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Django Bates: 60+40—Charlie Parker: 100

Vic Albani By

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Nel nefasto 2020 molte celebrazioni, anniversari e festival a tema hanno dovuto arrendersi all'emergenza Covid-19 anche se, in calendario, ne sono rimasti alcuni davvero irrinunciabili. Uno di questi è il centenario della nascita del signor Charlie Parker, nato a Kansas City il 29 agosto 1920 e scomparso poi a New York nella primavera del 1955. Ad uno dei nomi "must" del jazz di tutti i tempi sono dedicati nel corso dell'anno decine e decine di omaggi, ricordi, commemorazioni, festival interi o parte di essi. Qualcosa si è salvato, qualcosa no o verrà comunque recuperato in futuro non appena possibile.

C'è però un evento nell'evento che è impossibile non festeggiare a dovere.

Il 2 ottobre 2020 Django Bates, vale a dire uno dei maggiori e più riconosciuti geni britannici della musica contemporanea festeggia i suoi primi sessant'anni, nonché i quarant'anni di attività. Sessanta + quaranta fa cento esatti. Nel momento stesso in cui il signor Bates venne alla luce del mondo, il padre stava suonando a tutto volume sul fonografo di casa "My Little Suede Shoes" di Charlie Parker. Lo racconta Django stesso in molte interviste e, forse proprio quelle note, neanche fossero un solenne imprimatur o un marchio, sono poi diventate un autentico tutt'uno per la vita musicale dell'artista di Beckenham, cittadina nell'hinterland londinese. "Charlie Parker è stato un eroe della mia infanzia"—racconta Django—che, divertito, aggiunge anche che nei primi anni della scuola, mentre i suoi compagni attaccavano nelle camerette i poster di Gordon Banks (leggendario portiere anche della nazionale britannica campione del mondo nel 1966), lui teneva in bella mostra sul tavolino accanto al letto, una figurina di plastilina auto-modellata di "Birdy" con tanto di sassofono in mano.

Tralasciamo le ovvie considerazioni a proposito di bambini peculiari o particolarmente eccentrici, ma lasciatemi però considerare a mo' di battuta, che in tutto questo possa esserci qualcosa di invece profondamente inglese, comunque raro da rintracciare in altri bambini di altri paesi.

È immensamente difficile da spiegare ma spiegate allora voi a me il perché—alla fine di uno splendido concerto in solo presso un sito nuragico una decina di anni fa in Sardegna al festival di Paolo Fresu, mi sono avvicinato a Django per ringraziarlo. Lui, di rimando, mi chiede "allora, cosa ne pensi, come è andata?" Per tutta risposta gli dico: "Django, per favore, non perdere mai questo tuo essere così British!" E lui, ancora: "Ok, non preoccuparti. Non dovrebbe essermi difficile... è una cosa che ho addosso sin da piccolo."

Aneddotica a parte, quale dunque migliore occasione per festeggiare la nascita del tuo mentore se non grazie ad un lavoro discografico, in lenta e progressiva gestazione dal 2013 e che esce nel momento giusto per celebrare l'amore sempiterno del nostro, proprio in un anno cruciale ed importante come questo?

Collegando il tutto anche alla recente scomparsa di un padre grande amante di jazz e di Parker, titolare della notevole discoteca da dove venne fuori quel giorno il famoso brano per festeggiare la nascita del figlio, questo disco è una sorta di suggello alla "sua" storia parkeriana mentre per il futuro, potrà rivolgere le sue attenzioni altrove, anche grazie agli insegnamenti e alle esperienze che lo stesso Parker gli ha lasciato.

Un "altrove," comunque, che Bates ha sempre peraltro frequentato a dovere, partendo dall'esperienza degli straordinari Loose Tubes, mai ricordati dal pubblico italiano e invece incensati dalla critica della terra d'Albione quale una delle esperienze più accattivanti ed importanti del "new jazz" britannico, nonché vero punto di svolta della storia moderna del jazz di quelle latitudini.

Al tempo. Celebriamo innanzitutto il nuovo album da cinque stelle, che vede la luce per la Lost Marble, l'etichetta diretta dal pianista e cornista britannico, con accanto i suoi ex studenti musicisti nordici del bellissimo trio Belovèd, il contrabbassista svedese Petter Eldh e il batterista danese Peter Bruun nonché la Norrbotten Big Band ricca di quasi una quindicina di elementi valenti fra i quali (solo per citarne alcuni) Bo Strandberg, Magnus Elkholm, Peter Dahlgren, e Daniel Herskedal.

