Giovanni Francesca, genesi di un nuovo talento

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Giovani talenti crescono. E sorprendono. È il caso di Giovanni Francesca, classe 1978, un chitarrista- compositore di formazione classica, che dopo esperienze diverse, dalla musica leggera al teatro, nel 2010 ha partecipato alla tournée teatrale Il caso di Alessandro e Maria di Giorgio Gaber, e, ovviamente al jazz (ha suonato con Antonello Salis, Javier Girotto, Mirko Signorile, Maria Pia De Vito, Chuck Findley, Luca Aquino ecc.) è approdato al suo primo lavoro da solista, Genesi (uscito su etichetta Auand). Ebbene, si tratta di un affresco elettrico composto da 10 tracce, tutte originali, che rivelano una sorprendente anima melodica e che si sviluppano in più direzioni, toccando territori come la fusion o l'elettronica dove i generi tendono a confondersi. Una prova davvero matura che vede il nostro in compagnia di un trio composto da Raffaele Tiseo al violino, Marco Bardoscia al contrabbasso e Gianluca Brugnano alla batteria e di numerosi ospiti. A questo punto, abbiamo voluto saperne di più, e siamo andati ad intervistare l'artefice di una così opera prima.

All About Jazz: Mi spieghi, dunque, come ti sei avvicinato al jazz?

Giovanni Francesca: Sono diplomato in chitarra classica e fino ai 23-24 anni ho suonato quasi esclusivamente rock e blues. Passavo intere giornate emulando i miei chitarristi di riferimento: Gilmour, Page, Hendrix, Knopfler, Morse, Blackmore. Contemporaneamente studiavo al Conservatorio. Gli studi classici sono stati fondamentali per la mia crescita musicale. Penso, infatti, che suonare uno strumento acustico significhi mettersi a nudo riguardo a questioni come il suono e l'espressività. In seguito sono venuto in contatto con molti musicisti jazz e istintivamente è nata la passione per il linguaggio jazzistico e l'improvvisazione

AAJ: Quanto peso ha avuto agli inizi di carriera la tua esperienza nel gruppo di Mino Reitano e, in genere, con il mondo della cosiddetta musica leggera italiana?

G.F.: L'esperienza con Mino è stata straordinaria. A soli 20 anni dopo la gavetta nei locali e nei club mi sono ritrovato a suonare su grandi palchi in giro per l'Italia e in altri paesi come Canada, Australia e America. È stata un'avventura che porto nel cuore anche perché Mino Reitano era una splendida persona e un grande cantante. Ho fatto, inoltre, parte della Bengiò Orchestra con la quale ho accompagnato artisti come Alex Baroni, Samuele Bersani, Gegè Telesforo, Rossana Casale e molti altri. Suonare in un'orchestra è molto affascinante e di sicuro un'ottima "palestra".

AAJ: Il tuo stile chitarristico è molto originale. Evidentemente risente delle molteplici influenze che hai avuto durante la tua formazione musicale. Ci sono peró chitarristi che ti hanno influenzato più di altri o musicisti che ammiri particolarmente?

G.F.: Lavoro continuamente sul mio stile e sul modo di concepire la chitarra nella musica "moderna" cercando di rispecchiare al meglio il tempo che viviamo. Amo i musicisti più che i chitarristi, ma in generale amo le persone che sanno mettersi in discussione cercando di essere il più personale possibile, attraverso la musica mi piace ascoltare il loro spirito. Facendo uno sforzo, tra le mie influenze potrei ricordare sicuramente Miles Davis, Bach, Led Zeppelin, Bill Frisell, Brad Mehldau, John Coltrane, Jeff Beck, E.S.T., Pink Floyd, Cuong Vu.

AAJ: Prima di Genesi quali sono state le tue più importanti avventure discografiche. So che sei stato in diversi sodalizi come i Kaon Quartet, i Rosso Rubino ecc.

