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Giovanni Tommaso: sulle tracce di Miles Davis passando per Kind of Blue

Paolo Marra By

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La musica è un modo per ritrovare le proprie origini, le radici perdute. Un giorno Miles Davis si ricorda di quegli "eccezionali gospel" che ascoltava in chiesa da piccolo in Arkansas. Per rivivere quelle sensazioni perdute butta giù un blues di cinque battute con un suono "molto scorrevole." Ma quando entra in studio il 2 marzo del 1959 assieme alla sua band la registrazione prende un'altra direzione. Da quel giorno sono passati sessant'anni e Kind of Blue rimane uno dei capolavori indiscussi della storia del jazz. Il suo autore, figura geniale e nello stesso tempo controversa ha influenzato nel tempo generazioni di musicisti.

Tra questi il contrabbassista e compositore Giovanni Tommaso che nel 1959 si trova a New York in un periodo "di fermento irripetibile" per il jazz. Assiste assieme ad alcuni suoi amici a un concerto di Miles Davis con il suo quintetto all'Apollo Theatre ad Harlem, e ne viene folgorato. L'uso originale del contrabbasso e l'approccio al jazz modale di Kind of Blue influenzeranno diversi suoi lavori solisti, ma in generale l'intera produzione del trombettista sarà fonte di ispirazione per il contrabbassista che anni dopo a seguito dell'ascolto dell'album simbolo del periodo elettrico Bitches Brew fonderà con Franco D'Andrea, Bruno Biriaco, Claudio Fasoli e Tony Sidney la storica band jazz-rock italiana del Perigeo.

All About Jazz: "So What" nasce da un tema scritto per il contrabbasso, una novità per l'epoca?

Giovanni Tommaso: Sicuramente. Bisogna infatti risalire ad alcuni solisti di contrabbasso per trovare delle esecuzioni in cui questo strumento facesse proprio da padrone con il tema e gli assoli all'epoca.

AAJ: Quanto ha influito su di te Kind of Blue e, in generale, l'intera carriera di Miles Davis?

GT: La vera folgorazione con Miles Davis l'ho avuta nel periodo dei cinque o sei dischi registrati in pochi giorni con l'etichetta Prestige. Dischi che sono diventati dei capisaldi del jazz moderno. Quello è il Miles che ho amato di più, forse anche per l'età che avevo allora. Alla fine del '59 ho vissuto per quasi un anno a New York, che si trova al centro di un fermento irripetibile.

AAJ: Il 1959 fu un anno decisivo per il jazz in particolare...

GT: Sostengo che gli episodi della storia del jazz siano legati ad eventi storici, la musica risente dell'evoluzione dell'uomo. Ogni stile di jazz è figlio del proprio tempo.

AAJ: Secondo te Miles Davis ha reso il jazz più accessibile alle masse?

GT: Senz'altro, soprattutto nel periodo elettrico. Davis era un personaggio e come tale suscitava interesse sia giornalistico sia di moda. Era seguito con grande interesse da registi e scrittori. Questo è accaduto in forme diverse anche a Chet Baker, a Charlie Parker e a Thelonious Monk.

AAJ: Qual è secondo te il segreto del successo straordinario di Kind of Blue?

GT: Quando lui è entrato in studio aveva delle annotazioni e non aveva delle partiture vere e proprie. È la magia che si è creata tra questi musicisti che ha determinato il livello eccezionale. Una cosa che mi è rimasta impressa è quando conobbi Philly Joe Jones il suo batterista per molti anni, che incontrai al Music Inn, storico locale di Roma. Tra le tante domande che gli feci una fu "Dimmi qualcosa di Miles che non si legge da nessuna parte." Lui mi rispose "Miles voleva che io suonassi in un certo modo e puntualmente litigavamo. Io gli dicevo "I'm a drummer!" -sono un batterista -e Miles mi rispondeva "Do as I say" -fai come ti dico. Sai una cosa... -mi disse -ogni volta che suonavo come diceva lui era meglio!"

AAJ: La registrazione di Kind of Blue è magistrale, un sestetto registrato in presa diretta.

GT: Una delle peculiarità più importanti del jazz è il sound. A quell'epoca c'era una tecnica di registrazione che cercava di riprodurre il suono reale che si ascoltava in studio. La bellezza dei dischi degli anni '50 e '60 è la purezza del suono, la presenza timbrica che con la tecnologia abbiamo perso. Oggi c'è troppa separazione dei suoni, la registrazione è pulita ma un po' morta.

AAJ: Kind of Blue è il simbolo della musica modale, è stata una rivoluzione per la musica jazz?

GT: Lo fu senz'altro perché non usava le progressioni armoniche con molti accordi presi dalla forma canzone americana. Quando arrivò "So What" venne fuori una forma apparentemente semplice, ma fu stimolante perché aveva un suono diverso da quello che si era sentito prima e dava la possibilità ai solisti di grande libertà di improvvisazione ed emergeva la componente più melodica del solista. Coltrane con il suo quartetto ha esasperato la forma modale, con Davis era più morbida.

AAJ: Su quali tuoi lavori solisti e del Perigeo ha influito l'approccio modale?

GT: Ce ne sono tanti... nel Perigeo non era l'unica peculiarità, quello che ha caratterizzato la nostra musica era una combinazione di idee musicali con il coraggio di abbinarle tra di loro senza preoccuparsi del rischio della poca ortodossia. Abbiamo fatto lavori in cui si passa da tematiche quasi neoclassiche a brani rockeggianti da un punto vista ritmico con frasi articolate. Queste diverse componenti che abbiamo portato avanti per cinque anni hanno determinato un suono originale, identificabile.

AAJ: Quali progetti o concerti hai in programma?

GT: Sto preparando un lavoro al quale tengo molto che è il prossimo disco che farò insieme a mia figlia Jasmine, una cantante secondo me eccezionale. Lo faremo all'Auditorium di Roma il 15 Dicembre con un concerto registrato dal vivo e ne uscirà un disco.

Foto: Andrea Rotili.

Questa intervista è stata trasmessa su Beckett Jazz Club, il programma di Fabrizio Montini per Radio Godot.
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