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Kassa Overall racconta il suo secondo album

Serena Antinucci By

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Quello che succede nella mente creativa del trentaseienne producer e batterista jazz Kassa Overall non lo sapremo mai. Siamo sicuri? In realtà, nel suo ultimo disco I Think I'm Good, uscito per la Brownswood Recordings a gennaio 2020, ci concede un giro nella sua immaginazione vorticosa.

Il secondo album di uno dei migliori musicisti della scena jazz newyorchese, di base a Brooklyn, esprime qualcosa di ancor più personale e profondo rispetto al suo debutto Go Get Ice Cream and Listen to Jazz (2019). Overall scompone i generi, partendo dall'idea di sottrazione, ricercando l'essenzialità di ogni elemento. Davanti ai nostri occhi si proiettano inquadrature diverse: immagini private, riflessioni sociali crude, pensieri intimi, a volte scomodamente profondi. Le infusioni di hip hop e jazz si amalgamano in un tessuto pulsante che cresce e si nutre di improvvisazioni. Il risultato è un progetto sperimentale, che è allo stesso tempo confidenziale e sorprendente.

All About Jazz: "Show Me a Prison" è il singolo del disco, un lamento sul sistema penitenziario americano (anche in "Visible Walls" o "Please Don't Kill Me"), il brano che meglio descrive l'esperienza del confinamento, dell'isolamento. Oggi stiamo vivendo un periodo simile, assolutamente folle, costretti ad un isolamento forzato. Che senso attribuisci a questa situazione?

Kassa Overall: "Show Me a Prison" trae origine dal testo "There But for Fortune," una canzone folk scritta da Phil Ochs negli anni Sessanta. Le parole trasmettono una lezione universale: non giudicare qualcuno in base al suo stile di vita, perché quella persona potresti essere tu. L'originale ha molteplici versi che descrivono varie situazioni del fallimento umano. La mia interpretazione di questo testo è stata condizionata dal fatto di essere una persona di colore in America. L'esperienza umana porta con sé dolore e fallimento. Questa sofferenza si intensifica e si acuisce nel momento in cui una società pone le proprie basi su un razzismo sistemico. Con questa pandemia chiamata coronavirus, siamo tutti resi vulnerabili, tutti siamo soggetti al confinamento. Alcuni stanno sperimentando per la prima volta nella loro vita adulta cosa significhi essere privato della propria libertà. Tuttavia, non tutti i muri sono creati allo stesso modo. La pandemia colpisce i poveri e la classe operaia in un modo completamente diverso rispetto ai ricchi. Lo vedo con i miei occhi come i senzatetto stiano vivendo questa situazione in modo diverso rispetto a un mio amico benestante che può ritirarsi in una baita in campagna.

AAJ: Ti definisci un "produttore jazz con lo zainetto in spalla." Da dove nasce l'esigenza di fare musica in modo nomade?

KO: La risposta è semplice, sono spesso in tour e non ho i soldi per pagare il tempo passato in studio di registrazione.

AAJ: Com'è nato il tuo ultimo disco I Think I'm Good? Ti va di spiegarci questo titolo?

KO: Il titolo deriva dalla fatica e dal lavoro nel cercare di fare qualcosa che meriti di essere presa sul serio. Essere un sideman mi ha dato un posto in prima fila al fianco dei più grandi artisti di tutti i tempi, e anche l'umiltà di non mettermi al primo posto al servizio della musica. Ma dopo 12 anni di lavoro come sideman, la mia voce spesso sembrava insignificante, come se fossi un personaggio di supporto nella storia di qualcun altro. Volevo che la gente capisse che la mia storia doveva essere raccontata e che ero l'unico che poteva raccontarla. Il titolo ha molteplici significati. "Penso di essere bravo in quello che faccio." "Penso di essere una brava persona." Ma non sono sicuro di entrambi. Parla anche dell'assurdità di avere l'audacia di essere buoni, o bravi in qualsiasi cosa. È anche una figura retorica che significa "rifiuto educatamente."

AAJ: Hai creato un album estremamente personale, sembra quasi una discesa progressiva nella tua mente. Com'è stato aprire la tua musica ad una dimensione più intima?

