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Jazzfestival Saalfelden 2008

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Durante i quattro giorni del festival l’intera cittadina del salisburghese riversa il proprio entusiasmo, le proprie risorse, la propria ospitalità sulla massa di frequentatori che provengono da tutta Europa e che da anni fanno di Saalfeleden un appuntamento imperdibile della musica improvvisata. Si attivano così stand gastronomici per ogni gusto, ristoranti con menu ispirati alla Don Cherry’s Symphony for Improvisers o al Miles Davis’s Jack Johnson, bancarelle con prodotti etnici ed un maxi schermo che permette agli sfortunati senza biglietto (il sold out è un’altra costante delle ultime edizioni) di seguire i concerti.

Eventi come gli Almkonzert, nei quali trovano spazio artisti per lo più locali, o come i City Stage, dove a farla da padrone sotto il tendone della piazza principale sono gruppi dalla forte impronta etnica e popolare, fanno da corollario al cartellone principale del festival. Quindici concerti al Congress Saalfelden, per gruppi di gran nome spesso in prima mondiale od europea, e sei concerti al Kunsthaus Nexus, struttura di tendenza che ospita le proposte più sperimentali e gli incontri più inconsueti.

Come al solito sorprese e delusioni non sono mancate ma complessivamente la qualità del festival è risultato piuttosto elevata, fornendo una visione di alcune delle tendenze più significative della musica creativa di questo inizio di millennio. Ma vediamo in dettaglio.

Short Cuts: giovedì 21

L’esordio allo spazio Nexus lancia segnali forti e chiari su quello che sarà lo zoccolo duro del Festival: musica senza compromessi, che poco concede alle mode correnti, focalizzata sul momento creativo istantaneo, atto supremo di un percorso dalle solide basi filosofiche ed esperienziali. Il sommo percussionista Jean-Pierre Drouet e Michael Riessler al clarinetto basso danno vita ad un set nel quale, si potrebbe dire, l’utilenseria diventa arte. Coltelli da cucina, raccogli-pasta, tavoli da falegname, fischietti vari interagiscono con il clarinetto basso, o meglio con le sue singole componenti, creando una sinfonia della quotidianità che in alcuni momenti è davvero geniale.

A seguire uno dei momenti più entusiasmanti dell’intera rassegna con l’esibizione di TYFT + Speed. Il chitarrista islandese Hilmar Jensson, il sassofonista Andrew D’Angelo, in splendida forma dopo il recente intervento chirurgico, il batterista Jim Black, più l’ospite di lusso Chris Speed (per la verità un po’ in ombra) hanno sprigionato sul palco l’energia della miglior rock band, la libertà sintattica mutuata dal free storico, grande abilità nel creare isole timbriche mai banali dalle quali emergono cellule melodiche striscianti e a fior di pelle. Agglomerati sonori si formano con la stessa violenza dei temporali estivi, bordate elettriche investono l’ascoltatore, il tutto sostenuto dal gran lavoro di scomposizione ritmica di Black ed esaltato dalle frasi oblique del contralto di D’Angelo, una delle voci più belle e originali in circolazione. Da ovazione.

Short Cuts: venerdì 22

Dalla sempre vivace scena nordica arriva il sassofonista Hakon Kornstad. Sax tenore ed elettronica sono gli strumenti che Kornstad utilizza per dar vita alle diverse anime del proprio mondo musicale. L’attenzione verso gli aspetti percussivi proiettano lo strumento in una sorta di tribalità del XXI secolo, mentre l’intelligente uso del loop consente al giovane norvegese di costruire un suono orchestrale di grande intensità. E non è poi così sfocata l’immagine di un Albert Ayler o di un Archie Shepp ammaliati dai tramonti nordici e ispirati dalla naturale bellezza di quelle terre sconfinate. Suggestivo.

Con Christian Fennesz (chitarra, laptop) e Thomas Stronen (batteria e elettronica) cavi, valvole, computers e diavolerie elettroniche prendono il sopravvento sugli strumenti. Noise music, ambient music, trance music chiamatela come preferite la musica del duo stordisce e a tratti avvolge l’ascoltatore, ma mancano guizzi decisivi e complessivamente regna la noia. Per fans sfegatati del genere.

Short Cuts: Sabato 23

Con il Carsten Daerr Trio si piomba a capofitto su un classico modern jazz trio che non possiede la genialità guascona dei Bad Plus o quella trasversale degli E.S.T., ma presenta alcuni momenti di originalità soprattutto sui tempi veloci e nelle composizioni articolate, ricche di variazioni ritmiche e di suggestioni timbriche. In bella evidenza Eric Schaefer, già batterista del trio Em, anche se l’inserimento del gruppo nella programmazione degli short cuts non è apparsa del tutto comprensibile.