G.F.: Koan Quartet è stato il primo esperimento discografico che mi ha coinvolto come compositore. Riascoltando oggi il disco lo reputo un pò datato, ma ricordo con molto piacere le giornate passate a registrare con la band. In particolare ripenso a quando riuscimmo a coinvolgere Chuck Findley in un brano. Io ero molto teso perché mi occupavo della registrazione. Non sapevo come disporre di preciso il microfono per la ripresa della tromba di Chuck, ma lui senza troppe pretese ascoltò il brano una volta e registrò di getto una splendida take... fu una grande emozione. Concludemmo la giornata mangiando snacks e bevendo birra. Con i Rosso Rubino ho vissuto un'altra bella esperienza. La forza di quel progetto era data dal fatto che eravamo tutti amici e ci divertivamo come matti a suonare e comporre, senza grosse aspettative ma solo con la voglia di stare insieme e condividere momenti di piacere. Importanti dal punto di vista professionale sono stati anche un paio di dischi con Albano Carrisi e sua figlia Cristel.

AAJ: Nel 2011 hai registrato un album anche per la Leo Records con Aldo Galasso e Dario Miranda che investigava "zone di confine" rispetto al jazz mainstream. Ci puoi parlare di questa avventura e di un sodalizio che mi sembra per il momento sospeso?

G.F.: L'album in questione si chiama Telegraph ed è stato la logica conseguenza di Koan Quartet. Il quartetto si è trasformato in un trio ed abbiamo cercato un approccio più istintivo alla musica attraverso l'improvvisazione. Con Aldo e Dario passavamo giornate ad improvvisare e a sperimentare cercando di raggiungere un'intesa maggiore e nuove sonorità. Alla fine abbiamo estrapolato piccoli temi su cui costruire i pezzi in modo estemporaneo. È un album di cui vado molto fiero ma che, probabilmente, non gode di grande fruibilità ed è quindi difficile da proporre.

AAJ: A proposito di sodalizi, ne hai avuto uno importante con il trombettista Luca Aquino che tra l'altro troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a Genesi.

G.F.: Il periodo con Luca è stato molto intenso e affascinante. Ho partecipato alla registrazione di Lunaria, offrendo il mio contributo anche come compositore e arrangiatore oltre che come chitarrista. Infatti ho avuto il piacere di riarrangiare "No surprises" dei Radiohead, con la splendida voce di Maria Pia De Vito e di ospitare, nel mio brano "Nuvola Grigia," la tromba di Roy Hargrove che duetta con il flicorno di Luca. Considero Luca un grande musicista e una persona che guarda sempre avanti. Un pò mi manca il "Lunaria 4et" per la libertà che si respirava durante i concerti e la voglia di esplorare mondi sonori sempre nuovi. Salivamo sul palco senza sapere di preciso cosa fare e a volte, eravamo noi i primi ad essere sorpresi di ciò che stava accadendo.

AAJ: Veniamo finalmente alla tua prima opera da solista, Genesi. Come è nata e come sono avvenuti i contatti con l'Auand di Marco Valente?

G.F.: Genesi è un album che raccoglie molte musiche che ho scritto nel tempo, non con l'idea di fare un disco, ma per puro istinto creativo. Probabilmente Marco è stato uno dei primi a ricevere l'album perché ho sempre amato le pubblicazioni Auand, che reputo tra le poche etichette italiane con uno sguardo sempre vigile rivolto al presente e al futuro. Quando mi chiamò io ero in partenza per una tournée in Inghilterra e Sud America, mi disse che il lavoro gli era piaciuto e un mese dopo ci risentimmo per fissare l'uscita del disco.

AAJ: Sei soddisfatto del risultato finale? È un lavoro molto fresco, arioso e con una densa linea melodica. Credi che sarà in grado di conquistare anche un pubblico che magari mastica poco di jazz?

G.F.: Genesi è soprattutto un disco sincero nel senso che rappresenta la mia idea di musica a prescindere dalle etichette o dai generi musicali. Ho cercato di realizzare un lavoro che potesse risultare di "facile ascolto" per chiunque. Ho lavorato molto sulla composizione e sull'orchestrazione spostando l'attenzione su due punti fondamentali, la melodia e il mood sonoro. Non lo reputo un album jazz e nemmeno un album rock, ma in esso convivono entrambi. Per ora rappresenta il punto di partenza su cui sviluppare la mia personalità.

