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Interview

Nicholas Remondino: tra musica contemporanea e improvvisazione elettroacustica

Nicholas Remondino: tra musica contemporanea e improvvisazione elettroacustica
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Batterista, sperimentatore delle possibilità dell'elettronica, improvvisatore aperto a tutti i generi musicali, Nicholas Remondino è musicalmente cresciuto a Siena tra i laboratori del compianto Alessandro Giachero, con il quale ha dato vita al quartetto Sonoria, e quelli di Stefano Battaglia, con il quale ha partecipato alle varie edizioni dell'Ensemble Tabula Rasa. Recentemente è uscito un suo interessante e singolare CD, The Deafening Moment of the Whistle After the Noise, a nome Lamiee, realizzato assieme al Dròlo Ensemble (clicca qui per leggerne la recensione), il cui ascolto ci ha spinto a cercarlo per conoscere meglio il suo lavoro e la sua personalità musicale.

All About Jazz: Sei un musicista piuttosto giovane e non ancora molto noto, perciò comincerei da qualche indicazione biografica.

Nicholas Remondino: Sono piemontese, di Alba, e fin da quando ho iniziato a suonare, da bambino, sono sempre stato aperto alle esperienze musicali più varie, che mi hanno dato l'opportunità di collaborare con musicisti anche molto diversi tra loro. Questa cosa ha anche fatto sì che, specie negli ultimi anni, abbia vissuto una vita molto nomade: ho iniziato vivendo alcuni anni a Siena, frequentando Siena Jazz e l'Accademia Chigiana; da lì poi mi sono sempre più spostato inseguendo le opportunità dei concerti e le occasioni di sviluppo dei vari progetti musicali, che mi hanno infine portato sempre più spesso in Friuli, dove ho molte collaborazioni, tanto da sentirmi oggi quasi più friulano che piemontese.

AAJ: Cosa fai in Friuli?

NR: A parte le frequenti occasioni nello studio di Stefano Amerio, dove abbiamo registrato i dischi dell'Ensemble Chigiana—Siena Jazz, collaboro con un cantautore che si dedica al recupero del dialetto carnico, Massimo Silverio, che sta svolgendo un lavoro preziosissimo su quel materiale; poi c'è Elsa Martin, con la quale già collaboro nell'Ensemble senese, il regista Giulio Squarci, il sound artist Massimo Toniutti e il cantautore (targa Tenco) Loris Vescovo, artisti che reputo di grandissima sensibilità, e anche il festival sulle lingue minoritarie SUNS.

AAJ: A Siena sei arrivato per ragioni di studio: per Siena Jazz o per la Chigiana?

NR: Per Siena Jazz. Poi, nell'ultimo periodo, ho frequentato maggiormente la Chigiana, iniziando con i laboratori di Stefano Battaglia, poi con quelli di Ernst Reijseger, infine per quest'attività stabile che dal 2019 ha Tabula Rasa, anche se da allora i membri sono in larga parte mutati. Inoltre ho conosciuto musicisti straordinari con cui sono cresciuto molto e con cui collaboro spesso come Vieri Cervelli Montel, Andrea Silvia Giordano, Francesco Panconesi, Luca Sguera e Cosimo Fiaschi. E poi c'è stata l'esperienza, per me veramente fondamentale, con Alessandro Giachero e con il suo quartetto Sonoria. Che purtroppo è definitivamente finita, ma che è stata davvero molto molto potente.

AAJ: Puoi spiegarcene le ragioni?

NR: Anche quando vivevo in Piemonte praticavo l'improvvisazione, frequentando la scena torinese, ma certo in modo assai meno consapevole, seppur conoscendo figure preziose e importantissime come quella del contrabbassista Michele Anelli, al quale devo moltissimo e con il quale divido il progetto OORT, tra sound art e improvvisazione. Con Battaglia e Giachero, invece, ho vissuto un momento di fortissima crescita e di forte rivelazione, che ha gettato i semi per tutto quel che ho fatto dopo, sia in solo, sia con Dròlo Ensemble, sia con ŌTONN (duo elettroacustico con Andrea Silvia Giordano) e con il progetto di Vieri Cervelli Montel.

