie gli stadi. Il problema è quello: la televisione. Un lunedì sera, in libreria, ho visto entrare una coppia di anziani. Hanno chiesto "il libro di quel direttore d'orchestra, mi pare un francese, o un ebreo". La commessa ha messo su una faccia bovina (non molto diversa da quella che ha di solito). Poi ho capito che si riferivano all'autobiografia di un direttore d'orchestra argentino, non francese, che era apparso a presentare quel libro in un famoso salotto televisivo la sera prima. Non so cosa ne abbiano fatto i due vecchietti, di quel libro che alla fine è saltato fuori e hanno comprato. Auguri. Leggendo anche riviste di musica mi imbatto spesso in recensioni iperboliche di dischi che poi alla prova dell'ascolto si rivelano, appunto, "una boiata pazzesca". Guarda caso, spesso sulla stessa pagina della recensione positiva, o alla pagina dopo, trovi una pubblicità a pagamento del disco recensito. Non è che mi meraviglio, o che mi scandalizzo. E' che mi chiedo se questo, alla lunga, giovi davvero al mercato della musica. O del libro.
AAJ: E' appena uscito il suo ultimo libro. Ce ne vuole parlare?
T. A.: Il mio nuovo romanzo, "L'anno dei dodici inverni," è uscito il 10 novembre, il giorno dei funerali di mio padre, che purtroppo è riuscito solo a tenere in mano la copia-staffetta del libro e a farmi un segno di approvazione vedendone la copertina.
E' una storia d'amore, che prende in prestito gli stilemi e l'armamentario della fantascienza (i viaggi nel tempo, gli universi paralleli) per dire che il tempo è compresente: oggi, ieri, domani sono reali adesso, insieme. E' solo la nostra prospettiva lineare che ci fa pensare esistano il passato, il futuro, e quell'illusione assoluta che è il presente. Se disegniamo su un foglio la vita di un essere umano come una linea retta, con un punto d'inizio alla nascita e un punto finale che è la morte, per noi che osserviamo dall'alto la linea disegnata tutta la vita è presente, è visibile. E' solo all'interno di quella linea, sul percorso in cui l'essere umano è un puntino in movimento, che è impossibile avere questa percezione. Ho cercato di trasporre questo concetto in un romanzo che scompagina le classiche categorie temporali. Se parlassi della trama, purtroppo finirei per rivelare troppo. Diciamo che è la storia di un uomo che torna nel passato per disfarlo e rifarlo meglio, in modo da salvare la donna che ha amato. E' un po' il mito di Orfeo ed Euridice, ma alla rovescia. L'unico modo in cui l'uomo può salvare la donna amata è facendo sì che lei non lo incontri mai...
Ci sono dei bei personaggi, e molte storie d'amore, intrecciate in modo complesso.
Credo sia di gran lunga il libro più bello che ho scritto. Questo non vuol dire che avrà successo. Anzi. Sto leggendo l'ultimo parto di Dan Brown, e lo trovo totalmente illeggibile. Eppure è in testa alle classifiche mondiali. Mi sono permesso di prenderlo un po' in giro quell'autore, fra le pagine del mio romanzo...
AAJ: Le musiche citate nel libro?
T. A.: Coltrane, Michel Sardou ("Raconte une histoire"), Vincent Delerm ("Shea Stadium," una canzone brevissima), e quel capolavoro di Pat Ballard che è "Mr. Sandman". Questo brano è la chiave del romanzo, sia in quanto è citato nel videogioco Fallout 3 (che è un elemento importante della trama del libro, anche se non voglio anticiparne il perché), sia perché è stato eseguito anche dalle Puppini Sisters, un trio vocale inglese che mi ha colpito per la loro rielaborazione di "Panic," un brano degli Smiths. E' stata un'autentica folgorazione ascoltare un brano degli anni '80 eseguito nel 2008 con lo stile degli anni '40. Semplicemente fantastico. Il romanzo è nato da lì. Da quella canzone un po' stupida. Ma come diceva la protagonista di un film di Truffaut, "Le canzoni, più sono stupide, più sono vere".
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