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Intervista a Rosario Di Rosa

Intervista a Rosario Di Rosa
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Siciliano di Vittoria, Rosario Di Rosa è un pianista e compositore che negli ultimi anni ha proposto progetti sempre molto interessanti, originali e lontani dai cliché più abusati. Non fa eccezione il suo ultimo disco Pop Corn Reflections, uscito per la NAU Records, che stupisce anche conoscendo altri suoi lavori: si tratta infatti di un piano trio (assieme a lui i suoi collaboratori abituali, Paolo Dassi al contrabbasso ed elettronica e Riccardo Tosi a batteria ed elettronica) alle prese con nove tracce originali, largamente improvvisate a partire da spunti tematici spesso ridottissimi e facenti riferimento in vario modo alla musica classica contemporanea, in particolare al minimalismo e alla dodecafonia. Un disco molto interessante e molto bello, complesso ma non per questo difficile, ma soprattutto un disco originalissimo. Che ci ha incuriositi e spinti a saperne di più del suo autore.

All About Jazz Italia: Pop Corn Reflections è quantomeno un album singolare: un trio di jazz in equilibrio tra la dodecafonia novecentesca e il minimalismo di Steve Reich. Da quali percorsi sei arrivato a concepirlo?

Rosario Di Rosa: Pop Corn Reflections nasce da una personale e profonda esigenza di inaugurare un nuovo percorso espressivo, caratterizzato da un processo di sintesi in grado di influenzare allo stesso tempo sia l'approccio strumentale che quello compositivo. Le mie pubblicazioni passate avevano il tratto comune di raccontare attraverso la musica esperienze vissute o "altre." Pur non rinnegando quanto fatto, a un certo punto ho sentito però il bisogno di cominciare a elaborare un linguaggio musicale che comunicasse di per sé, senza ulteriori elementi. Per farlo sono partito quasi da una sorta di "tabula rasa": mi sono messo in discussione come pianista e ho iniziato a studiare musica classica, ambito che in precedenza non avevo avuto possibilità di approfondire adeguatamente. Complice la fortuna di aver trovato due insegnanti e concertisti straordinari come il M° Leonardo Leonardi e il M° Manuela Dalla Fontana, ho avuto la possibilità di apprendere meccanismi musicali diversi dalla mia consuetudine, affrontando un repertorio molto vasto, dal barocco alla musica contemporanea. In questo percorso di studio alcuni autori come Reich e Schönberg hanno rappresentato un punto di partenza fondamentale e illuminante per certi ragionamenti di sintesi che stavo portando avanti da tempo, legati a un modo diverso di concepire il classico trio jazz e l'improvvisazione.

AAJ: Puoi farci alcuni esempi del modo in cui avete lavorato su modelli e materiali?

R.D.R.: Sono stato attratto dalle composizioni di Steve Reich e dal mondo della minimal music in generale, per il concetto di reiterazione unito a quello di variazione graduale nel tempo. Basti pensare a Clapping Music, del 1972, in cui Reich a una delle due voci omoritmiche sottrae un ottavo, creando così tutta una serie di incastri e contrappunti molto efficaci. Il concetto di serialità introdotto dalla Seconda Scuola di Vienna, invece, mi incuriosiva perché prevedeva un materiale minimo avulso dal sistema armonico funzionale. La mia idea è stata quella di incanalare questi concetti nell'improvvisazione del jazz e viceversa. Per farlo, ho posto alla base di ogni brano di Pop Corn Reflections un pattern che lo caratterizza in modo differente, diventando ora esclusivamente ritmico, ora solo armonico o melodico, oppure abbinando pochi di questi elementi. L'impresa ardua è stata poi quella di sviluppare tali caratteristiche attraverso l'improvvisazione, ma nel modo più intellegibile possibile. Abbiamo dunque tentato un processo di composizione davvero estemporaneo.

AAJ: Il disco è caratterizzato anche da un suono assai personale, con alcuni interventi di elettronica, ma soprattutto con grande attenzione alle emissioni dei singoli strumenti. Come avete lavorato su questo aspetto?

R.D.R.: L'attenzione quasi maniacale per l'aspetto timbrico, sia esso acustico o elettronico, ha giocato un ruolo essenziale. Con un materiale di partenza ridotto volutamente al minimo (le partiture spesso non superano le 2/3 misure), è risultato molto importante espandere tutti i possibili parametri espressivi che permettessero un'efficace caratterizzazione degli sviluppi improvvisativi. Uno degli obiettivi che mi ero prefissato in origine era proprio quello di allontanarmi il più possibile dal tradizionale suono di piano trio e capire come sviscerare linguaggi percettivi diversi.

