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Jazz Middelheim 2009

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Anversa - 13-16.08.2009

Ha dello straordinario la partecipazione di pubblico per un festival di jazz qui in Belgio. Eravamo già rimasti stupiti a Gent, lo siamo rimasti ancora di più qui ad Anversa. Migliaia di giovani, non solo adulti, in fila per godersi il monster of jazz di turno, come se Toots Thielemans, Enrico Rava o Billy Hart fossero protagonisti e popolari alla stessa stregua di una rockstar. Poi c'è la macchina organizzativa, perfetta. Tutto il programma del Jazz Middelheim fila via con una precisione maniacale, ma estremamente apprezzata da pubblico e artisti. Solo una volta si sforeranno i tempi, ma solo per cinque minuti di orologio!

Nelle parole di Charlie Haden (protagonista con Kenny Baron di uno dei concerti più applauditi dell'intero festival) tutto il senso della manifestazione, che ha attratto 17,000 spettatori in 4 giorni: "Quanti ne siete! Evidentemente, avete grandi orecchie. Se tutti fossero così, chissà che mondo diverso avremmo".

La kermesse inizia giovedì 13 agosto. Dopo il battesimo dei giovani musicisti del Royal Conservatory di Anversa (The Circle), tocca agli Octurn aprire la giornata più sperimentale dell'intero festival. Sorretti dal drumming possente e complesso di Chander Sardjoe, i nove musicisti sono protagonisti di un inizio soffuso a ritmo di tempi dispari. Tutti vanno per conto

proprio, appassionatamente. La loro espressività che mischia hard bop, free jazz, jazz rock, jazz funk e altre diavolerie, è come un fiume sotterraneo che man mano s'ingrossa e deborda alla superficie. Una sorta di polifonia dissonante. Il batterista fa meraviglie e ha un drumming fantasioso e creativo. Insomma un concerto di solismo orchestrato: avanguardia jazz e creatività.

La Flat Earth Society l'avevamo già ampiamente apprezzata in altre occasioni. Non delude le aspettative: un'orchestra jazz amorevolmente scombinata. Batte sull'incudine il ferro incandescente delle musiche da film spy story col jazz alla maniera di Don Ellis. Loro, cambiando il cambiabile, sono una sorta di Elio e Le Storie Tese nostrani, ma in versione strumentale. A voler meglio specificare il loro valore e l'espressività artistica è come se suonassero la colonna sonora di un film non di super eroi, ma di super sfigati. Parafrasi volutamente "stonata" di Duke Ellington con frequenti utilizzi di tempi dispari. Si guadagnano il primo bis del festival.

È l'evento non solo della serata, ma forse di tutto il festival di Anversa: Laurie Anderson, Lou Reed e John Zorn, insieme nel progetto, in anteprima europea, Improvvisation. Tre anime diverse che si scontrano più che confrontarsi. Suoni apocalittici e catastrofici, i loro. Tra feedback ossessivi e Zorn che con il suo sax supera la barriera del suono con gli insistiti acuti. Reed gigioneggia con le sue chitarre, ma si stenta ad immaginarlo nella vesta di sperimentatore alla stessa stregua degli altri due. La loro è decostruzione sonora allo stato puro, una specie di dissonante discesa agli inferi senza rete o appigli a cui aggrapparsi. Zorn sbuffa come una balena nell'Oceano; il violino di Anderson sembra un treno spinto a folle velocità verso un precipizio. Ma la musica sembra orfana, non va volutamente da nessuna parte. Il parossismo sonoro è a tratti raccapricciante nell'insistita monotonia tematica. Ci pare più avanguardia fuori tempo, in fondo. O un altro tentativo, déjà vu, di annientare definitivamente il sistema tonale e lasciare spazio al rumore disorganico.

