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Linda May Han Oh ft. Quartetto Artemisia al Roma Jazz Festival

Serena Antinucci By

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Linda May Han Oh ft. Quartetto Artemisia
Roma Jazz Festival
Auditorium Parco della Musica
5.11.2019

Nel volto sorridente di Linda May Han Oh c'è l'immagine della scoperta e della sfida. Il suo live all'Auditorium Parco della Musica, per il Roma Jazz Festival, lo scorso 5 novembre, è una concatenazione di sequenze complesse, a volte rivoluzionarie, di incastri sorprendenti, di linguaggi diversi che emanano il profumo della contaminazione. Linda May Han Oh preferisce un dinamismo compositivo liquido, che reclama un ascolto attento.

La sua originalità marcata è racchiusa nelle sue opere, generate da intuizioni libere, che attingono da un contesto extra-musicale (a volte ironico, spesso poetico), nel quale l'urgenza del jazz interviene per creare rotture, colpi di scena paradossali. La contrabbassista e bassista australiana, di origine malese, si presenta sul palco della Sala Petrassi dettando nuove regole. Accompagnata da due quartetti che si scambiano battute colorate, con collisioni dirompenti, come quello jazz composto da Fabian Almazan (piano, tastiere), Will Vinson (sassofono), Matthew Stevens (chitarra) ed Eric Doob (batteria), altre volte moderando il tono delle voci, come negli interventi lirici del Quartetto Artemisia, composto da Vanessa Cremachi (violino), Plamena Krumova (violino), Roberta Palmigiani (viola) e Giovanna Famulari (violoncello). La presentazione del suo ultimo disco, dal titolo Aventurine (Biophilia Records, 2019) è fantasiosa, frutto di uno studio meticoloso, in cui il rigore dell'orchestrazione classica e il groove del jazz, procedono sincronicamente, strutturando un discorso a tratti difficile da decifrare, ma spiccatamente originale.

Esiste un confine permeabile, fluido, che genera una continuità tra lo spazio della composizione e quello dell'improvvisazione (come teorizza il musicologo tedesco Carl Dahlhaus), soprattutto in brani come "Kiragami" o "The Sirens Are Wailing," in cui la loro stretta relazione mette in luce un fascino mite, un equilibrio pacificante all'interno di una libertà assoluta. C'è una competizione sana tra l'arte del contrappunto (pensiamo alle strutture a canone retrogrado in "Cancrizan," che richiamano le geometrie musicali di Bach) e l'innesto di improvvisazioni fulminee, che creano blackout conturbanti (quelle luminose del pianista Almazan in "Liliac Chaser"), fino ad arrivare alle melodie tradizionali asiatiche. Linda May Han Oh dona al pubblico, rapito dalla sua musica visionaria, la possibilità di calibrare il passo in uno scenario che fa scorrere velocemente inquadrature piene di dettagli sempre nuovi.

Riprende brani del passato, come "Blue Over Gold" o "Yoda" (Sun Pictures, 2013), in cui i temi vengono sviluppati all'estremo, facendo rimbalzare la melodia da uno strumento all'altro, come in un gioco di parole senza punteggiatura. Quelle stesse parole si bloccano, disturbate da una balbuzie musicale, in "Speech Imepediment" (Walk Against Wind, 2017), dove tutti gli strumenti, fino ai vocalizzi della leader, disegnano un'atmosfera sonora decadente. Quando il mondo va in frantumi e la melodia riemerge, restano solo le pene e il balbettio di un uomo che non riesce a confessare il proprio amore alla donna amata. La forza di un periodare scattante, vivace, in "Ebony" (spiccano le frasi nervose, ma incisive del sax di Vinson), si amalgama bene ai momenti più sentimentali, nutriti dalla delicatezza degli interventi del Quartetto Artemisia.

Il suo universo immaginario è sconfinato, come il mondo acquatico; misterioso e oscuro come le grotte nascoste nella profondità del mare. È il custode silenzioso di una bellezza sconosciuta, aperta. Come tutte le storie incredibili, anche quelle di Linda May Han Oh hanno bisogno di un respiro calmo per essere vissute e comprese, per poi allentare la presa e lasciarle finalmente approdare.

Foto: Massimo De Dominicis.

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