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Gent Jazz Festival 2010 - Il diario pt. 1: fa caldo... (7 lug.)

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C'è subito una grande novità: nella ridente cittadina delle Fiandre orientali una volta tanto non piove. Anzi, ad essere più precisi: fa caldo. Un caldo quasi asfissiante, umido, che ricorda molto quello che in questi giorni sta attanagliando l'Italia. L'altra considerazione è che un po' dovunque la cittadina sta subendo lavori di ristrutturazione della pavimentazione stradale. Soprattutto nel centro storico tutto sembra avere i crismi di un cantiere di lavori a cielo aperto.

Anche nella struttura che tradizionalmente ospita il Gent Jazz Festival, il De Bijloke, si sta realizzando un rinnovamente ai palazzi antichi che lo sovrastano. La sala stampa che ci ospita ha una percorso d'arrivo quasi in bilico. C'è ne sarebbe un'altra di novità: appena arriviamo nella gigantesca tendo struttura che ospiterà tutti i concerti, ci accorgiamo che mancano le sedie e che gli spettatori, di conseguenza, assisteranno ai tre concerti previsti per la serata inaugurale praticamente in piedi o sistemati alla meno peggio di qua e di là. Dall'organizzazione fanno sapere che l'enorme richieste di biglietti per il concerto evento di Norah Jones, sold out, li ha costretti a far sparire, almeno per stasera, tutte le sedie.

I De Beren Gieren battezzano la manifestazione. Alle 18 e 35 c'è solo uno sparuto gruppo di persone, molto accaldate. Il trio vincitore della Young Jazz Talent Competion fa del suo meglio per "raffredare" gli astanti. Ci riescono con il loro jazz soffuso e discreto, ambrato, a tratti, con tinte impressionistiche. Equilibrati nel gestire le dinamiche, le pause e i silenzi, fanno un jazz che non disdegna accelerazioni di stampo bop. L'originalità del trio sta nella ancor timida attitudine ad inserire elementi discreti e gradevoli di folk franco-belga.

La band che segue è un ottetto eclettico e divertente. Darà un esempio di come si possa omaggiare il talento di Django Reinhardt attraverso rivisitazioni calligrafiche del suo repertorio, ma anche vere e proprie riscritture. Il ritmo, le melodie, le armonie e la genialità del chitarrista, per il quale si festeggia il centenario dalla nascita, confluiscono in un set applauditissimo. Il leader della band, Koen De Cauter (suona il soprano, ma anche il clarinetto e alcune volte canta pure) è divertente nel suo fare dinoccolato e ironico.

La bravura di Fepy Lafertin (il chitarrista solista) è proverbiale e ricca di ghirigori chitarristici che rimandano inevitabilmente al genio di Django. Se il tocco di Lafertin è cristallino e intellegibile, morbido e romantico, virtuoso e essenziale, l'affabilità del cornettista (Jon Birdsong), l'affidabilità e l'interplay riuscito e frizzante dei chitarristi ritmici (Waso De Cauter e Bart Vervaeck), del clarinettista (Myrddin De Cauter), del bassista (Dajo De Cauter) e del batterista (Lionel Beuvens) lasciano a bocca aperta gli amanti di Reinhardt. Otto artigiani che rispolverano il repertorio dai forti e pepati sapori tzigani e lo fanno ritornare a risplendere di una luce vivida e, perché no?, naturale.

Alle 22 e 35 sale sul palco la star più attesa della giornata. Un'ondata di gente, che prima era appostata, comoda e seduta nella struttura di fronte a quella dei concerti che funge da grande spaccio di bevande e alimenti, si sposta in massa per assistere al concerto che l'artista americana sta per iniziare.

Norah Jones sciorina una dopo l'altra le canzoni dell'ultimo The Fall. Inizia però con "What Am I to You" e incanta subito il gran pubblico presente e curioso di vederla all'opera. Subito dopo imbraccia una Fender Stratocaster di colore rosso: la suona come un autodidatta un po' timoroso e poco esperto. Fa le cose essenziali e anche bene. Anche se non convince del tutto vederla imbracciare una chitarra elettrica come farebbe una rockstar ben più navigata. È tutta scena, nulla più. Due sono i chitarristi che la accompagnano: il pur bravo Smokey Hormel e una donna, Sasha Dobson.

La Jones alterna la chitarra al Wurlitzer e poi al piano. Una dopo l'altra interpreta tutte le canzoni più famose. Anche se la scelta della scaletta e del tour che sta intraprendendo in Europa, predilige le più recenti e forse meno incisive produzioni. Per ascoltare il repertorio più conosciuto (Sunrise) bisognerà aspettare 45 minuti. L'idea complessiva che la cantante statunitense trasmette è la voglia di rinnovamento che la pervade: senza essere troppo moderna né troppo antica.

C'è però una sensazione che non ci abbandona mai durante tutta la sua preziosa esibizione: il genere proposto, molto intimistico, delicato ai limiti della "debolezza," sia più adatto a pubblici e luoghi un po' più raccolti, un po' meno alle grandi platee. Ma tant'è: la musica di Norah Jones è questa. Prendere o lasciare. Vive di tramonti romantici e crepuscolari, è trasparente e si respira in controluce (Don't Know Why).

Foto di Jos L. Knaepen (De Beren Gieren, Fepy Lafertin) e Autumn De Wilde (Norah Jones)

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