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Gent Jazz Festival 2010 - Il diario pt. 2: no calcio, grazie: siamo a Gent. 8 lug

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Ci sono i mondiali di calcio, ok. Ma qui è come se a nessuno importasse niente. Nelle vie del centro, la pubblicità dei televisori e degli abbonamenti alle pay tv rimanda alle gesta di Villa e Robben, ma per il resto ci si accorge che ci sarà tra qualche giorno una finale del tutto inedita tra la Spagna e l'Olanda solo attraverso qualche sparuta maglietta delle rispettive nazionali che circola indisturbata tra un negozio e l'altro. I belgi mancano dalla fase finale dei mondiali di calcio da un po' di tempo, questa può anche essere una spiegazione. E poi comunque c'è la musica che secondo alcuni non può coabitare con lo sport anche se si trattasse della dea Eupalla, come la definiva Gianni Brera.

È il Gent Jazz Festival che fa convergere le attenzioni del grande pubblico cittadino, altro che football! Per la verità, quest'anno si ha la sensazione che anche qui si avvertano chiari e nitidi i forti venti turbolenti della crisi internazionale.

La seconda giornata inizia con un andamento lento e vellutato. Di scena il Greg Houben Trio. Le sonorità evocate dal trombettista, da un contrabbassista (Sam Gerstmans) e da un valido chitarrista (Quentin Liégeois) sono smooth, accoglienti. Il lirismo di Greg Houben rasenta il ricordo delle cose migliori di Chet Baker. Anche perché Houben spesso si diletta al canto e lo fa anche in maniera egregia. Gerstmans puntella le sofisticate escursioni armoniche mentre il giovane Liégeois cuce e vivacizza la scena con assolo caldi e cristallini. Molte le escursioni nella bossa più patinata. Houben ha vissuto un anno in Brasile e si è fatto rapire letteralmente dalla poesia di Tom Jobim & Co. Il Trio è senza dubbio la prima gradevole sorpresa di questa giornata.

Il tempo di allestire il palco che Kurt Elling, ospite John McLean, rapisce subito l'interesse di un già folto pubblico, nonostante il gran caldo e l'ora non certo propizia. Il beniamino di Downbeat diverte con la sua verve ironica. Battezza lo show con una incerta, a nostro avviso, versione della "Steppin Out" di Joe Jackson. Le sue improvvisazioni scat, la sua voce baritonale e la sua vocalità spesso lo portano un po' "fuori" misura.

È come uno scalatore che si diverte ad arrampicarsi su una irta montagna e troppo sicuro di sé gigioneggia con la fune che lo sorregge. Il repertorio, tratto in parte anche dall'ultimo Dedicated to You: Kurt Elling Sings the Music of Coltrane and Hartman, viene affrontato con tutta la dimestichezza e l'esperienza che bisogna comunque riconoscergli. È un crooner anomalo, Kurt Elling che riesce a far convergere l'eleganza di Frank Sinatra con l'abilità di Al Jarreau e il "nervosismo" dei più abili cantanti rock. Spunta anche un'ottima versione di "Estate" di Bruno Martino. Ma sul più bello viene rovinata da una improvvisazione alla batteria (Ulysses Owens), tecnicamente ineccepibile, ma timbricamente e dinamicamente incomprensibile. Il nome del batterista (Ulysses) potrebbe essere un indizio...

La rivisitazione del tema intramontabile di "'Round Midnight" pone lo stesso problema. Ovvero come si può interpretare un brano, così notturno così lirico, con crescenti e inarrestabili esplosioni timbriche?

L'Italia anche quest'anno viene ben rappresentata. Gli "Itinerari siciliani" di Salvatore Bonafede vengono valorizzati dal sassofonista, Pierre Vaiana (anch'esso di origini italiane) e dal contrabbassista sardo Manolo Cabras. Il pubblico viene catturato completamente da questa idea di rappresentare la musica di una Sicilia perduta nel tempo attraverso arie classicheggianti e felicemente corrotte dall'improvvisazione jazzistica. Bonafede, spinto dal sassofonista, irrobustisce il suo già marmoreo pianismo con soluzioni che lo portano ad attraversare territori irti e scoscesi quanto suggestivi. In molti momenti ("Mi voto e mi rivotu," "Il canto del carcerato") il sax soprano è la voce (con distinta "inflessione" siciliana). Percorsi musicali che fanno incontrare la tradizione autoctona dell'isola con la libertà espressiva della musica afroamericana. Bonafede si distingue per un pianismo ferreo e disciplinato ("Il sogno dei mari del Sud") che dà la netta impressione di essere solido e ben strutturato come una pietra di granito.

Sono ormai le 22 e 30 passate. Non c'è la confusione né il gran pubblico della serata precedente, quella che ha vissuto le delicate e romantiche song di Norah Jones, anche se di scena c'è uno dei miti del jazz di ogni tempo: Ornette Coleman. 80 anni suonati (è il caso di scriverlo), questo distinto ed elegante musicista statunitense viene accolto da un tifo da stadio. È la storia che lo precede. Qualche parola di ringraziamento e subito imbocca il sax alto per ricordare, soprattutto ai più giovani, qual è stata la sua idea di jazz.

Attacca con una cascata di note a "scivolo," un brusio ormai diventato leggenda. Un delirio di note ascendenti e discendenti che si stagliano su di una voragine. Il suo sax alto miagola e ruggisce, a tratti accarezza anche, ma subito è pronto a infierire sull'udito. È come un treno spinto consapevolmente a folle velocità verso il precipizio.

Affronta il Bach del Preludio alla suite per violoncello n. 1 e scientificamente lo disintegra, distruggendone l'inarrivabile purezza di suono e melodia con stridii e dissonanze. Poi affronta l'inno degli Stati Uniti, "Star Spangled Banner" come avrebbe fatto (non casualmente) a Woodstock, Jimi Hendrix. In fondo il vero segreto di questo rivoluzionario "vecchietto" è stato quello di ingannare il tempo, aggirarlo, confonderlo, prenderlo in giro. E non farlo trascorrere mai.

Foto di Jos L. Knaepen

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