AAJ: In effetti, pur nelle differenze, si possono cogliere affinità tra il lavoro di Sonoria e Lamiee. Puoi dirci qualcosa dell'esperienza con Sonoria?

NR: Tutto nacque da un laboratorio messo a punto per una trasferta in Norvegia, in occasione di una collaborazione tra Siena Jazz e l'Accademia NMH di Oslo. Dopo quell'evento, però, ci rendemmo conto che si trattava di una cosa che meritava di essere portata avanti. La formazione era leggermente diversa, prevedeva una seconda chitarra, quella di Dario Salerno, che poi ha abbandonato a causa della distanza da Siena; ciononostante abbiamo deciso di proseguire con la formula del quartetto, continuando il lavoro iniziato Cosimo Fiaschi e Emanuele Guadagno. Si trattava infatti di lavorare sull'aspetto del timbro tramite l'improvvisazione e questo per me fu travolgente: in quegli anni infatti stavo studiando molto il linguaggio jazz, mentre quel che facevamo con Alessandro era una sorta di sua destrutturazione, che costringeva a rivederne il senso e vivere in modo diverso la musica.

Pensare la musica partendo dal timbro, a prescindere dal genere, cambia interamente la prospettiva con cui suoni, così come cambia il rapporto con il silenzio, che infatti era centrale in quel che facevamo con Alessandro. Un lavoro estremamente rigoroso, che travalicava i momenti in cui suonavamo e coinvolgeva anche le prove e i momenti insieme: si trattava di un unicum, entro il quale il silenzio era il momento decisivo da cui iniziare per costruire partendo da una pagina bianca. Quindi non solo suonare, ma prima ancora pensare e immaginare la musica, lavorando sul proprio timbro, ma anche e soprattutto sul materiale che gli altri mettevano in gioco. Una cosa—credo di poter parlare anche a nome di Emanuele e Cosimo—estremamente formativa. Poi purtroppo Alessandro se n'è andato all'improvviso e la cosa è finita, perché senza di lui è assolutamente irripetibile, ma quel lavoro ha prodotto dei semi che restano e che sta a noi far germogliare.

AAJ: Certo, irripetibile, perché una cosa del genere, nata dalla mente e dalla sensibilità di un personaggio come Alessandro, con la presenza di un artista e di un pianista qual egli era, non è replicabile con una banale sostituzione. Resta il seme, di cui tu parlavi e che anch'io evocavo nella recensione del secondo disco di Sonoria, uscito quest'anno. Che mi pare di veder germogliare in questo disco che hai appena pubblicato. Un progetto tuo proprio, se non sbaglio.

NR: Sì, è mio e prende sicuramente ispirazione dall'esperienza Sonoria. Anche qui si tratta di una ricerca sul timbro, tuttavia sviluppata in un modo diverso e più specifico, che nasce dall'imitazione acustica del suono del feedback, una cosa che avevo iniziato a fare in solo a seguito della mia crescente frequentazione dell'elettronica. In pratica il disco nasce da una traccia che avevo creato, "Limina I," tra feedback, gran cassa preparata, piatti, corno francese (Martin Mayes) e flauti (Mariasole De Pascali); dopo averla realizzata mi sono reso conto che certe cose che stavo sperimentando avrei voluto traslarle e capirle in un ensemble. Ho perciò deciso di radunare un po' di musicisti per provare a fare degli esperimenti assieme a loro. Anche accettando la sfida che il lavoro, con alcuni altri strumenti, potesse essere particolarmente difficoltoso. Tutto questo, inoltre, accadeva in un momento in cui era ancora piuttosto difficile radunare fisicamente per le prove una formazione numerosa—eravamo ancora in regime di restrizioni pandemiche—cosicché ho dovuto escogitare un modo per riunire separatamente organici più piccoli. Il disco è perciò stato realizzato da due sezioni di musicisti, che sono pensate e costruite assieme, ma hanno suonato separatamente, anche se a ciascuna sezione proponevo lo stesso tipo di processo. Anzi, mi interessava molto poter sviluppare lo stesso tipo di ricerca timbrica con due organici e con personalità artistiche diverse.

