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Intervista a Vijay Iyer

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Nato a Rochester 38 anni fa da una famiglia di immigrati indiani, Vijay Iyer è ormai considerato il massimo pianista della sua generazione ed uno dei leader più ispirati e creativi del jazz contemporaneo. Laureato in fisica (la rivista Seed Magazine l'aveva incluso tra menti scientifiche più promettenti dello scorso decennio), musicologo (i suoi saggi sono pubblicati in Music Perception, Current Musicology, Journal of Consciousness Studies, Critical Studies in Improvisation, Journal of the Society for American Music) e musicista fondamentalmente autodidatta, Vijay s'è imposto all'attenzione mondiale dopo la lunga scrittura con Steve Coleman e le collaborazioni con Roscoe Mitchell, Wadada Leo Smith, Butch Morris e George Lewis.

Ispirato sia dalla tradizione jazzistica e classica europea che dalla musica classica dell'India meridionale, Vijay Iyer è impegnato a tracciare nuovi e sorprendenti percorsi di sintesi, accanto a collaboratori che condividono le sue matrici culturali, primo fra tutti il sassofonista Rudresh Mahanthappa. Tra i suoi dischi più significativi ricordiamo: Panoptic Modes (2001), Blood Sutra (2003), Reimagining (2005), Tragicomic (2008), il recente Historicity (2009) incisi col suo trio/quartetto; Raw Materials (2006) in duo con Mahanthappa; Your Life Flashes (2002), Simulated Progress (2005) e Door (2008) con il trio Fieldwork.

All About Jazz Italia: L'etichetta ACT ha recentemente pubblicato il tuo album Historicity inciso in trio con Marcus Gilmore alla batteria e Stephan Crump al contrabbasso. Prima di parlare del disco ci puoi raccontare com'è nata la collaborazione con la casa discografica?

Vijay Iyer: Siegfried Loch mi ha visto suonare l'autunno scorso a Londra, nel gruppo con Mahantappa, e in quell'occasione abbiamo scambiato idee su una possibile collaborazione. Più tardi gli ho inviato alcuni demo con materiale che avevo già registrato e Loch ha apprezzato in particolare il trio.

Quando in febbraio ho portato la formazione in Europa è venuto a Colonia ad ascoltarci, mostrando vivo interesse a produrre qualcosa con la formazione. Così abbiamo parlato per alcune ore la mattina seguente e programmato un piano di lavoro.

AAJ: Una delle composizioni che hai scelto per l'album è "Smoke Stack" di Andrew Hill. Quanto è stato importante per te quel pianista?

V.I.: Per me Andrew Hill è uno dei massimi eroi di ogni tempo e la sua musica è immensamente importante. Egli è stato anche un caro amico ed un consigliere. Ho scoperto in seguito che aveva parlato molto bene di me in giro.

AAJ: Quali altre influenze pensi d'aver avuto?

V.I.: Oh. Direi moltissime. Tra i pianisti vorrei ricordare Thelonious Monk, Duke Ellington, Andrew Hill, Randy Weston, McCoy Tyner, Bud Powell, Sun Ra, Cecil Taylor, Geri Allen, Ahmad Jamal, Alice Coltrane, Herbie Nichols, Muhal Richard Abrams, Elmo Hope, Horace Tapscott, Herbie Hancock, Jaki Byard, Art Tatum...

AAJ: E più in generale tra i non pianisti?

V.I.: Molti altri musicisti hanno rappresentato qualcosa di significativo per me, e non solo tra i jazzmen. Ricordo John Coltrane, Miles Davis, Max Roach, Ornette Coleman, Anthony Braxton, Charlie Parker, Nina Simone, Jimi Hendrix, Prince, Public Enemy, The Police, A Tribe Called Quest, Stevie Wonder, Roscoe Mitchell, Wadada Leo Smith, Butch Morris, Steve Coleman, Art Ensemble of Chicago, Henry Threadgill...

AAJ: E se consideriamo stili e in generi musicali in generale?

V.I.: Direi l'elettronica contemporanea, il rock, il soul, la pop music in senso ampio ed in particolare l'hip-hop, il funk, il reggae/dub. Ricordo poi l'importanza della musica carnatica e hindus, ovvero i generi classici del sud e nord dell'India, delle musiche dell'Africa occidentale e centrale, delle musiche indigenene Afro-Cubane, anche religiose, delle musiche giavanese, balinese ed etiope.

AAJ: Un ampio panorama direi...

V.I.: Per la verità non ho concluso e vorrei citare almeno Gyorgy Ligeti, Olivier Messiaen, Bela Bartok e Steve Reich... ma potrei andare avanti ancora...

AAJ: In una passata intervista hai dichiarato: "Noi tutti possiamo apprendere dal blues e parteciparvi. Il blues non è solo un genere musicale ma ha a che fare con il pianto, col desiderio d'essere ascoltati e col rifiuto d'essere ridotti al silenzio". Puoi soffermarti su questi concetti e ricordare i tuoi primi approcci col blues?