Il disco (53 minuti per dieci tracce) offre all'ascolto ciò che Bates aveva proposto in un concerto per BBC-Proms durante il 2013, con quattro nuove orchestrazioni di Parker, l'amatissima "Laura" (dalla colonna sonora dell'omonimo fim, il noir preferito da Django) e alcune perle del leader tra cui l'immaginifica e regale "The Study of Touch" qui in una versione di dodici minuti che fa pari con quella di durata di poco inferiore incisa col Belovèd Trio sull'omonimo e, per chi scrive, imperdibile lavoro discografico pubblicato da ECM nel 2017.

Il festival degli aggettivi inizia qui: surreale, immaginifico, immensamente creativo, speciale, tenace, folle, psichedelico, epifanico, post-bop, analitico, corroborante, circense, ironico, sarcastico, divertente, danzabile, curioso, vibratile, umoristico, inimitabile, festaiolo, arguto, celebrativo, intenso, innovativo, "roba da cani sciolti" (come ha sentenziato qualcuno), attento, avventuroso, bilanciato e sbilanciato, libero... insomma mostruosamente intelligente come qualunque delle anarchiche idee musicali partorite da Django Bates in questi quarant'anni di musica.

Anche da questo album si evincono le architetture e le geniali invenzioni di questo immenso signore della musica moderna. A chi non conosce la musica di Django, il paragone forse più ovvio che balza alla mente è quello con le partiture vergate dalla Signora Carla Bley ma, dalla sua, Django ha proprio questa voluttuosa aria british che avvolge il suo essere e la sua musica.

Il suo processo di arrangiamento e di preparazione delle varie parti strumentali ha del prodigioso. Un esempio su tutti? Le trascrizioni delle parti originarie per tenore a quelle per contralto, volendo riflettere il suono parkeriano nel registro acuto del tenore... cose che per divertirsi in solitudine in un mondo adolescenziale che non amava il jazz, magari fischiettava alla fermata dell'autobus (e fu in una di queste occasioni che conobbe Steve Buckley, poi con lui nei citati Loose Tubes, che si mise a fischiettare un tema di Parker, rispondendo a Bates sulla strada di scuola).

"Penso che il prossimo album del trio si allontanerà da Charlie Parker," riflette Bates. "Quando mio padre è morto l'anno scorso, mi è sembrato un segnale in qualche modo— l'influenza che ha avuto su di me, la sua incredibile collezione di dischi piena di jazz, musica africana, canzoni popolari rumene, e la casa in cui vivevo da bambino, in cui c'era tanta musica. Ma Charlie Parker sarà sempre con me, intrecciato nel senso melodico di ciò che è logico e bello. Come tante cose belle che si sentono e si assorbono e si rielaborano lungo il percorso."

L'eccentricità accompagna da sempre Bates. Ne ha addirittura fatto la base di un terreno musicale che oggi molti ritengono e qualificano come unico. Fatto di raffinatezze indicibili, difficilmente traducibili e di una sorta di anarchia sonora sicuramente unica nel panorama musicale contemporaneo. "Riesce ad analizzare per poi sintetizzare come pochi," mi disse un giorno John Surman parlando del suo modo di "trattare" la materia musicale. Una miscela che gli ha valso premi e riconoscimenti a bizzeffe e che lo fa riconoscere quale uno dei più grandi maestri in attività. Fra i tanti raccolti anche il Premio Jazzpar danese conquistato nel 1997, considerato universalmente quale il Nobel del jazz che lo premiò proprio per i suoi rivoluzionari concetti ritmici, capaci come pochi altri di entrare nelle architetture sonore corrispondendone (nelle esecuzioni live) le logiche implementazioni improvvisative. Inseguire le ardite e scabrose sequenze tonali di Charlie Parker, addirittura con un'orchestra, è impresa di difficoltà titanica. Bates ci riesce con una semplicità che appare disarmante.

"Se la musica esiste solo sulla carta, non è altro che un sogno. Per dargli vita, per respirargli il suo vero suono, che richiede pratica, coraggio e perseveranza," scrive Django Bates a proposito del suo nuovo album, che, dopo la sua pubblicazione proprio nel giorno del suo sessantesimo compleanno, viene proposta in concerto con la tedesca HR-Rundfunk Orchestra nell'Alte Oper di Francoforte il 28 ottobre 2020; la stessa sala che lo aveva visto sugli scudi nel 2016 per i festeggiamenti dei cinquant'anni del beatlesiano "Sgt. Pepper."

"Non importa in quale modo si misura l'Olimpo del jazz britannico: ci possono essere dodici, cinque o tre musicisti. Di sicuro però, Django Bates è per forza uno di questi." Impossibile non essere d'accordo (non importa chi abbia scritto la sentenza), anche dopo l'ascolto di questo Tenacity che già dalla copertina (studiata e provata a tavolino per lungo tempo con il fotografo Nick White e che raffigura Bates e—più sotto—i suoi due pards del trio Belovèd—alle prese con una sorta di scalata di una montagna futuristica con rocce che somigliano ad antenne paraboliche, altre che sono in realtà tastiere e un laghetto giù in basso fatto a guisa di tavola/cassa armonica di un violino) dimostra che il titolo è quanto mai appropriato.