AAJ: Nei tuoi dischi fai un uso molto parsimonioso dell'elettronica. Qual è il tuo rapporto con "effetti digitali" e programming?

G.F.: Amo molto l'utilizzo dell'elettronica e l'ausilio della tecnologia, sia in fase compositiva, sia in fase di arrangiamento. Mi fa sentire partecipe del tempo che viviamo. Ovviamente, non rinnego l'utilizzo dei suoni acustici, ma mi piace integrarli con effetti digitali e non, per ottenere maggiore espressività e soluzioni sonore insolite. Del resto, parlando di chitarra, non sono mai stato amante del classico suono jazz. Ascolto più che volentieri chitarristi come Wes Montgomery e Jim Hall, ma non riesco a sentire come mio quel tipo di suono. Lo trovo un po' anacronistico.

AAJ: A proposito di suono, puoi parlarci delle tue chitarre e, in genere, della strumentazione che utilizzi?

G.F.: Devo dire che fino a cinque anni fa ero ossessionato dal suono e cercavo la mia "voce" nelle chitarre, nei pedali o nei vari amplificatori che ho avuto. Quando poi mi sono ritrovato a suonare in situazioni in cui, spesso, non avevo a disposizione il mio set up, ho capito che realmente la mia "voce" nasce solo dalle mie mani e che il resto serve a colorare un'idea di suono che è già autonoma nella mente. In seguito, il mio rapporto con la strumentazione è stato molto più distaccato. La chitarra che utilizzo principalmente è una Paul Reed Smith, anche se, nell'ultimo periodo, ho ripreso a suonare la mia vecchia Stratocaster. In realtà sono strumenti abbastanza diversi. Mi piace utilizzare l'uno o l'altro per creare diversi strati sonori capaci di compensarsi o di contrapporsi a secondo delle necessità. L'amplificatore è un Vox AC15, mentre per quanto riguarda la chitarra classica mi rivolgo al mio liutaio di fiducia, mio padre Sergio. Chitarrista per diletto, da qualche anno costruisce chitarre classiche molto belle, equilibrate e con un timbro caldo ma potente. Non so come sia riuscito a raggiungere nel giro di tre o quattro anni un livello così alto, ma per me è stato fin troppo semplice e naturale vendere la mia vecchia chitarra di liuteria e scegliere uno dei suoi strumenti per creare la mia musica.

AAJ: Quali dischi stai ascoltando in questo momento?

G.F.: Molta musica sparsa. Sono incuriosito dal jazz europeo, dal filone scandinavo, dal sound dei Radiohead e sono un appassionato di arie classiche, mi commuovono. Odio, invece, i recitativi.

AAJ: Questa estate hai in previsione dei concerti? Parteciperai a dei festival?

G.F.: Ho alcune proposte che sto valutando ma niente di certo per adesso. Suonare è veramente difficile. Ai festival hanno accesso solo i grandi nomi e senza i contatti giusti non ci sono molte speranze. Questo aspetto della musica è molto triste e penso sia deleterio per la crescita musicale ed artistica in questo paese. Non c'è la volontà di rischiare (probabilmente non è nemmeno il periodo giusto) e di proporre cose nuove. Mi auguro che le cose migliorino nei prossimi anni.

AAJ: Ultima domanda, di rito: a cosa stai lavorando?

G.F.: Al secondo disco. Mi sento ispirato in questo periodo e non voglio perdere tempo.

AAJ: Come sarà?

G.F.: Seguirà le orme di Genesi, ma farò un maggior uso dell'elettronica e credo che coinvolgerò un minor numero di musicisti. Tenendo sempre come punto di riferimento la melodia, attualmente sto lavorando soprattutto sul sound in modo che diventi il più possibile originale e personale.

Foto di Riccardo Crimi (la prima) e Paolo Mura (la terza e la sesta).

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