V.I.: Considero il blues un tipo di espressione che nasce da esperienze di vita caratterizzate da forti contraddizioni. È anche un esempio di come la creatività può aiutarti a superare le peggiori condizioni. Quando ascolti il jazz e il blues delle origini, emerge un suono nato in terribili circostanze, quando l'esistenza appare spiacevole e persino intollerabile. Accade quando l'espressione creativa trascende le condizioni ambientali. Ciò di cui parlo è il "fiore di loto che esiste nonostante la palude," per usare un'espressione di Archie Shepp.

Quello è un suono più intenso e profondo di tutti gli altri aspetti della musica e si può percepire l'intera esistenza di una persona nel suo suono. Questo è ciò che voglio ascoltare. Personalmente non direi d'aver subito privazioni nella mia vita ma dal momento che non esistono precedenti nella cultura americana per persone come me - col mio background e così via - devo lottare per crearmi uno spazio personale in America, sia come artista che come persona.

AAJ: Di recente hai debuttato col tuo nuovo quintetto comprendente Prasanna, Ambrose Akinmusire, Stephan Crump and Marcus Gilmore. Cosa ci dici del gruppo? Stai forse entrando in una nuova fase espressiva?

V.I.: Il progetto è stato commissionato dal Chicago Jazz Festival e la prima rappresentazione è avvenuta un anno fa. Con il gruppo ho già inciso e spero di pubblicare il disco entro un paio d'anni. Ho lavorato in tanti ambiti musicali nella mia carriera ed in qualche modo vado avanti con i cambiamenti. Nuove opportunità mi suscitano differenti risposte in quanto compositore ma anche quando sto lavorando in un nuovo formato sono sempre io: gli strumenti possono cambiare ed il suono complessivo può essere nuovo ma l'estetica e l'approccio non sono affatto diversi.

AAJ: Quanto ti ha influenzato la scena musicale californiana in cui sei cresciuto?

V.I.: Non sono cresciuto musicalmente nella Bay Area. Mi ci sono trasferito quando già avevo vent'anni. Comunque la West Coast ha avuto un grosso impatto su di me ed in qualche modo la diversità, la creatività e lo stimolo di quell'atmosfera supportiva mi hanno aiutato a diventare un musicista. Ero andato in California per ottenere il dottorato in Fisica all'università di Berkeley ma velocemente ho avuto esperienze musicali così cruciali e profonde che ho deciso di abbandonare gli studi in fisica e immergermi completamente nella musica.

AAJ: Come hai incontrato Steve Coleman? Qual è la cosa più importante che hai appreso da lui?

V.I.: La prima volta ho incontrato Steve per caso, a New York agli inizi del 1992. Eravamo entrambi ad un concerto di Anthony Braxton al New Music Cafè, un locale che non esiste più. Steve venne da me e disse: "Wow, ecco un volto che viene dal passato!". Io risposi che forse mi aveva scambiato per qualcun altro ed allora Steve replicò: "Bene, allora è un volto che viene dal futuro!".

Naturalmente quella cosa ha finito per avverarsi. Due anni dopo ho iniziato a suonare con lui in California e nel 1995 Steve mi ha portato in tour con la sua band, un'esperienza andata avanti per altri sei anni. Non avevo mai avuto esperienze professionali di quel livello prima: avevo avuto piccoli ingaggi nella Bay Area e guidato un mio gruppo ma non ero realmente stato on the road, certamente non in importanti festival europei.

Allora, improvvisamente, mi son trovato spinto sul palcoscenico mondiale, circondato da straordinari musicisti che avevano ben più esperienza di me. Così ho appreso un po' di tutto da quella situazione, riguardo sia la musica che la vita.

Come musicista direi che la cosa più importante che ho appreso da Steve Coleman è la comprensione della priorità del ritmo.

AAJ: Tra le tue collaborazioni significative ci sono quelle con Roscoe Mitchell e Wadada Leo Smith. Cosa ci dici a riguardo?

V.I.: Sono due tra i massimi improvvisatori e compositori viventi. Ho visto Roscoe suonare molte volte nel corso degli anni novanta, sia con L'Art Ensemble che in concerti in solo o in duo. Lavora rigorosamente con i principi chiave della musica per costruire grandiosi poemi epici. Agli inizi del 2001 mi ha chiamato nella sua band per una sostituzione dell'ultimo minuto e la cosa mi ha lasciato sorpreso e un po' spaventato. Roscoe non mi conosceva e credo che mi abbiano raccomandato Wadada e George Lewis. Quel tour col quintetto di Roscoe toccava l'Italia ed il primo concerto fu per me così disastroso che Roscoe mi fermò. Ma durante il corso della settimana, cercando di affrontare la sfida, trovai un approccio inaspettato, slegato dagli accordi, non tonale, rapido, luminoso e contrappuntistico.

