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Francesco Bearzatti: Zorro e Dintorni

Photo credit: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

Libero Farnè By

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Già nei primi anni Duemila Francesco Bearzatti era un jazzista apprezzato ed aveva al suo attivo pregevoli dischi per la Caligola e la Auand, oltre a svariate collaborazioni; ma fu all'inizio del 2008 che venne prepotentemente alla ribalta internazionale con il CD Suite for Tina Modotti (Parco della Musica Records). Da quel momento l'affiatatissima formazione, completata da Giovanni Falzone, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, sarebbe diventata per tutti il Tinissima Quartet.

Oggi il cinquantaquattrenne sassofonista e clarinettista friulano, dopo aver superato lo scorso anno un delicato intervento chirurgico e dopo la sosta forzata del lockdown per il coronavirus, sta vivendo una splendida maturità artistica, carica di consapevolezza e di entusiasmo creativo. Proprio in questi giorni è prevista l'uscita di Zorro per la CAM Jazz, il quinto progetto di Tinissima che ha suscitato pareri entusiastici in chi lo ha già ascoltato dal vivo. Della genesi e dei contenuti di questo album, atteso da tempo, di altre importanti collaborazioni, di quello che ha comportato il lockdown e di altro ancora si parla con Bearzatti in questa intervista che ci ha gentilmente concesso.

All About Jazz: Era da tempo che attendevamo una nuova produzione di Tinissima. Com'è nata l'idea di Zorro?

Francesco Bearzatti: Tutti i lavori di Tinissima nascono da una lettura che infiamma il mio cuore e la mia fantasia. In questo caso la scintilla me l'ha data il libro che Isabell Allende ha dedicato al cavaliere mascherato, dopodiché è partita la ricerca del materiale, ovvero altri libri, film, fumetti... Una volta approfondito il personaggio, ho cominciato ad immaginare la storia e i capitoli della suite, il numero e l'ordine, che dipendono anche dal movimento che voglio dare all'intero lavoro per mantenere la giusta tensione.

AAJ: Quindi un'ispirazione letteraria che viene poi approfondita. Come vengono strutturati e concatenati i brani di Zorro?

FB: In questo caso sono partito da un ritratto/presentazione molto breve di Zorro che verrà poi sviluppato alla fine con il titolo "El triunfo de Zorro," segue poi "Tierra India," che descrive i veri abitanti di quella terra, vittime del colonialismo spagnolo. Si arriva quindi a "El regresso," il rientro in patria di Don Diego dagli studi in Spagna e la festa che ne consegue. Passata la festa però, Don Diego si accorge che la situazione per gli indios è di schiavitù e sfruttamento; questo viene raccontato in "Algo mal," una composizione tragica in due parti, la prima dolorosa, la seconda riflessiva, dove Don Diego decide di creare la Volpe mascherata. Da qui entrano in scena altri personaggi, tutti positivi, che servono per raccontare le gesta di Zorro e sono in ordine: "Bernardo," "Sergent Garcia," "Lolita" e "Tornado."

AAJ: Alla primissima uscita, alla Casa del Jazz di Roma, avevi un polso ingessato per una recente frattura. Come andò? Che problemi ti ha creato suonare in quelle condizioni?

FB: Per essere una prima assoluta è andata benissimo. Abbiamo suonato con la consueta energia e testato l'intera narrazione davanti ad un pubblico numeroso e curioso di ascoltare il nuovo lavoro di Tinissima. La frattura del polso destro mi ha causato non poche difficoltà; ho suonato spesso seduto per il dolore e per la difficoltà di maneggiare uno strumento complicato come il clarinetto, ma la voglia di suonare era troppa per rinunciare ad un concerto così importante.

AAJ: ...Per la verità la prima di Zorro era prevista a Cassero Jazz per il 30 marzo, data poi soppressa per l'emergenza Coronavirus. Come hai affrontato il prolungato periodo del lockdown? Solo limitazioni e incertezze, o anche opportunità?

FB: Moltissime opportunità, per quanto mi riguarda. Ho avuto la possibilità di stare a lungo con i miei genitori, cosa assai rara per me, che per lavoro viaggio moltissimo e normalmente abito a Parigi. Un'altra cosa molto rara e bellissima è stata quella di avere la possibilità di studiare molto e regolarmente, di apprendere cose che normalmente non ho il tempo di apprendere, e di guardarmi dentro, con calma, chiarendomi le idee su tante questioni senza dover correre da un posto all'altro. Cose belle insomma.

AAJ: Quali autori hai ascoltato su disco o on line nel periodo di forzata reclusione?

FB: Ho approfittato per ascoltare artisti per me nuovi, come il sassofonista Ben Wendel e per curiosare un po' sui musicisti che mi sembravano più interessanti, di qualsiasi genere o stile. Ho guardato per intero concerti pubblicati su YouTube di Wayne Shorter, Dizzy Gillespie, Keith Jarrett e di molti altri mostri sacri.