AAJ: Come avete registrato?

NR: Separatamente: una formazione di sei musicisti e l'altra di cinque. E abbiamo registrato molto, diverse ore di musica, che sono poi state sottoposte a un lavoro di editing che ha rispettato i momenti di improvvisazione per quello che erano, ma che è stato un vero e proprio momento compositivo: per me si è trattato di una terza sezione di lavoro, nel quale ho cercato di dare una forma a un materiale vastissimo. Certo, avrei anche potuto fare un disco di otto ore... Ma, a parte l'impraticabilità, non era quel che volevo: mi interessava invece dare compositivamente un limite e un senso al lavoro di improvvisazione.

AAJ: C'era una base scritta per quel che avete registrato?

NR: No.

AAJ: E che indicazioni avevi dato ai musicisti?

NR: Avevo presentato fondamentalmente due processi: il primo era l'imitazione acustica del suono del feedback, generato con un sistema di speakers direttamente sulla pelle della grancassa; un suono quindi di natura molto instabile che direzionava in qualche modo quello degli strumenti acustici. Il secondo invece si basava sull'imitazione del suono acustico del set di batteria preparata, in modo che fosse a sua volta un suono estremamente concrète, quasi elettronico. L'obiettivo era quello di ottenere, grazie all'imitazione, un timbro unico dell'ensemble, anche operando—grazie alla lezione di Alessandro—in modo da "togliere l'ego," riducendo al minimo il fraseggio escludendo il concetto di solo legato al singolo musicista. Sicuramente, partendo da questi due processi, i musicisti hanno saputo espandere e sviluppare moltissimo il concept, trovando una loro sintesi che mi ha davvero colpito.

AAJ: E il lavoro successivo, quello di editing, come si è svolto?

NR: Lì ho ripreso tutto il materiale, ho cercato le forme che mi sembravano più adatte, talvolta lavorando di nuovo, a distanza, con alcuni musicisti. Un processo complessivo molto elaborato, che alla fine rispetta l'idea che avevo, ma che—questo lo devo soprattutto ai musicisti—è andato anche oltre a quanto potevo immaginare. E anche all'azzardo che tutto il progetto rappresentava, che—lo dico chiaramente—poteva anche concludersi con un completo fallimento.

AAJ: La traccia guida, quella della gran cassa e del feedback, era la medesima nelle due sedute di registrazione?

NR: No, era diversa. Anzi, di fatto è come se avessi fatto due dischi diversi, aventi in comune un'idea e tenuti assieme dalla precisa intenzione di andare a comporre un unico ensemble. La sfida era trovare il modo di combinare i due gruppi in modo da creare soluzioni nuove e inaspettate. Molto creativo.

AAJ: Noto che i musicisti che hai scelto sono perlopiù piuttosto giovani.

NR: In realtà ho voluto mischiare musicisti provenienti da generazioni diverse proprio perché mi interessava vedere le differenti reazioni agli stimoli che proponevo loro, sulla base delle loro esperienze. Sicuramente si è creato un bellissimo ambiente, grazie anche all'accoglienza del Rubedo Recordings, studio di registrazione di Manuel Volpe, che ha registrato le due sessioni con estrema perizia.

AAJ: Osservo anche che la maggior parte dei protagonisti ha una matrice stilistica non propriamente jazzistica, sebbene spesso formatisi a partire dal jazz.