Pienamente apprezzabile invece la scelta del trio Hautzinger, Zeitblom, Heather. Look da gruppo rock degli anni settanta, il trio propone una miscela avvincente di dub music, heavy metal, grunge, improvvisazione, e quant’altro. Con la tromba wah-wah di Hautzinger il Davis del periodo elettrico è dietro l’angolo, ma il rischio revival è scongiurato da un approccio naif che esalta la spontaneità dell’improvvisazione. Il basso elettrico pompa groove con una nonchalance disarmante, la batteria è solida come una roccia, e la tromba, apparentemente algida, fende l’aria con rasoiate da brivido. Sorprendente.

Main Stage: Venerdi 22

Come ormai da qualche anno è consuetudine, l’onore/onere di inaugurare il cartellone principale spetta ad una formazione o ad un artista austriaco. Purtroppo l’esibizione di Peter Herbert’s “Villa incognita“ è stata assai deludente. Musica inconcludente e di scarsa sostanza compositiva con velleità eurocolte, parzialmente illuminata da alcuni interventi della chitarra di David Tronzo, peraltro apparso come un pesce fuor d’acqua nell’economia dell’ensemble.

“In a Silent Way“ incontra la musica scandinava e flirta con il free jazz, Si potrebbe così sintetizzare l’ottimo concerto del quartetto del sassofonista Hakon Kornstad (già sentito in solo) coadiuvato da Jon Balke (gran uso delle tastiere) e dalla ritmica Haker-Flaten (basso) e Stronen (batteria). Raffinatezza, curiosità, ricchezza di idee ed un uso intelligente dell’elettronica pilotano il concerto lontano dalle secche di un’operazione modaiola.

Il progetto “Clones and False Prophets“ di Raz Mesinai fluttua tra trance music, improvvisi bordoni di basso, segmenti minimal rumoristi, sprazzi di musiche dal mondo, ma pur essendo illuminata da un grande Jim Black alla batteria non decolla mai completamente. Dopo l’esibizione da dimenticare di Heaven And, autori di un rock-noise simil-sperimentale con Alexander Hacke ad imitare Mike Patton, si avvertiva palpabile l’eccitazione per il concerto forse più atteso dell’intera rassegna, l’omaggio di Wadada Leo Smith al “Jack Johnson” di Miles Davis.

Tanta era l’attesa, altrettanto grande è stata la delusione. Tanto era centrato “Yo Miles!“ il precedente omaggio alla musica del Davis elettrico, quanto è apparso sfocato e inconcludente questo “Jack Johnson”. Il riff principale del disco viene dato in pasto per pochi secondi, poi la musica prende altre direzioni. La qual cosa avrebbe sicuramente entusiasmato il trombettista di Alton, solo che quello che ne esce manca di forza, di energia, di personalità, in parole povere, di idee. Nonostante un band di spessore, Vijay Iyer e James Hurt alle tastiere, Brandon Ross alla chitarra, Skuli Sverrisson al basso elettrico, Pheeroan akLaff alla batteria, la musica sembra implodere su se stessa, con i musicisti quasi bloccati nella loro creatività.

Main Stage: Sabato 23

La seconda giornata viene inaugurata dai “Big Circle“ di Michael Riessler, gruppo fermamente diretto dal leader che trova nell’organo manuale a schede perforate di Pierre Charial un elemento di grande suggestione timbrica. Che crei fondali di colori inusuali o che si esibisca in interventi di grande ricchezza dinamica, Charial sembra esaltare la classe di Riessler autore di pregevoli interventi sia al clarone che al sax soprano. Benché ci sia più di un’assonanza con i “Carnet de routes“ del trio Romano/Texier/Sclavis il progetto funziona e possiede un certo fascino.

Intrigava parecchio vedere come avrebbe funzionato l’incontro tra lo storico duo Tim Berne/Hank Roberts e i Bad Plus Ethan Iverson/David King, ossia “Buffalo Collision“. Il rischio poteva essere un addolcimento della musica di Berne, levigata e ammorbidita dalle sue asperità. Invece la collisione non c’è stata e come al solito la proposta musicale del sassofonista di Syracuse è fluita rigorosa, austera, destrutturata, una sorta di musica contemporanea dell’improvvisazione. Se David King ha messo in mostra insospettabili doti di leggerezza e sofisticatezza, se Roberts si conferma un genio del violoncello, Iverson non è sembrato particolarmente a proprio agio nel progetto, un poco incerto sulla direzione da dare ai propri interventi pianistici. Non strepitoso ma comunque pregevole.