KO: È stato come quando ho iniziato ad andare in bicicletta senza le rotelle. All'inizio era un po' traballante e spaventoso, ma una volta che inizi a guidare veramente, ti rendi conto che andare in bicicletta con le rotelle era come non andarci per niente.

AAJ: Questo album sembra evocare la velocità del pensiero, una costruzione musicale ipercinetica, governata da un ordine invisibile. Qual è stato e qual è il tuo rapporto con il momento creativo?

KO: Fiducia totale. La natura intuitiva dell'improvvisazione sembra muoversi ancora più velocemente del pensiero. Sono i pensieri a rallentare il processo. Come meditare: il momento in cui ti fermi e ci pensi è il momento in cui finisce la meditazione.

AAJ: Se dovessi scegliere una traccia dell'album che esprime meglio la tua anima interiore, l'essenza, i ricordi?

KO: "I Know You See Me." C'è il dolore, ma anche il coraggio di guardare il lupo negli occhi.

AAJ: Quanto conta l'improvvisazione nel tuo disco? Qual è l'equilibrio tra improvvisazione e composizione?

KO: L'improvvisazione è stato l'elemento più importante dell'album. Per me, la composizione è quasi come un'improvvisazione rallentata. Si può anche pensare alla composizione come improvvisazione ritoccata. Ma non stiamo parlando di regole o definizioni, più che altro di pensieri che ispirano il processo creativo.

AAJ: I Think I'm Good è un amalgama di jazz, hip hop, spoken word, trap, elettronica, musica classica. Sembra che tu abbia lavorato sul concetto di espansione, c'è una sorta di inglobamento democratico dei generi, un incoraggiamento all'esplorazione libera. Sei d'accordo?

KO: Sì e no. Credo di aver lavorato di più sul concetto di riduzione. Se pensi al genere come una struttura linguistica necessaria per organizzare il mondo, quali sono gli elementi più semplici che evocano quel dato genere? Se puoi mostrare una cosa nella sua natura elementare, allora c'è ancora spazio sulla tela.

AAJ: Perché hai scelto il "Preludio n. 4" di Chopin insieme al pianista Sullivan Fortner nel brano "Darkness in Mind"?

KO: È successo abbastanza naturalmente, Sullivan è una delle poche persone che avrebbe potuto immergersi veramente in quel brano. Sembrava l'avesse scritto lui, quando l'ha suonato.

AAJ: Ascoltiamo le parole di Angela Davis alla fine di "Show Me a Prison." Com'è nata la vostra collaborazione?

KO: Angela è una grande sostenitrice della nostra musica e ho avuto l'opportunità di fare il DJ per la sua festa di compleanno. Mi è venuto in mente che averla nella canzone avrebbe inquadrato i testi all'interno del nostro momento storico. Ho pensato a tutto il lavoro che ha fatto con le persone incarcerate. Mi chiedo quante conversazioni REALI abbia avuto come nel messaggio della segreteria che si sente alla fine del brano. Sono assolutamente onorato che lei apprezzi il mio lavoro, pubblicamente o privatamente.

AAJ: Nell'ultimo brano "Was She Happy—For Geri Allen" c'è il tuo omaggio a Geri Allen, insieme al pianista Vijay Iyer. Cosa hai imparato suonando con lei che ancora oggi porti con te?

KO: Geri Allen ha ampliato la mia capacità di improvvisare, anche oltre la batteria. Abbiamo improvvisato scalette, arrangiamenti, strutture dei brani, performance e altro ancora. Ancora oggi porto con me questa lezione come fosse un vangelo. Me ne rendo conto tutte le volte che studio i grandi. Lo scopro quando vado alla ricerca del prossimo suono.

AAJ: A proposito di collaborazioni, nel disco ci sono tanti musicisti, da Joel Ross a Jonathan Hoard, Sullivan Fortner, Brandee Younger, Theo Croker, Aaron Parks, per citarne solo alcuni. Com'è stato lavorare con loro?

KO: Molto facile. Sembrava tutto così armonioso, come se fossimo a ricreazione, creando quasi per il gusto di creare. Me ne sono reso conto riflettendoci dopo.

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

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