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Keith Jarrett Trio

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro Comunale - Firenze - 13.07.2009

Tappa fiorentina per il tour europeo dello Standard Trio di Keith Jarrett, con i fidi Gary Peacock e Jack DeJohnette al proprio fianco. La location è la più prestigiosa della città: quel Teatro Comunale ove vanno usualmente in scena opera lirica e musica sinfonica, per il celeberrimo "Maggio Musicale Fiorentino," con conseguente pubblico delle grandi occasioni, spesso in mise poco frequenti ad un concerto jazz.

Del trio di Jarrett si conosce tutto, vuoi per l'alta esposizione che ha nel panorama internazionale, vuoi per la produzione abbondante, vuoi - soprattutto - perché davvero raramente un suo spettacolo o una sua registrazione scende sotto un livello qualitativo quantomeno alto. E certo anche nella serata fiorentina non si può dire che i tre abbiano tradito le attese: impeccabili ai rispettivi strumenti, elaboratissimi nei contrappunti dialogici tra le parti, perfetti nella compiutezza delle esecuzioni. Ovviamente unico, alla testiera, il tocco di Jarrett. Così che il pubblico che affollava la sala ha chiesto un primo, poi un secondo e, infine, insistentemente, perfino un terzo bis, che i tre hanno concesso divertiti, pur dopo qualche titubanza.

Tuttavia, sotto questa "confezione" di perfezione e aldilà dei plausi divinizzanti, non si può neppure negare che, per tutto il concerto, si respirasse un'aria che non è azzardato definire museale, frutto di una quasi maniacale attenzione alla conservazione estrema di un qualcosa di "classico".

Su quest'atmosfera hanno probabilmente influito proprio la location e il tipo di pubblico, avvezzi ai big della lirica e, perciò, alla mitizzazione degli eventi artistici. Ma certo l'esecuzione di soli standard, tanto impeccabile, quanto quasi totalmente priva di sorprese (unica eccezione, una "The Old Country" di Nat Adderley ricreata dalla ritmica trasversale di DeJohnette e diventata così veicolo per quel pathos espressivo assente nel resto della serata), non poteva che contribuire alla ritualizzazione. Così come non poteva non contribuirvi la fama di uomo scontroso e irritabile che Jarrett (in realtà in questo caso amabilissimo, anzi perfino comunicativo con il pubblico) si è costruita con i suoi atteggiamenti.

Ovviamente, uno spettacolo come quello offerto dai tre non si può disprezzare, così come non sono disprezzabili molti concerti di musicisti senz'altro bravi e preparati ai quali si può assistere nei festival estivi. Tuttavia, in questo caso più che in altri, resta il rammarico per una musica che pare essersi fermata, paga degli ottimi risultati raggiunti e, un po' narcisisticamente, intenta a contemplare se stessa. Non c'è dubbio, infatti, che Jarrett, Peacock e DeJohnette trasmettessero il loro personale piacere di suonare, di fare bella musica; ma, ci si può chiedere, basta fare bella musica per fare jazz? O non è invece esigenza di questo complesso e controverso "genere" musicale andare sempre un passo oltre, tradire sempre di nuovo il risultato ottenuto il giorno prima, rimettersi ogni volta in discussione, stupire l'ascoltatore e - soprattutto - se stessi? E, ancora: non sarà un po' anche per questo che (quasi) solo i concerti dei "miti" - qual Jarrett, anche meritatamente, è - sono ormai frequentati da un pubblico copioso, mentre agli altri gli appassionati latitano, interessati solo alla musica registrata (giustamente, se il live diviene solo ri-esecuzione del già eseguito)?

Domande, queste ultime, con le quali lo scriba è uscito dal concerto, incerto sulla personale soddisfazione per lo spettacolo e, soprattutto, pensieroso sul futuro di questa musica, ultimamente statica nelle proposte artistiche non meno che nella risposta del pubblico. Domande che sarebbe bello fossero discusse ad ampio raggio da chi questa musica la ama: appassionati, critici, organizzatori e, non ultimi, musicisti.


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