Così come non strepitoso è stato il concerto del nuovo sestetto di Dave Holland, esibitosi dinanzi ad un pubblico adorante. E’ vero che nella musica del grande contrabbassista funziona tutto a meraviglia, gli assoli sono ineccepibili, le composizioni possiedono una struttura perfetta, gli arrangiamenti sono ariosi e fanno emergere la molteplicità delle esperienze stilistiche assorbite nel corso di una formidabile carriera, ma... Ma vi è una sorta di cristallizzazione nella musica di Holland, che sembra aver raggiunto una classicità che non concede spazio né ad elementi innovativi né a tensioni verso nuovi territori da esplorare. Ma Mr. Holland può permettersi questo ed altro...

Detto dei The Black Chamber, gruppo austriaco tra ambient, noise e forme cameristiche, che nonostante le due batterie si rivela di una immobilità assoluta, in chiusura di serata arriva una piacevole sorpresa. La statunitense Jerseyband riversa sul palco una musica ad alto voltaggio, con una sezione fiati spettacolare e metronomica nei suoi interventi, un cantante metal-hardcore dalla tromba dolcissima, un Ted Poor in moto perpetuo, freschezza da vendere e una dimensione degli arrangiamenti tutt’altro che banale. Pioggia di applausi.

Main Stage: Domenica 24

Anch’essa accompagnata da una pioggia di applausi si è esibita la Slide Family di Mauro Ottolini e Beppe Calamosca, prima formazione italiana da diversi anni a questa parte a calcare il palco della Congress Saalfelden. Grande impatto scenico - undici tromboni, una maestosa basso tuba bianca e due batterie - grande esuberanza musicale con un azzeccato uso dell’elettronica, senso dello spettacolo, e tanta buona musica. Tra Ellington cucinato a dixie e free, Led Zeppelin d’annata, cadenze blues e fanfare di New Orleans, la Slide porta a ebollizione la platea anche grazie agli interventi solistici dell’ispirato special guest Gary Valente. Spettacolare.

E arriviamo alla perla del Festival. “Junk Magic“ si chiama il quintetto con il quale si presenta Craig Taborn, dotatissimo interprete di tastiere elettroniche e acustiche ma soprattutto mente geniale, propugnatore di una estetica musicale che ha pochi eguali in quanto a intuizioni, profondità di pensiero, visione periferica sui più diversi processi creativi della contemporaneità, tra i quali il jazz è solo uno dei tanti codici utilizzati. Ne risulta una musica senza confini temporali e stilistici, di una bellezza a tratti sconvolgente, nella quale i tradizionali concetti di ritmo, melodia, armonia acquistano nuovi significati. Dalla sua postazione Taborn invia una serie di impulsi elettroacustici che tracciano le coordinate dell’esibizione e che vengono prontamente raccolti e rielaborati dai suoi compagni di viaggio, tra i quali assume un ruolo fondamentale il violinista Matt Maneri, a volte nelle vesti di guastatore sonoro altre in quelle di raffinato interprete della teoria microtonale. Estatico.

Il bel gruppo della contrabbassista francese Helene Labarriere ha avuto il solo demerito di seguire un concerto che aveva assorbito gran parte delle’energia presente in sala. Perché il quartetto denominato “Les Temps Changent“ ha un drive notevole, composizioni accattivanti ricche di ricercatezze timbriche e armoniche grazie soprattutto all’uso poco convenzionale della chitarra di Poulsen, e produce momenti di una certa intensità. Manca forse una visione organica e prospettica della proposta musicale, ma l’impatto è comunque di sicura gradevolezza.

Il duo “Food“ (Thomas Stronen alla batteria e Ian Ballamy sax) è sembrato bloccato in una monotona ripetitività esecutiva e nemmeno l’aggiunta di un manipolatore di suoni come Fennesz è bastato a dare impulsi significativi alla musica, che solo raramente ha mostrato le potenzialità del connubio tra elettronica e improvvisazione .

Per fortuna ci ha pensato il set finale a mettere le cose a posto. Dave Douglas ha interpretato la Symphony for Improvisers di Don Cherry con un poderoso doppio quartetto sax-tromba-basso-batteria. Pur avendo come preciso riferimento l’album Blue Note del 1966, il set di Douglas è risultato un omaggio all’intera e proteiforme arte di Cherry e al suo messaggio di musica universale. Furibondi collettivi free si sono alternati a momenti di grande lirismo, flauti dal sapore etnico si sono intrecciati con sassofoni abrasivi e infuocati, cura della forma e anelito di libertà hanno cercato continuamente un punto di equilibrio. Il tutto arrangiato, con una dose forse eccessiva di eleganza, dal leader la cui tromba stentorea, perfetta negli attacchi, matematica nel fraseggio si è incrociata con il suono increspato, commovente, visionario di Roy Campbell. Ciliegina sulla torta un formidabile dialogo tra la batteria africana, ricca di colori di Hamid Drake e quella più canonicamente free, dallo swing formidabile, di Andrew Cyrille.

Foto di Claudio Casanova

Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di: Wadada Leo Smith Christian Fennesz - Thomas Strønen TYFT + Speed.


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