Dall'esperienza Loose Tubes a Human Chain alla deliziosa e iconoclasta Delightful Precipice" Orchestra (il "precipizio delizioso" più bello mai creato), alle tante importanti collaborazioni con Bill Bruford, Steve e Julian Arguelles, Iain Ballamy, Michael Mondesir, Martin France, le due Josefine (Cronholm e Lindstrand), Dudu Pukwana, Steve Berry o le recenti avventure ECM con Dave Holland, Anouar Brahem e Jack DeJohnette e senza mai dimenticare il maestro del tutto, ovverosia il geniale educatore musicale Graham Collier che forgiò e aiutò a crescere un vulcanico Bates al tempo della sua formazione artistica, Django gioca e inventa musica sublime cucendo insieme samba, heavy-metal, folk, fusion in stile Weather Report, flamenco, Hi-Life, blues, reggae, free jazz e pop. Con una fantasia unica e davvero rara. La stessa che gli ha permesso l'operazione quasi impossibile di destrutturare e rianimare il tessuto connettivo delle composizioni di un geniale principe del bop quale Charlie Parker. Solo conoscendo quella musica davvero sino in fondo all'anima, l'impresa di ridefinire le coordinate di Parker per un trio o addirittura per un'orchestra diventa possibile.

In sostanza, un impressionante lavoro di metabolizzazione arricchito di momenti spigolosi, repentini cambi di ritmo e di atmosfera. Poliritmie sempre trasgressive e di bellezza sontuosa in stile Frank Zappa. Immensamente affascinanti e travolgenti. Immensamente uniche. Che tutto sommato riflette il modo in cui Bates affronta, analizza, scompone e ricompone la realtà che lo circonda. A riprova di ciò, aggiungiamo in calce il testo che Bates ha condiviso con noi per spiegare l'immagine contenuta in questo articolo.

Django però non si limiterà a festeggiare il compleanno con il disco. Il tutto sarà seguito da un anno intero di festa (Covid permettendo) portando in concerto tutto ciò che di meglio ha fatto nascere in questi tanti anni: Delightful Precipice, stoRMChaser, Human Chain, Sidsel Endresen, Loose Tubes, Dudu Pukwana, Belovèd, pianoforte solo e estrapolazioni dei progetti di Sgt. Pepper's e Charlie Parker. La prima di queste feste è andata in scena con il nome di "Forty Years Outside the Box" alla Wigmore Hall di Londra il 18 giugno scorso.

Grazie Django, di cuore. E, per favore, non dimenticarti mai di essere tenacemente British.

Immagine di Nick White. In calce il testo di Bates che ne descrive la concettualizzazione.

Chiamo questa foto 40 anni fuori dagli schemi.

L'autore è un mio amico e collaboratore di lunga data, Nick White. Nick e io ci siamo divertiti molto nel corso degli anni, sfidandoci a inventare foto di band che spingessero verso l'impossibile. Di seguito la mia interpretazione dell'immagine.

La scatola rappresenta l'establishment, ma i lati della scatola sono spariti quindi c'è solo una cornice. La cornice si riferisce al mio interesse per struttura, forma, composizione.

La mia testa, ricoperta di simboli frenologici, rappresenta la complessità della condizione umana. Le diverse aree del cervello sono state divise da me, quindi è una visione totalmente soggettiva!

Se si opera fuori dagli schemi, si è obbligati a sfidare e turbare le persone. Da qui la tazza di tè rovesciata.

Le piume dell'uccello sono per, "Bird," Charlie Parker ovviamente.

In basso a destra c'è una coppia di ballerini in bianco e nero basata sull'arte di John Melville. Una visione di speranza.


Elenco dei brani e musicisti.

Brani: Cordial; Ah Leu Cha; Donna Lee; Laura; Confirmation; We Are Not Lost. We Are Simply Finding Our Way; The Study of Touch; My Little Suede Shoes; Star Eyes; Tenacity.

Musicisti:

Belovèd Trio -Django Bates: piano, voce; Petter Eldh: basso, voce; Peter Bruun: batteria, voce.

Norbotten Big Band -Hakan Broström: sax soprano; Jan Thelin: clarinetto; Mats Garberg: flauto; Karl-Martin Almquist: clarinetto, sax tenore; Per Moberg: sax baritono; Bo Strandberg, Magnus Ekholm, Dan Johansson, Jacek Onuszkiewich: tromba; Peter Dahlgren, Ashley Slater, Björn Hängsel: trombone; Daniel Herskedal: tuba; Markus Presonen: chitarre.

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