Roscoe mi spinse molto in quella direzione dicendomi "Fai volare quelle note, non preoccuparti di seguirmi, tratta quello che io faccio solo come un'informazione". La mia intera comprensione della musica si frantumò e quando più tardi feci ascoltare ai miei amici le registrazioni di quei concerti nessuno credeva che fossi io a suonare il piano. Penso che Roscoe esercita quel tipo di effetto sui giovani musicisti, stimolando in loro un'opera di autoscoperta e di svolta radicale.

Da allora ho realizzato parecchi concerti con il gruppo Note Factory ed è stata sempre una esperienza deliziosa.

AAJ: E per quanto riguarda Leo Smith?

V.I.: Wadada è un compositore visionario e una persona di profonda spiritualità. C'è qualcosa di sconfinato nella sua musica che viene dalle sue radici nel blues e dalla sua ampia sensibilità compositiva. Ed il suo suono aderisce perfettamente ad ogni contesto e tu percepisci il profondo spirito umano che c'è dietro. Mi sono unito al suo nuovo Golden Quartet nel 2005 ed anche quella situazione mi ha un po' spaventato.

Tutte la mie precedenti esperienze - nella mia musica in generale, con Coleman, Mitchell e in altre collaborazioni - mi hanno preparato per operare nel gruppo di Wadada. Mi son trovato a trarre profitto da ogni cosa che avevo appreso per poter suonare la sua musica. Il formato del quartetto ha quello che Wadada definisce "purezza," a ragione della classica funzione svolta da ogni strumento. Ma entro quella dimensione egli crea strutture compositive diverse da ogni cosa che ho conosciuto. Spesso le persone sono sorprese nell'apprendere fino a che grado quella musica sia composta, visto che tutto si schiude in modo così naturale. In un recente concerto ho notato che c'è somiglianza con la musica dell'ultimo quartetto di Wayne Shorter, nel senso che l'intero gruppo sta costruendo in comune della musica partendo dal proprio materiale grezzo.

AAJ: Hai una speciale relazione musicale con il sassofonista Rudresh Mahanthappa. Cosa ci dici in proposito?

V.I.: Quando ci siamo incontrati nella metà degli anni novanta abbiamo avuto l'immediata consapevolezza che dovevamo lavorare assieme. Entrambi non conoscevamo musicisti con lo stesso retroterra culturale ed in aggiunta andavamo d'accordo, condividendo altre cose: entrambi eravamo grandi lavoratori e musicisti tenaci, entrambi eravamo attratti dagli innovatori del jazz ed entrambi eravamo interessati sia alla musica indiana che alla matematica. Ovviamente siamo anche molto diversi - nella personalità, nella metodologia e nell'estetica - ma lo siamo in modo complementare per cui diventiamo artisticamente compatibili. Insieme abbiamo prodotto una vasta quantità di musica, viaggiando un po' in tutto il mondo e con alle spalle quasi 15 anni di momenti ludici. Così, sostanzialmente, è come in un rapporto di famiglia. Recentemente dopo aver lavorato separatamente per alcuni mesi abbiamo dato un concerto in duo e abbiamo anche scoperto che stavamo leggendo lo stesso racconto di fantascienza contemporaneamente!

AAJ: Che fine ha fatto il gruppo Fieldwork? È ancora attivo?

V.I.: Si, stiamo lavorando su nuove composizioni. Abbiamo suonato a New York la scorsa estate e verremo anche in Italia in gennaio per un paio di concerti. Inoltre una nostra performance è stata ripresa e trasmessa dal canale francese Mezzo e verrà pubblicata come DVD quest'inverno. Ogni membro del gruppo sta perseguendo contemporaneamente dei progetti individuali e non abbiamo molte possibilità di presentarci in tour come Fieldwork ma il gruppo è comunque ben vivo ed è qualcosa di molto importante per noi.

AAJ: La tua vita professionale s'è sviluppata secondo quanto avevi previsto?

V.I: No! Non ho doti di chiaroveggenza così ogni anno si dimostra pieno di sorprese.

AAJ: Quali sono i tuoi progetti per i prossimi 12 mesi?

V.I.: Continuerò ad esibirmi molto con il trio anche nell'anno a venire ma non trascuro Fieldwork e Raw Materials. Sto poi sviluppando il mio terzo progetto con il poeta Mike Ladd che ha come tema i giovani combattenti americani delle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan. Ci sono poi alcuni progetti collaterali il più interessante dei quali è un'istallazione video musicale entro una prigione abbandonata di Filadelfia.

Foto di Claudio Casanova.

Ulteriori immagini di Vijay Iyer sono disponibili nella galleria del suo concerto al festival di Saalfelden 2009.

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