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Il bestiale teatro musicale di Mauricio Kagel
Kagel ha un approccio da demiurgo, creativo e consapevole, nella propria musica, anche nel presentarsi. Si diverte a scriverla, a dirigerla, ad eseguirla, ad ascoltarla e chissà forse anche a vederla. Poco importa del resto, del contorno, del superfluo che la musica trascina attorno a sé. Da questo punto di vista la full immersion che ha offerto il Festival monegasco ha permesso di assaporare dettagli e sfumature dei mondi teatrali kageliani avendo a disposizione non solo prime di assoluto rilievo per gli interpreti che le hanno eseguite (Ensemble Modern e Tam Theater), ma anche la presenza dello stesso Kagel che ha diretto e sempre presentato le proprie opere con puntuale ironia e precisione.
Morceau de concours a parte, il viaggio nell’immaginario di Kagel ha avuto come tappe principali Exotica (1971-1972), Bestiarium (1976) e Acustica (1968-1970): la prima fa parte del repertorio di musica orchestrale, la seconda è un’opera di teatro musicale, mentre la terza è un’opera di musica elettroacustica ed elettronica. I tre lavori sono tutti scritti negli anni Settanta in Germania.
Morceau de concours, come dalla presentazione dello Kagel, è un pezzo scritto, alla maniera di un pezzo da concorso, “per mostrare la quale sia il proprio modo di comporre”. Due trombe accordate differentemente (in do e si bemolle) conversano per mezzo di brevi proposizioni musicali a tutta prima dissonanti e incongruenti, ma via via più melodiche e liriche. Il sapore del pezzo nel suo insieme, pur serio e a tratti grave, risulta clownesco. Gli interventi vocalici, che sul finale ripetono un “morceau” in frantumi, sottolineano un voluto carattere rapsodico, frammentario, spezzettato.
Exotica (1972) è stato senza dubbio il piatto forte della prima serata di Festival e la possibilità di sentire e vedere tale opera interpretata da Kagel in persona e da alcuni membri dell’Ensemble Modern è stata un’opportunità unica offerta dal Festival monegasco. L’opera ruota attorno due considerazioni che paiono di primo acchito banali che tuttavia ne costituiscono il fulcro teoretico. Scritta per “strumenti (esotici) non europei”, Exotica vuole concretamente mettere in discussione il concetto di pratica sullo strumento da parte dello strumentista (specializzato non solo su un repertorio specifico, ma anche su uno strumento esclusivo). Di non minore interesse sono le riflessioni che riguardano lo strumento come estensione del corpo e sul conseguente utilizzo della voce da parte dell’esecutore nella propria interpretazione. E poi una critica irriverente all’approccio occidentale, alla musica contemporanea, alla musica seria, agli esotismi di tutti i tipi, allo strumentario utilizzato, ai ritmi, alla parte vocale, ai sensi. Kagel scrive pertanto un pezzo in cui l’interprete (non necessariamente specialista) deve suonare e cantare “con la medesima qualità” una strumentazione (e non solo uno strumento) che gli è estraneo. Il tutto non è privo di riflessi anche politici…
“J’ai toujours eu le désir de composer une oeuvre dont la condition essentielle réside pour chacun des exécutants dans le fait de ne pas jouer l’instrument auquel il est entraîné depuis des années, mais uniquement un instrument dont il ne possède pas la technique. Avec un grand orchestre la réalisation de ce principe conduirait à d’inimaginables effets sonores: une bonne partie du résultat imparfait qui se produirait d’emblée pourrait ressembler à de la musique nouvelle dans une interprétation parfaite; l’autre part, par contre, remettrait à tel point en question la compétence technique des exécutants que ceux-ci, par épouvante et panique, peut-être également par ironie et joie, inventeraient de la musique. Des musiciens de race blanche ne s’estimeraient sûrement pas heureux d’un tel morceau. Mais les autres?”
In Exotica, così come Bestiarium e Acustica, la strumentazione estrania volutamente l’interprete proiettandolo nel mondo kageliano con la dovuta sprovvedutezza che permette a Kagel di ergersi a demiurgo assoluto del proprio mondo. Mondo. Già, perché in ognuna di queste tre opere ha grande importanza la rappresentazione scenica della performance e dell’esecuzione. In Exotica gli interpreti controllano ciascuno una sorta di “edicola” che presenta molti e vari strumenti a corde, a fiato, a percussioni, rari, comuni, che comunque non appaiono mai nella musica colta e popolare europea.
Ciascuna parte è stata scritta esclusivamente in rapporto alla durata e all’ampiezza sonora sotto forma di una monodia ritmica continua nella quale l’esecutore deve liberamente determinare la tessitura. Le parti vocali [ma cos’è voce e cos’è suono e cos’è rumore per Kagel?!], spesso urlate, costituiscono frammenti di sillabe o parole della lingua kageliana, bestiale, impulsiva e fisica. Una lingua perfettamente consona alla musica nella quale si inserisce che ricorda da molti punti di vista quella dei conquistati e dei conquistanti di un altro capolavoro di Kagel, Mare Nostrum (“Descubrimiento, pacificación y conversión de la región mediterránea por una tribu de la Amazonia” per voci e strumenti del 1975).
In Exotica gli interpreti interagiscono fra loro, si scambiano le parti. Kagel sembra seguirli più che dirigerli, ride, canta, segue tutto ad occhi chiusi. Detta il tempo, veloce o lento, saltellando di qui e di là nel suo universo fantastico. Poi il sipario si chiude fra urla, fischi, risa e applausi. Le “edicole” piene di tutti i loro esotismi si svuotano di suoni e di anima e rimangono aperti solo i loro simulacri, le loro ombre, il loro aspetto meraviglioso, curioso, sfacciatamente estraniante ed emarginato in una Sala Empire troppo traboccante di stucchi dorati e specchi.
