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Gent Jazz Festival 2010 - Il diario pt. 6 - Is That Jazz? - 15-17 lug.

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La seconda parte del Gent Jazz Festival è sempre caratterizzata da escursioni in musiche diverse rispetto al jazz. Musiche che tuttavia derivano, collimano, si ispirano, si contaminano e confondono. Perché un festival di jazz dovrebbe concedere queste divagazioni? Le ragioni sono tante. Di sicuro, quella più plausibile sta tutta nella necessità, organizzativa e strategica, di catturare nuovi ascoltatori. Insomma, uno specchietto per le allodole utile a far respirare, anche in termini economici, le ragioni del jazz.

Perché no?

Intanto, la brasiliana Cibelle è sul palco che sembra una torcida di Rio de Janeiro. Per essere più precisi è come se fossimo ancora a Carnevale. La cantante si presenta on stage praticamente in vestaglia e sottoveste. Praticamente è come se non si fosse cambiata venendo dall'hotel cittadino che la ospita. Inizia con un mambo strascicato e poi si getta nell'electro tribale. Un po' Amy Winehouse, un po' M.I.A., un po' tutto. E niente. Il suo genere viene definito "tropical punk," ma qui oggi l'aria è davvero fresca e mite. Esperimento ardito quello degli organizzatori. Molto poco convincente questa artista sbracata che pensa di essere in un pub inglese.

Mariza invece è più composta. C'è il pubblico delle grandi occasioni a salutare quella che da più parti viene definita la nuova Amalia Rodriguez. Canzoni dal piglio allegro, anche se pian piano si inoltrano nei colori più tenui e nostalgici del nuovo fado. Terra, il suo ultimo CD, è il punto di riferimento dello show. L'interpretazione e la voce non le mancano. Intrattiene, con esperienza, il pubblico con monologhi che fanno capire la musicalità della lingua portoghese. Qualche dubbio però rimane: molto lontana comunque dalla eleganza e dalla proverbiale compostezza di Teresa Salgueiro e dei suoi Madredeus. La band che l'accompagna è forse fin troppo spinta nell'happening pop rock. Un assolo di batteria, nel fado, è come una serenata nell'heavy metal.

La giornata dedicata alle varie declinazioni della musica latino americana e portoghese termina con l'esibizione di Gilberto Gil. L'ex ministro della cultura del governo Lula è in forma. Imbraccia una Fender Stratocaster rossa e subito prende alla gola e alle gambe il pur composto pubblico belga ("Fé Na Feta"). I belgi restano seduti, ma è come se volessero abbandonare la prevedibile e noiosa comodità per scatenarsi a ritmo del samba elettrico. Grazie a una solida base ritmica che sorregge i brani vecchi e nuovi del repertorio di Gil, si ha la sensazione che questa musica sia senza tempo. Un genere, quello proposto dall'autore brasiliano, che fedele alla sua etichetta è ricco culturalmente e si nutre della storia multicolore e della pop(olarità) dei brasiliani ("Asa Branca," "A Paz," "Baião da Penha," "Madalena").

Secondo giorno e altri scenari musicali. Iniziano i locali Vive La Fête col progetto dedicato al jazz, per così dire. La cantante Els Pynoo e l'ex chitarrista dei dEUS, Danny Mommens, sono protagonisti insieme a una band di fiati e ritmica di uno show abbastanza leggero e sbiadito. Easy jazz for dummies, potremmo dire. Come un piatto di cozze, qui si chiamano Mosselen, che i belgi divorano come pane.

È una giornata abbastanza movimentata. La Cinematic Orchestra di Jason Swinscoe è protagonista di sonorità fluide e affascinanti disperse su tessuti ritmici vellutati e pieni di appeal. I TCO sono la versione meno inquieta dei Radiohead e meno lugubre e oscura dei Massive Attack.

Tutti aspettano però Kruder & Dorfmeister. Non si erano ancora visti tanti giovani finora. Ma quella proposta dal duo austriaco è un'esperienza sensoriale e visiva fatta di mille luci e colori, groove e beat che rimandano a un tribalismo ancestrale sparato a mille nel futuro. La loro è come una torta di frequenze ultraterrene e ritmi preziosi tirata in faccia agli spettatori. Uno spettacolo per occhi, orecchie e pancia. Uno della crew del festival ci dice: "Ma questo non è jazz," tappandosi le orecchie. Ok, ma anche il Be bop negli anni '40 fece lo stesso effetto... O no?

Sabato 17 luglio c'è poca gente in giro per gli stand del festival. E poca ce n'è ad ascoltare i Root, trio belga che sguazza tra il jazz elettrico, il soul e la fusion. L'attitudine è prog, fondamentalmente. Le idee che esprimono i tre sono però ancora troppo fragili per poter essere appieno apprezzate. Appuntiamo una versione depotenziata e triste di "Money Money" degli Abba e tanta tristezza autunnale. Lo show termina con un quarto d'ora d'anticipo.

Si vede un po' più di gente per la performance di Gil Scott Heron. Il poeta e musicista statunitense non delude le attese. Da solo al Piano Rhodes incanta ancora con la sua voce calda e profonda e con le sue poesie pacifiste. Quando poi salgono sul palco due sue vecchi amici e collaboratori (Carl Cornewell, sassofoni) e Glen Turner (tastiere) e un percussionista (Tony Duncanson) la magia è ancora più completa. Uno show intenso (e forse un po' troppo insistito in alcuni frangenti) che rimarrà l'ultima grande esibizione a cui assisteremo al festival.

L'esibizione dei Madness non aggiungerà altro che tanto e meritato divertimento.

Foto di Bruno Bollaert.

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