NR: Questo perché avevo la necessità di trovare musicisti aperti e pronti a sperimentare nuove soluzioni. Con alcuni di loro lavoravo già da tempo, con altri invece è stato più una scommessa, ma devo dire che fin dalla prima registrazione ho percepito che l'avremmo vinta, perché c'era ben più che semplice interesse: c'era il desiderio di creare qualcosa che ho percepito come profondamente curato, prezioso e magico. Forse in questo ha inciso anche il fatto che uscivamo da un periodo buio come quello della pandemia, in cui era facile smarrire la forza e l'energia creativa, che invece ho sentito pulsare, viva e libera in occasione di quelle sessioni.

AAJ: L'altra faccia di quel brutto periodo, quella che ho sentito ricordare positivamente da molti musicisti: chi non si è lasciato andare alla disperazione e alla depressione, ha utilizzato il tempo forzatamente libero per maturare nuove idee e far crescere la voglia di fare cose che potessero andar oltre l'ordinaria routine del "mestiere di musicista."

NR: Anch'io faccio parte di quella "scuola": quando ci siamo dovuti fermare, mi sono subito reso conto che avevo un sacco di tempo per fare cose che altrimenti sarebbero state sorpassate da altre priorità; così, ho prima sperimentato in solo, poi messo a punto e realizzato l'idea di questo disco.

AAJ: Puoi spiegare il nome del progetto e i singolari, ma anche francamente criptici titoli delle varie parti?

NR: Si tratta di parole in dialetto piemontese, una lingua che negli ultimi anni sto riscoprendo e studiando. La scelta l'ho fatta guidato, oltre che dal loro significato, dal modo in cui le parole sono scritte, che trovo molto evocativo. Per ogni pezzo infatti ho scelto tre aggettivi/evocazioni, che descrivono sia gli aspetti narrativi, sia le caratteristiche timbriche e gestuali del brano. Detto diversamente, le parole dovrebbero evocare il suono del brano a cui si riferiscono e il loro percorso narrativo. Dròlo invece, il nome dell'Ensemble, significa strano, atipico.

AAJ: Si potrebbe dire che si tratta anche in questo caso di un lavoro sul timbro... Invece Lamiee cosa significa?

NR: Secondo la mitologia greca, la lamia è una figura femminile mezza umana e mezza animale, assolutamente tragica, sinonimo di strega/fantasma, rapitrice di bambini e uomini. Anche in questo caso, però, il rinvio è alla tradizione piemontese e a un lavoro che avevo fatto durante il primo lockdown sulle "masche," sorta di streghe appartenenti a un'antica tradizione di origine celtica, che come le lamie hanno forma non ben definita, soggette al mutamento. In quel caso avevo operato tanto sul timbro quanto sul recupero di questa tradizione, trasferendo tutto sul mio strumento, cioè la gran cassa preparata, trovando infine una sintesi che prese il nome di Fisica, mio primo progetto discografico, pubblicato dalla label losangelina, Dinzu Artefacts, e che vedeva già la partecipazione di Andrea Silvia Giordano, Mariasole De Pascali, Martin Mayes e Andrea Dellapiana (con cui divido il progetto folk Byenow). Frutto della stessa ricerca è stato anche Oltra Lament un EP sempre uscito nello stesso periodo (Never Anything Records), che mostrava la forma opposta di Fisica, l'altra faccia della medaglia del concept. Mi piace quindi pensare che la musica che faccio, proprio come queste figure misteriose delle masche, sia fatta di forme mutevoli, in costante trasformazione, frutto di una ricerca che è prima di tutto mia interiore, di tutte le forme che posso essere, nella speranza che chi ascolterà possa ritrovarsi in questo stesso sentire, come un invito a scoprire le proprie forme.

AAJ: Una musica di questo genere si suona dal vivo?

NR: Si suonerebbe se non fossimo in dieci...

AAJ: Questo è un ostacolo magari insuperabile e che potrebbe anche far sì che non la si suoni mai, ma è un problema contingente; io chiedevo se la musica sia strutturalmente praticabile dal vivo.

