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Fano Jazz by the Sea 2019

Libero Farnè By

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Fano Jazz by the Sea 2019
Fano, varie sedi
18-28.7.2019

Il programma della ventisettesima edizione del festival marchigiano ha combinato con grande intelligenza proposte significative del panorama attuale, ha alternato esperienze e generi diversi, riuscendo a sollecitare la curiosità dello specialista come del grosso pubblico. Il clou del festival ha ruotato dentro e fuori la Rocca Malatestiana, con i concerti a pagamento e quelli gratuiti al Jazz Village, ma dal 2016 in poi la sezione "Exodus: gli echi della migrazione" ha rappresentato una delle prospettive più mirate e qualificanti, affrontando in chiave musicale un tema ineludibile, attuale e antico al tempo stesso. Ospitata nella ex chiesa di San Domenico, da anni notevole Pinacoteca, quest'anno la serie di solo performance ha proposto atteggiamenti musicali particolarmente diversificati.

Estremamente pertinente una delle non frequenti esibizioni in solitudine di Jaques Morelenbaum, il cui repertorio ha tracciato un racconto di spostamenti epocali, a cominciare da quelli della sua famiglia ebrea, emigrata in Brasile dalla Polonia e dalla Russia, dove gli antenati si erano trasferiti dall'originaria Palestina. Da un'improvvisazione giocata su armonici dalle reminescenze mediorientali si è passati a una composizione di Pablo Casals, una sorta di inno alla Catalogna, ad altre di Gilberto Gil, discendente da schiavi deportati dall'Africa e arrivato a diventare Ministro della Cultura nel governo brasiliano. Poi ancora episodi del mondo compositivo di Heitor Villa-Lobos, di Antonio Carlos Jobim, di Egberto Gismonti... Quello del violoncellista brasiliano è stato un concerto concentrato e intensissimo, in cui la tecnica strumentale, di per sé impeccabile anche se appositamente adeguata all'acustica riverberante, è passata in secondo piano rispetto alla profondità della motivazione, ad un impegno interpretativo che non ha concesso nulla a intenzioni accattivanti nei confronti del pubblico. Tutta sostanza densa, quasi dolente, emozione pura senza fronzoli.

Anche il concerto del polistrumentista israeliano Adam Ben Ezra, il più affollato e applaudito del ciclo, ha condotto un viaggio interculturale, in questo caso attraverso le tradizioni di un'ampia parte del bacino mediterraneo, puntando però su una movimentata carica ritmica e su un approccio decisamente più plateale. Il suo virtuosismo strumentale al contrabbasso ha combinato una tecnica chitarristica, a volte appellandosi al flamenco altre sfoderando una sonorità sferragliante da chitarra blues, e nel contempo uno sfruttamento percussivo della cassa con una sorprendente varietà di accenti, intensità, ritmi... L'elettronica ha contribuito a creare un contesto melodico-ritmico-timbrico sempre più complesso e trascinante. Non bastasse, in alcuni brani Ezra si è esibito al pianoforte o al clarinetto, ma con esiti meno personali.

Al contrario non è risultato chiaro quanto il repertorio affrontato da Luciano Biondini fosse pertinente col tema di Exodus; si è trattato piuttosto di una selezione di note melodie della canzone e delle colonne sonore italiane rimaste incapsulate indelebilmente nella memoria del fisarmonicista umbro (...e in gran parte anche nella nostra). Si sono succedute canzoni di Gino Paoli, di Modugno, temi di Fiorenzo Carpi dal "Pinocchio" televisivo, o di Ennio Morricone tratti dalle sue colonne sonore. L'interpretazione di Biondini, partecipata, di grande complessità armonica ma senza esagerazioni esibizionistiche, ha esposto dapprima i temi in modo velato, con complice raffinatezza, per poi inoltrarsi gradualmente in elaborazioni improvvisative dal tono arguto, a tratti dalla visionaria allucinazione.

Un'intensa meditazione, unitariamente mentale e fisica, si è condensata invece nel solo denominato "Resist/Evolve" di Dan Kinzelman al sax tenore, tutto basato sulla respirazione circolare, in acustico, sfruttando le risonanze dell'ambiente. È dal 2015 che il sassofonista americano ha cominciato ad approfondire questa pratica, centellinando gli appuntamenti dal vivo. A Fano, l'emissione di poche note in lentissima evoluzione ha di fatto prodotto un cangiante tappeto sonoro, in cui varie componenti musicali si sono via via complicate e sovrapposte: gli armonici in primo luogo, il vibrato, minuto o ampio, il volume e l'intensità dell'emissione, ora soffiato ora straordinariamente forte, le marginali sonorità eccentriche, derivate per esempio dal dover governare un'ancia sottoposta a un anomalo processo di pressione, umidità, calore... Ne è risultato un emozionante percorso catartico, una migrazione interiore durata circa trenta minuti, che lentamente ha condotto Kinzelman dall'ingresso della chiesa all'altare, dove l'esaurimento delle forze, in particolare l'affaticamento fisico, mentale e percettivo per l'effetto della iperventilazione, lo ha costretto alla conclusione della performance.

Un nome emergente infine: Maria Grand, anch'essa tenorista, svizzera d'origine e trasferitasi a New York, dove frequenta il composito ambiente dell'attuale sperimentazione jazzistica. Nella ex chiesa la giovane sassofonista ha intonato personali "preghiere," basate su un impianto tematico un po' concettoso, partendo dai caratteri dei quattro punti cardinali per poi affrontare altre rappresentazioni mentali. Ognuno dei brevi brani, introdotto da pochi colpi di gong, è proseguito con una semplice linea cantata in modo incerto e col tema, sospeso e trattenuto, esposto e sviluppato al sax. Il suo fraseggio, mai scontato, si è fatto gradualmente più articolato, elaborando idee melodiche e dinamiche originali, come se una naturale e rilassata concentrazione derivasse da una sorta di training autogeno.

Poco più tardi al Jazz Village, dove ogni sera si sono esibiti giovani gruppi prevalentemente italiani, la Grand era alla testa di un trio tutto al femminile, completato dalle brave Linda May Han Oh al contrabbasso e Savannah Harris alla batteria. In questo contesto si è avuta un'impressione molto più completa del mondo espressivo della leader. Strutture aperte sono state sviluppate da un sound morbido e da un fraseggio molto mobile, circolare, ritorto su se stesso, ricordando da vicino la cifra stilistica di Steve Coleman, uno dei suoi mentori, rendendola però più pacata, prudente, intimista, se si vuole più femminile. La sua pronuncia sassofonistica e la conseguente concezione musicale hanno pienamente convinto per l'organicità e l'indubbia maturità; meno apprezzabili sono risultati, anche in questo caso, quei canti introduttivi in cui la voce esile della Grand, dall'intonazione precaria, ha esposto testi dal contenuto mistico di stampo panteista e orientaleggiante.
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