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Novara Jazz: Improveu e la musica nel Parco del Ticino

Neri Pollastri By

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NovaraJazz
Varie sedi nel Parco del Ticino
25-27.5.2018

Tra le caratteristiche peculiari di NovaraJazz spiccano da un lato i progetti originali promossi dal festival e sviluppati grazie a delle ospitate di artisti in residenza, dall'altro i concerti proposti in luoghi atipici, a contatto con la natura, conservatasi nei dintorni della città piemontese grazie al Parco Naturale del Ticino. Il primo dei tre fine settimana della rassegna di quest'anno (dopo l'apertura del giovedì con il NovaraJazz Collective) ha messo a frutto entrambe queste peculiarità, presentando in concerto la formazione originale in residenza e, nei due giorni successivi, facendo suonare i suoi quattro musicisti in formazioni diverse presso vari luoghi del Parco.

Curata da Enrico Bettinello e ospitata presso la Cascina Bullona, nella campagna di Magenta a due passi dal Ticino, la residenza di quest'anno vedeva coinvolti quattro musicisti provenienti da tre diversi paesi europei: gli italiani Silvia Bolognesi e Emanuele Parrini, la sassofonista finlandese Linda Fredriksson e il batterista norvegese (di fatto operante in Danimarca) Håkon Berre, raccolti in una formazione denominata Improveu. I quattro si sono ritrovati a inizio settimana e hanno lavorato cinque giorni su vari materiali, in una grande terrazza coperta, la stessa che ha ospitato il concerto, circondati solo dalla campagna e dagli animali della cascina. L'isolamento e l'ambientazione hanno senz'altro favorito da un lato l'affiatamento tra di loro —alla fine erano raggianti per l'incontro, da tutti definito raro per affinità artistiche e umane —e dall'altro la messa a punto del progetto musicale.

Il venerdì sera è infatti andata in scena una suite di circa quarantacinque minuti, basata su materiale scritto anche se di fatto largamente improvvisata, nella quale era tangibile il riferimento a rumori (quelli dell'ambiente circostante), parole (alcune di quelle, come ha spiegato al termine Bolognesi, risuonate nelle diverse lingue durante il loro incontro) e processi di aggregazione (quelli sviluppati nei giorni precedenti per dar vita a una musica condivisa). La suite è così iniziata con suoni disgregati —colpi d'ancia del baritono della Fredriksson, rumori scaturenti dai molti oggetti del set percussivo di Berre, artifici vari delle corde dei due archi -che interagivano tra loro, inizialmente soffusi ("crepitio" era una delle parole da cui tutto prendeva il via) poi via via sempre più intensi, in un crescendo dinamico che è diventato esplosivo grazie alla stupefacente potenza della solo apparentemente esile sassofonista e all'intensità del drumming di Berre, sorprendente anche per varietà di stilemi e di timbri. In questa fase il contrabbasso costituiva l'architrave della musica, mentre il violino faceva da contrappeso al sax baritono, sia per tono, sia per forme espressive, sempre atipiche ma più distese e quasi liriche rispetto a quelle del sax.

Nel prosieguo, sviluppatosi senza soluzione di continuità, le situazioni sono mutate ripetutamente, in particolare per il passaggio della Fredriksson dal baritono al contralto, con il quale ha mantenuto l'intensità ma ha mutato espressività, producendosi in frasi meno minimali e più elaborate, mostrando una forte originalità stilistica. Notevole da parte di tutti i protagonisti la varietà espressiva, che ha visto Parrini passare con frequenza dall'archetto al pizzicato anche all'interno dello stesso assolo, Bolognesi ritagliarsi anche un assolo al limite della cantabilità, Berre inventare mille suoni e mutare costantemente ritmi e dinamiche. Un esempio quindi di avanguardia europea, che riunisce virtuosamente esperienze diverse vissute ai due opposti estremi del continente e che nelle intenzioni dovrebbe prossimamente attraversarlo in lungo e in largo in tournée. C'è da sperarlo, perché si tratta già ora di una musica fresca e ispirata, che può crescere ancora molto.

L'ultima affermazione ha trovato peraltro conferma nei due giorni seguenti, quando i medesimi musicisti hanno dato vita a performances in solitudine o in formazioni ridotte, mettendo in luce tutte le loro potenzialità e aprendosi a situazioni parzialmente diverse.

La prima occasione è stata il duo tra Fredriksson e Bolognesi, andato in scena nella suggestiva cornice del Mulino Vecchio di Bellinzago, parte del Parco del Ticino, alle tredici del sabato. Concerto abbastanza breve, in parte condizionato dal caldo, che ha comunque visto un fittissimo dialogo improvvisato, in buona parte dominato dalla esuberante sassofonista finlandese, la quale ha ripreso gli stilemi della sera prima, producendosi in celle espressive con il baritono e disegnando linee più ampie con il contralto, in serrato il rapporto con il contrabbasso.

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