NR: Sì, la praticabilità c'è, anzi, sto cercando di trovare delle opportunità per farlo. Mi piacerebbe moltissimo vedere cosa succede a suonarla dal vivo.

AAJ: Immagino succederebbe qualcosa di piuttosto diverso da quel che accade nel disco...

NR: Sì, senz'altro. Sarebbero altre forme, guidate però dagli stessi concetti analizzati e condivisi insieme.

AAJ: Altre "lamie..." Dicevamo prima che la formazione include soprattutto musicisti che sono partiti da un ambiente che siamo soliti chiamare jazz e che in diversi casi vi gravitano ancora. Tuttavia, il lavoro che avere realizzato è qualcosa di piuttosto lontano da ciò che suona la maggior parte dei jazzisti, anzi, dubito che molti di loro si sentirebbero di suonarlo. Ecco allora la "classica" e solo apparentemente stupida domanda: definiresti jazz questa musica o ritieni che verrebbe indicata meglio da qualche un'altra "etichetta"?

NR: Sicuramente questa musica è difficile da definire ed etichettare. Mi hanno infatti molto incuriosito alcune definizioni che ne sono state date da chi l'ha ascoltata: "musica da camera," "elettronica..." Dato che non credo troppo nell'etichetta di "musica sperimentale," cercherei qualcosa a metà tra "musica contemporanea" e "improvvisazione elettroacustica." Sicuramente è musica aperta, che cerca di trovare una forma propria, tramite l'improvvisazione intesa come mezzo performativo e soprattutto compositivo. Sicuramente non è musica jazz, no.

AAJ: Ci tengo a sottolineare che in realtà non ritengo così stupida la domanda, perché le famigerate "etichette," pur non potendo pretendere un rigore e una validità assoluti, svolgono comunque funzioni importanti: una è orientare chi, muovendosi in campi complessi e variegati qual è la musica, cerchi comunque qualcosa di circoscritto; un'altra è indicare le direzioni verso cui si evolvono i settori che compongono quel campo. Nel caso del tuo lavoro, credo sia interessante capire come pensa di collocarsi chi la musica l'ha prodotta, dato che—come osservavamo—un po' tutti i musicisti che vi prendono parte, pur partendo dal jazz, praticano anche settori diversi, spesso in misura maggiore che non lo stesso jazz. E, sì facendo, vanno a modificare, arricchendoli, tanto il jazz, quanto settori come la contemporanea o la musica elettronica, proprio grazie alla mutua ibridazione di stilemi, forme espressive, progettualità. Come appunto avviene in questo disco, che ha sonorità che ricordano la contemporanea—lo vedrei bene a Tempo Reale—rispetto alla quale ha tuttavia qualcosa di diverso, di sorprendente, di fresco.

NR: Mi piaceva l'idea di utilizzare il linguaggio improvvisativo come mezzo per ricercare all'interno di un campo di possibilità molto ristretto, un limite che fosse però stimolo per la creatività e la forza espressiva dei performer, in un'ottica di composizione istantanea. L'idea di unico grande timbro credo sia qualcosa che può trascendere i generi e le etichette, e in questo ensemble ho sicuramente trovato un'apertura e una purezza che ha permesso di lavorare in questo senso, in profondità, e di questo sono davvero molto grato ai musicisti. Aldilà delle classificazioni, questo disco per me è diventato molto di più di tutto questo processo, per come ha saputo racchiudere uno dei momenti più intensi e tragici della mia vita, periodo che ha influenzato moltissimo le scelte che hanno determinato la forma finale di questo lavoro. Ho voluto quindi sottolineare questo con il titolo dell'album, "il momento assordante del fischio dopo il rumore": il rumore inteso come trauma e il fischio sottile e penetrante inteso come strascico del dramma che, dopo essersi rivelato, diventa assordante nel silenzio.

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