La giornata di venerdì 14 agosto si presenta apparentemente tranquilla sul fronte delle proposte musicali. Erik Vermeulen è protagonista di un pianismo soffuso, sonnecchiante, attendista. Il suono è elegante e pulito. I comprimari, al basso e alla batteria, ben sorreggono le sue improvvisazioni. Sul leggio del piano caccia fuori ogni tanto, foglietti, stralci di spartiti, bozze, appunti che gli servono da memorandum nelle sue escursioni pianistiche. Adagio senza grandi sussulti. Che arrivano come una accordo dissonante in una partitura di musica classica.

Hans Teeuwen, olandese, porta una ventata di divertimento con i suoi modi affabili e cabarettistici. Ruba una macchinetta fotografica ad un professionista. Poi accarezza la pelata di un altro. Poi ancora si serve un bicchiere di Jack Daniels con ghiaccio. Piace alle donne e agli uomini. Più che un cantante swing, è un perfetto intrattenitore di pubblico. Ha scelto un repertorio swingante, ma in realtà sarebbe perfetto per il ruolo di rockstar. In "I Got a Woman" e "In Route 66" la sua vocalità fondamentalmente rauca e raspa sembra trovarsi a suo agio. Ecco a voi il Dave Lee Roth dello swing. La band che sorregge le sue idiosincrasie è composta di ottimi musicisti (Jesse van Ruller, chitarra, e Benjamin Herman, sax alto).

Dee Dee Bridgewater, l'attendono in tanti. Lei si presenta sul palco, completamente calva e vestita di azzurro. Il suo show è trascinante. Interpreta "Footprints" di Shorter, "Obsession" di Pedro Florez ed è indiscussa protagonista di un tributo davvero notevole alla Nina Simone di "Four Women," poi cita Kurt Weill ("This Is New" e "Speak Low"). Imita la cornetta e poi invita tutti a muovere le chiappe dalla sedie e a ballare. Il senso ritmico del quartetto è invidiabile e sovente diventa la vera attrazione dell'esibizione.

La giornata più calda del festival, sabato 15 agosto, lascia spazio ai Crookers: ovvero lezioni di hard bop con dei maestri d'eccezione. Craig Handy (alto sassofonista intravisto anche nel film di Altman, Kansas City), Eddie Henderson (trombettista già alla corte di Miles Davis), David Weiss e tutti gli altri non avrebbero bisogno di tante presentazioni. Poi c'è Billy Hart (500 album all'attivo e collaborazioni da far girare la testa) che arranca, perde una bacchetta, ma è sempre lì a dettare tempi e i motivi a tutta la band. Tutti si muovono sulle tracce del passato. Tracce indelebili ripercorse con maestria ancora invidiabile.

Gli MSG (Rudresh Mahanthappa, Chander Sardjoe e Ronan Guilfoyle) di tutti i concerti risulteranno quelli più indigesti quanto complicati. Partono alla grande con ritmi dai tempi dispari intricatissimi che si fanno sempre più accentuati. Il batterista è lo stesso degli Octurn. L'enfasi sembra all'inizio di jazz rock. Al centro del trio c'è il talentuoso beniamino del Downbeat, Rudresh Mahanthappa: i suoi assolo sono iperveloci e la sua tecnica è impressionante in tutti i registri del sassofono alto. Il trio spesso si diverte ad eludere le aspettative con ritmi spezzettati e imprevedibili. Il pubblico, stremato dal caldo, e dall'impegno dell'ascolto, non ha la forza di chiedere neanche il bis.

Un po' di refrigerio, ma solo in senso metaforico. Chet Mood (Enrico Rava, Philip Catherine, Aldo Romano, Riccardo Del Fra) propone un tributo a Chet Baker con eleganza a profusione. Rava è al centro della scena, ma Catherine ha classe da vendere e neanche Riccardo Del Fra (insieme al chitarrista sono stati per lungo tempo al fianco di Baker) e Aldo Romano stanno per questo a guardare. Il tono è delicato. Catherine spesso si avvicina ad un fraseggio R & B. Poi tutto il concerto diventa una gara "amichevole" tra Rava e Philip Catherine con Riccardo Del Fra a fare da sparrin' partner. È il primo concerto che sfora sugli orari ferrei dell'organizzazione, ma ne valeva davvero la pena. Il pubblico in visibilio non vuole lasciare andare il quartetto guidato da Rava. Lui esce, saluta il caloroso abbraccio del pubblico con "Estate" di Bruno Martino.

