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Terre Sonore 2026

Terre Sonore 2026

Courtesy Eleonora Pandolfi

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Terre Sonore 2026

Vari luoghi

Provincia d Pesaro e Urbino

1—31 agosto 2026

  "Un'esperienza collettiva, un festival in movimento che attraversa la provincia di Pesaro e Urbino come un filo invisibile capace di cucire insieme paesaggi, suoni e storie, ...in cui il territorio diventa il vero protagonista: un palcoscenico diffuso, vivo, che accoglie artisti, spettatori e abitanti in un abbraccio autentico e generoso." Con parole di questo tenore la presentazione in catalogo di Adriano Pedini sintetizza lo spirito di Terre Sonore, la rassegna a cui lo stesso direttore artistico ha iniziato a dar vita sei anni fa, qualificandola come prosecuzione, ma dall'identità del tutto autonoma, di Fano Jazz by the Sea. Durante tutto il mese di agosto quest'anno si sono svolti 25 concerti che hanno coinvolto 21 comuni, richiamando un pacato, curioso e attento popolo del jazz, per lo più di mezza età, che è migrato di luogo in luogo invadendolo pacificamente. Un fatto decisamente incoraggiante è che di anno in anno questo pubblico è aumentato e si è consolidato, sancendo il successo di una manifestazione che ha molte frecce al suo arco divenendo stimolante sotto tanti punti di vista. La mia frequentazione del festival, per quanto saltuaria, mi ha dato l'opportunità di assistere a cinque eventi particolarmente significativi sotto il profilo paesaggistico, storico-culturale e musicale.   

Una situazione del tutto bucolica si è goduta a Borgo Pace, dove la Casa della Scrittura, in sasso vivo e immersa nel verde, si affaccia alla confluenza del Meta e dell'Auro, due placidi torrentelli che intrecciano le proprie limpide acque per formare il Metauro. Nella calma dell'ora che precede il tramonto, e in un fresco insolito in questa estate torrida, si è esibito il duo sardo Pierpaolo Vacca—Dj Cris: il primo, specialista di organetto diatonico, non teme di arricchire e deformare le sonorità del suo strumento con l'uso dell'elettronica, pur mantenendo melodie e ritmi di fondo aderenti alla tradizione popolare di provenienza. Anzi l'ormai collaudata collaborazione con Dj Cris, che manovra con disinvoltura giradischi, scratch, samples e live electronics, estende quelle possibilità alchemiche, evitando tuttavia di raggiungere esiti radicali e stranianti.    

Totalmente diversa l'atmosfera che si è respirata all'interno dell'austera chiesa romanica dell'Abbazia Benedettina di San Lorenzo in Campo, che ha accolto l'altrettanto rodato duo Giovanni Ceccarelli—Ferruccio Spinetti. Il pianista marchigiano e il contrabbassista campano, che nel recente passato hanno tributato due diversi omaggi discografici sia a Michel Legrand che a Ennio Morricone, entrambi maestri nel concepire colonne sonore memorabili, dal vivo hanno alternato in un serrato ping-pong temi del compositore francese e altri dell'italiano. Da parte dell'empatico duo è stato così proposto un confronto ravvicinato fra brani di un'eleganza delicata, poetica e insinuante e altri movimentati da un'impronta più diretta, evocativa, a tratti relativamente più scabra e popolaresca, con il pizzicato di Spinetti che in alcuni casi si è imposto in modo fin troppo perentorio.

Ma è il caso di soffermarsi su due formazioni in rappresentanza di una certa ricerca attuale giovanile. Nell'accogliente parco di Palazzo del Monte a Mombaroccio si sono esibiti i Kolosso, ottetto che da un paio d'anni si è formato a Bologna—ma i suoi membri provengono da ogni angolo d'Italia—mettendo a punto i suoi meccanismi sotto la guida del polistrumentista, compositore e arrangiatore Davide "Kid" Angelica; nel 2025 il collettivo ha edito per la Sghetto Records Over, il suo primo album. Sonorità ampie, liquide, avvolgenti sono state emanate da tastiere, elettronica, synth, chitarra e quant'altro, mentre una fitta, incalzante trama ritmica è stata assicurata dal percussionista Gaetano Alfonsi e dall'ormai affermato batterista Marco Frattini. Particolarmente agguerrita si è imposta la front line che comprende gli ottimi Matteo Pontegavelli alla tromba, il reggiano Daniele Nasi al tenore e soprano, vincitore del Premio Gaslini nel 2023, ed il contraltista Federico Califano, dalla personale voce spigolosamente nervosa. Ma sono stati gli arrangiamenti del leader a sovrintendere il tutto, amalgamando in una narrazione compatta e visionaria le entrate, le esposizioni all'unisono, i pedali risonanti, gli intrecci dei collettivi e gli interventi solistici, ora ampiamente articolati ora di sintesi lapidaria.

Di recente formazione, ma diversissimo per orientamento estetico, è anche il quartetto cosmopolita e (quasi) del tutto acustico La Via del Ferro, già ascoltato nel 2025 al Bergamo Jazz Festival. Lo costituiscono il britannico Alex Hitchcock al sax tenore, il neozelandese Myele Manzanza alla batteria e due italiani, ma ormai cittadini del mondo: Maria Chiara Argiro e Michelangelo Scandroglio, rispettivamente pianista e contrabbassista. Ognuno di loro contribuisce al repertorio con propri brani, che tuttavia presentano andamenti dinamici abbastanza analoghi fra loro: a un incipit per lo più enigmatico e compassato fa seguito un graduale crescendo organico e coinvolgente comprendente vari spunti solistici, per poi regredire su toni riepilogativi più sommessi e languidi nella conclusione. Nella panoramica Rotonda dell'Infinito a Barchi, Comune di Terre Roveresche, la pronuncia persuasiva e coinvolgente di Hitchcok è stata affiancata dal pianismo reiterato della Argirò, una sorta di bordone d'appoggio a tratti un po' fosco, mentre l'accoppiata basso—batteria è emersa in evidenza per la notevole coesione e l'assortimento di pulsanti soluzioni.      

L'esperienza più esaltante, per l'empatia del rapporto umano, per il trascinante impatto del messaggio musicale e per la frastornante bellezza del panorama al tramonto, con la vista sulle colline circostanti e all'estremo orizzonte il minuscolo picco di San Marino, si è consumata nel piccolo borgo di Sorbolongo, frazione di Sant'Ippolito racchiusa da robuste mura e abitata da una cinquantina di anime. Paolo Angeli con la sua chitarra sarda preparata, sulla quale verso il termine del concerto ha sostenuto un dettagliato e simpatico "mini-master," ha tenuto un concerto di un'ora e 45 minuti, che ha incatenato l'attenzione del pubblico, intrecciando vari temi tratti dai suoi ultimi album. Alternandosi allo strumento ed alla voce, l'artista gallurese è riuscito a far convivere sperimentazione e tradizione popolare, passando da slanci lirici a momenti di narrazione biografica, da intricate elaborazioni sonore a poetiche e malinconiche decantazioni, da vivaci e drammatiche denunce sulla degenerazione del sistema globale a più concilianti espressioni di speranza... Il fatto che alla fine del concerto una buona parte degli spettatori abbia attorniato il chitarrista per oltre mezz'ora, continuando con lui il confronto e il dialogo, è stata la dimostrazione lampante della straordinaria forza comunicativa e aggregativa che caratterizza il lavoro di certi artisti creativi.

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