La ricchissima prima serata ha visto anche l’esecuzione di Bestiarium, opera di teatro musicale ironica e dissacrante sul mondo degli animali di plastica, sui gonfiabili e sugli animali giocattolo. Eseguita a teatro ha messo a sua volta in scena due piccoli palcoscenici, che si aprivano in alternanza, facendo luce ogni volta su un breve sketch con protagonista un diverso animale. Lo strumentario di dell’opera è costituito dai suoni emessi dagli animali gonfiati/sgonfiati, deformati/manipolati e da una strumentazione relativamente ristretta (voce, bandeneon, violino e piano) e da un gioco di apparecchi. Come sarà anche per Acustica palloncini e gonfiabili in genere costituiscono parte integrante degli strumenti utilizzati da Kagel.
In Bestiarium è possibile farsi impregnare di tutto l’immaginario perverso, inquietante e inumano, sempre sottilmente beffardo e canzonatorio, del mondo di Kagel. Le scene si susseguono veloci e in fondo non c’è trama per una rassegna di mostri che ricorda molto il “Manuale di zoologia fantastica” di Borges. Gli attori/interpreti del Tam Theater sono sublimi nel rendere espressioni e anima ad oggetti privi di anima, vita e passione, eppure così inquietantemente parte integrante della nostra esistenza.
Opera geniale, dal forte impatto, che per alcuni aspetti dal vivo fa sottovalutare l’importanza della partitura musicale, mai mero accompagnamento o sfondo. Fortunatamente la replica per le scuole offerta dal Festival monegasco permette di approfondire quanto una prima visione aveva assorbito troppo in fretta. Ingegnosa e mordace anche al secondo ascolto, anzi forse ancora più bella con le risa dei bambini spettatori privilegiati per capire questo mondo!!
La terza e ultima opera presentata al Festival Printemps des Arts di Monte-Carlo è stata Acustica, “Música para productores de sonido experimental, altavoces y de dos a cinco interpretes”. Scritta agli inizi degli anni Settanta, è una delle poche opere del repertorio elettronico di Kagel e vi vede manifestate molte delle sue riflessioni di quegli anni quando “il compositore pensava a scrivere musica nuova e a come sviluppare nuove prospettive di musicalità”.
Acustica prevede 127 azioni diverse e indipendenti, affidate a un gruppo ristretto di esecutori (anche qui del Tam Theater) i quali devono realizzarle in modo che ogni movimento appaia assolutamente libero, incondizionato e privo di significato. All’esecuzione strumentale Kagel sovrappone un nastro magnetico sul quale è registrato materiale elettronico puro, suoni vocali e suoni prodotti con gli stessi strumenti eseguiti dal vivo, non manipolati.
“Il punto di partenza di questa composizione elettronica è stato il collegamento più omogeneo possibile di due categorie di suoni dissimili nella natura della loro produzione. Un collegamento che, realizzato per esempio modificando il suono concreto attraverso filtri, modulatori ad anello o trasformazioni in fase di registrazione, mi sarebbe sembrato troppo semplificato. Deve invece essere ottenuto attraverso un analogo trattamento degli strumenti elettronici”.
Come per Exotica, i veri protagonisti della scena sono gli strumenti e la strumentazione. Non ha assolutamente senso porsi la questione della distinzione, euristica e in fondo immateriale, tra suono e rumore. Tutto emette un suono e può costituire oggetto e interesse per la musica. Kagel attinge pertanto ispirazione acustica dalla vita quotidiana, mescolando sacro a profano, alto e basso, colto e popolare, suono e rumore. Tutto quanto produce suono viene riciclato in scena: utensili d’uso comune, acqua, secchi, porte, finestre, scatole, valigie, legni, tubi, strumenti giocattolo, parti di strumenti, strumenti modificati e alterati nelle loro proprietà sonore, strumenti di tradizioni diverse, strumenti antichi e poi campane, nacchere, campanelli, una fiamma, una bombola ad aria compressa, elettrodomestici, un giradischi. Lo scenario è così descritto da Kagel:
“Esseri atterrati sulla terra da una stella lontana, che venti sfavorevoli hanno sospinto in una città industriale. Chiaramente provvisti di udito cercano la dimensione acustica che gli permetta di riconoscere l’enigmatico ambiente. Si imbattono in oggetti neri, che gli indigeni chiamano dischi, e che essi - con attenta osservazione del risultato - azionano con un temperino, una spazzola di ferro o un imbuto di plastica”.
Anche in quest’opera Kagel lascia ampi margini di libertà per l’improvvisazione e l’azione scenico-musicale. “La musica assoluta non esiste (è un’utopia!)”, afferma prima del concerto. “La purezza sta solo nella declinazione teologica”. Kagel è partigiano della impurità e vuole che i propri interpreti scoprano da lui condotti la lingua degli strumenti (anche quando gli strumenti sono oggetti impropri), la sua bestiale e animalesca lingua kageliana. Il compositore è ancora una volta il demiurgo - anche per la sua posizione scenica, a smanettare dietro una consolle che troneggia in fondo alla scena - che fa interagore tessiture di strumentazioni tradizionali a tessiture sonore ottenute con mezzi elettro-acustici.
Il demiurgo fonde e infonde, scardina, confabula, si eclissa e sprofonda al calare delle luci in una dimensione lontana, abissale, dannatamente attuale.
L'occasione offerta, in conclusione, dal Festival monegasco per assaporare dal vivo opere complesse, anche perchè di difficile realizzazione/visualizzazione, è stata davvero unica.
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