L'eccitazione è palpabile: tutti aspettano Toots Thielemans. Quando lui entra accompagnato da Hans Oosterhout, batterista del quartetto, viene accolto da un tifo da stadio. Lui è di casa (per la precisione è nato a Bruxelles). C'è grazia e candore nei suoi movimenti, in quello che dice, come si muove sulla seggiola. Prima di eseguire "'Round Midnight" dice: "Se vuoi misurare la pressione della tua musica bisogna provare a suonare questo pezzo". Lui lo fa. Vaga attraverso il motivo di Monk come un vagabondo che sa perfettamente la via di casa, ma che ama girarci intorno. Nonostante gli 87 anni ha intatta la sua eleganza artistica. La riproposizione di "What a Wonderful World" di Louis Armstrong è da brivido. Le note finali del brano sono suonate da Thielemans con una poetica musicale impareggiabile e assoluta. Ama la vita così tanto che esegue quelle note come se volesse aggrapparsi, per fermarlo, ad un tempo implacabile nel suo percorso. È un tripudio.

Domenica 16 agosto è l'ultima giornata del festival. Come quella del giorno precedente inizia alle 15. Quattro concerti all'insegna della tranquillità e del divertimento. Inizia il Bert Joris Quartet. Il nostro Dado Moroni suona il piano e le tastiere Rhodes. Il solismo di Joris, trombettista, è sospeso tra Davis e Chet Baker. Moroni fa la sua bella figura, ed è la vera attrazione di tutto il quartetto.

Ci si aspetta molto da Jason Moran e da Bill Frisell. Questa avrebbe tutta l'aria di essere un altro appuntamento, dopo quello di Reed, Anderson e Zorn, all'insegna della novità. Moran presenta, in anteprima europea, un progetto che ricorda, cambiando il cambiabile, l'epopea di Black, Brown & Beige o di Porgy and Bess. Un soprano donna al centro della scena, canta e recita, al ritmo di country e jazz. Il basso elettrico, scelta poco comprensibile, soffoca tutto, però. Perfino le proverbiali trame delicate e eleganti di Frisell. Solo gli interventi solistici rendono giustizia ad un idea di jazz, country, elettronica e lirica, che complessivamente non ci ha molto convinto.

Un altro grande sta per calcare le scene: Charlie Haden. Accompagnato dall'esperienza di Barron, il contrabbassista inizia soft, pacato, senza grandi sussulti, ma ha sempre un grande senso del controllo. Sembra, quello tra lui e Barron, un incontro tra vecchi amici che si scambiano una pacata e amichevole chiacchierata. Il suono del contrabbasso è caldo, mai invadente. Quello del pianista è confidenziale e raffinato. La loro musica è consolidata e ben suonata. Haden mostra un fraseggio sciolto e fluido in tutti i registri del contrabbasso. La liricità dei suoi passaggi ha intatta tutta la proverbiale musicalità. I due, acclamati letteralmente dal pubblico, sforeranno sugli orari. Applausi a scena aperta.

C'è molto curiosità attorno al progetto di David Murray. È il padre padrone di tutta l'orchestra che si divide tra una filarmonica locale, una sezione ritmica e di fiati cubani. Chiama, improvvisamente, gli assolo dei singoli solisti. Lasciandoli, a volte anche un po' sorpresi. L'effetto complessivo è di grande impatto, anche se è a tratti datato e molto stucchevole. La standing ovation finale decreta il successo dell'esibizione e di tutto il festival.

Foto di Bruno Bollaert (tenda, Flat Earth Society, Zorn/Anderson/Reed) e Jos L. Knaepen (Bridgewater, Teeuwen, Mahantappa, Rava, Thielemans, Hall, Haden)

Ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nel foto racconto di Jos L. Knaepen.


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