AAJ: In futuro, quando l'emergenza sarà definitivamente superata, pensi che qualcosa sarà cambiato rispetto al passato per lo spettacolo dal vivo, in particolare per il mondo del jazz italiano?

FB: Qualcosa cambierà sicuramente, già ora vedere tutto il pubblico mascherato fa molta impressione. Sinceramente, spero si possa tornare alla normalità prima possibile, ma con una coscienza nuova rispetto alle problematiche mondiali.

AAJ: Torniamo ai tuoi dischi: sempre per la CAM un anno fa uscì Dear John—Live at Le Due Terre Winery, in trio con Roberto Gatto e Benjamin Moussay al Fender Rhodes. Cosa ci puoi dire di questo sodalizio e di questo CD, che mi pare sia passato un po' inosservato?

FB: Dear John è un lavoro che mi ha commissionato qualche anno fa il Teatro Metastasio di Prato. Dopo aver tenuto alcuni concerti il lavoro era finito in un cassetto. In seguito ho approfittato di questa collana discografica legata ad una serie di concerti in cantine celebri del Friuli per documentarlo. Dopo alcuni cambi di formazione, ora lo schieramento è fisso e ci capita spesso di tenere dei concerti, anche molto intensi come piace a me.

AAJ: La produzione discografica a tuo nome è abbastanza ridotta: una dozzina di CD in oltre un ventennio. Si tratta di una scelta oculata, di una tua esigenza di lasciar sedimentare le idee e di selezionare le collaborazioni?

FB: È vero, faccio pochi dischi da leader perché scrivo solo se ispirato, invece come sideman compaio in tantissime produzioni italiane e straniere. Sono soddisfatto così.

AAJ: Per quanto ti riguarda, quali sono i più importanti appuntamenti concertistici nel prossimo futuro?

FB: In autunno e inverno ho in calendario appuntamenti molto importanti, con Zorro ma anche concerti con Enrico Rava, con Federico Casagrande e molti altri musicisti. Di Zorro porterò diverse versioni: solo strumentale, con i fumetti dal vivo realizzati da Davide Toffolo (la prima è prevista il 14 novembre a Sacile per il Volo del Jazz), o la versione con il film muto "The Mark of Zorro" e la musica che ho composto adattata alla pellicola (a Nevers il 7 novembre).

AAJ: Dopo il delicato intervento di trapianto che hai subito, nel 2019 hai raggiunto una forma splendida, sia per la tecnica strumentale che per la motivazione e l'inventiva. Anche tu hai percepito questa trasformazione musicale positiva?

FB: Certamente, essere in forma fisicamente e mentalmente aiuta molto. Personalmente, dopo tre anni molto difficili, si è trattato di una vera e propria rinascita.

AAJ: In particolare ricordo i concerti strepitosi dell'Enrico Rava Special Edition, nella cui formazione sei stato probabilmente l'ultimo a inserirti. Ti trovi a tuo agio con il repertorio e la leadership di Rava?

FB: Ho sempre adorato la poetica di Enrico, ma quello che mi ha impressionato suonando con lui più regolarmente è come gestisce il concerto sul palco. Non si fa una scaletta, le decisioni vengono prese sul momento, e tutti i membri del gruppo hanno piena libertà e uguale importanza. Rava è uno dei grandi che continua ad essere tale senza vivere sugli allori.

AAJ: Negli ultimi anni quali altre collaborazioni ed esperienze, concertistiche o discografiche, sono state particolarmente significative per te?

FB: Ho suonato nel gruppo di Giovanni Guidi e mi sono sentito particolarmente a mio agio con la sua poetica. Amo molto suonare con Carmine Ioanna, con Federico Casagrande, con Mauro Ottolini e Fabrizio Bosso. Situazioni completamente diverse fra di loro, ma che mi danno tutte molti stimoli. Amo tantissimo anche trovarmi in situazioni nuove e rischiose, dove è importante far funzionare la musica immediatamente, senza prove o indicazioni di sorta.

AAJ: Per quanto variegata, l'area friulana costituisce una realtà importante nel panorama del jazz italiano. Tu ti senti erede e interprete di quella ricerca musicale? Quali altre influenze sono state per te fondamentali?

FB: In Friuli ci sono personalità molto forti e originali ed è stimolante tornarci ora e confrontarmi con loro. Non credo di essere erede di qualche ricerca particolare, se non di quella mia personale. Ho avuto modo di suonare tantissima musica diversissima e mi piace molto farlo ancora oggi. Penso al folk, alla classica, al rock e all'elettronica... Tutte influenze che secondo me aiutano il jazz a rinnovarsi e a restare vivo.

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