AAJ: Nel lavoro c'è molta improvvisazione: qual è la tua idea di questa modalità creativa? E nel disco, vista la sua natura stilistica plurale, la praticate con modalità jazzistiche o contemporanee? [sempre che tu ritenga che ci sia una differenza tra le due...]

R.D.R.: In termini generali la mia idea di improvvisazione si innesta nella tradizione del jazz, guardando costantemente all'esempio di quei maestri che hanno contribuito a svilupparne il lessico in maniera unica e creativa. Se si ascoltano Thelonious Monk, Paul Bley o Steve Lacy, tanto per citarne alcuni, si può constatare il loro approccio asimmetrico e personale nello sviluppare la lezione di Louis Armstrong o Charlie Parker. Nel mio piccolo, tendo a fare la stessa cosa. In questo ultimo disco, però, l'improvvisazione è anche veicolo compositivo; ciò ha richiesto da una parte un disciplinato approccio legato al rigore stilistico della musica minimalista e seriale, dall'altra l'attinenza a quello jazzistico in senso stretto.

AAJ: Curioso il fatto che in uno dei brani prendi spunto dal secondo dei Klavierstücke op. 19 di Arnold Schönberg, che qualche anno orsono fu da ispirazione anche per Alfonso Santimone e Mauro Ottolini. Come ti spieghi questa reiterata attenzione?

R.D.R.: Credo che il motivo stia nella grande quantità di contenuti condensati in composizioni molto brevi. Nel mio caso però non si tratta di un riarrangiamento del Klavierstücke n.2, bensì di una variazione che ha richiesto un intervento compositivo. L'applicazione della serie così come quella della reiterazione è presente in diverse tracce del disco, costituendone il comune denominatore, ma in due pezzi in particolare, "Steve Reich Reflection" e la "Variation on Schoenberg's Klavierstucke Op. 19 n. 2," ho voluto rendere ancora più evidenti il richiamo a tali riferimenti.

AAJ: Sebbene Pop Corn Reflections sia un capitolo a sé, i tuoi precedenti lavori—come Unquiet Serenade, Cabaret Voltaire o il più recente Yawp!!!—non sono mai stati di mainstream. Potresti descrivere brevemente il tuo percorso artistico e la tua personalità musicale?

R.D.R.: In passato ho avuto la possibilità di studiare pianoforte jazz con un grande musicista e didatta come Salvatore Bonafede. Credo che il suo insegnamento più prezioso possa essere meglio esplicitato citando Paul Bley quando afferma: «suona quello che non c'è». Ecco, Salvatore mi ripeteva spesso che per suonare quello che non c'è bisogna conoscere quello che c'è già, quindi la tradizione. Infatti, ancora adesso lo studio dei vari linguaggi del jazz che si sono succeduti nel tempo costituisce una parte della mia pratica quotidiana. Nel mio percorso professionale ho avuto modo di suonare a lungo anche con musicisti esclusivamente mainstream. Ritengo invece che per la realizzazione di un disco il discorso debba essere diverso, perché hai l'occasione di poter registrare le tue idee, non solo le note che sai fare. E per idee intendo l'organizzazione della forma delle composizioni e dell'organico, le influenze della musica che hai ascoltato e che ti hanno portato a essere quello che sei. Non si possono raccontare con parole diverse contenuti già sviscerati da altri. Credo che realizzare un disco di mainstream oggi sia un po' questo. Ed è una prassi che non condivido, in quanto risulta decisamente anacronistica. Al di là della bravura strumentale, mi piace sentire e capire la "visione" che sta alla base di un progetto, che secondo me è la cosa più importante.

AAJ: Nella tua vita non c'è solo la musica, visto che sei anche laureato in architettura: c'è o c'è stata una sinergia tra le diverse pratiche?

R.D.R.: L'architettura ha rappresentato per me solo una parentesi, un tentativo di trovare un compromesso con l'apparente follia di una vita dedicata alla musica. In realtà, ben presto ho dovuto fare i conti con me stesso, capendo che si trattava di qualcosa che non mi apparteneva. Tuttavia ritengo che l'impostazione mentale e il bagaglio culturale di una laurea in architettura abbiano comunque lasciato qualche traccia nel mio modo di rapportarmi alla composizione.

AAJ: Progetti per il futuro più o meno immediato?

R.D.R.: Vorremmo suonare Pop Corn Reflections il più possibile, per cui nei prossimi mesi l'impegno del trio e della NAU Records sarà rivolto sicuramente verso il versante live. Nel frattempo sto lavorando anche a un nuovo progetto, questa volta in piano solo, a cui tengo molto. Mi interessa sviluppare alcuni concetti espressi in Pop Corn Reflections sotto altri punti di vista, nel tentativo di realizzare qualcosa di più personale possibile nella difficile prova del suonare in solitudine.

Foto
Amedeo Novelli.

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