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Sexmob: Cultural Capital

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Vent'anni di Sexmob. Un gruppo nato quasi per caso, a metà anni 90, in occasione di un lungo ingaggio alla Knitting Factory di New York. Steven Bernstein lo aveva pensato come palestra personale per praticare uno strumento improbo come la slide trumpet, e per affinare le doti già significative di arrangiatore, oltre che per divertirsi con alcuni tra i suoi amici più stretti. La sfida era proprio quella di creare una musica che potesse arrivare immediatamente ad un pubblico ampio e non specializzato, e mantenere allo stesso tempo una dose sostanziosa di avventura. Questa la formula quindi: prendere brani conosciuti, valorizzarne la melodia con arrangiamenti essenziali e mantenerla sempre riconoscibile anche con un organico ridotto all'osso—due fiati (Bernstein e Briggan Krauss, al sax baritono), basso (Tony Scherr) e batteria (Kenny Wollesen). Il risultato: un mondo sonoro quasi schizofrenico nella commistione dei generi musicali più disparati, dalle traduzioni di brani popolari (in tutti i sensi) come "Sign O' the Times" di Prince o "Fernando" degli ABBA alla musica per i film di James Bond; dal repertorio di Nino Rota per Fellini al Duke Ellington degli anni '20; dalle sperimentazioni etnico/elettroniche al jazz primigenio di New Orleans.

Cultural Capital è forse il disco più personale di Sexmob: totalmente autoprodotto, registrato nello studio casalingo di Tony Scherr, e in origine distribuito solo ai concerti del gruppo. Composto esclusivamente da brani originali di Bernstein, e senza altri musicisti ospiti ad alterare gli equilibri interni, l'album è un manuale di perizia compositiva ed efficacia comunicativa, che alterna episodi essenziali, tutti giocati sull'immediatezza della performance, a strutture multi-tematiche complesse, con un lavoro certosino su timbri e dinamiche.

"Street" apre l'album in tipico stile Sexmob, con una melodia elementare appoggiata su un giro di basso ipnotico; la successiva "Step Apache" si divincola tra continui cambi di tempo, con tromba e sassofono che si moltiplicano grazie ad un uso intelligente delle sovraincisioni. La capacità di elevare i materiali all'apparenza più umili è ben evidente in "4 Cents," dove la scrittura trasforma un tema di estrema semplicità in un gioiello di concisione armonica quasi ellingtoniana. Allo stesso modo, il semplice riff circolare di chitarra che compare a metà di "Valentino," fa da irresistibile contrappunto al call and response fra tromba e sassofono, spingendo il pezzo verso un finale entusiasmante. Non manca l'elemento più divertito e irriverente, come la filastrocca di "Bar Si," che introduce un assolo delirante di Krauss, prima di trasformarsi in un potente blues a sostenere l'assolo di Bernstein, che riesce a sfruttare in egual misura perentorietà e possibilità microtonali della slide trumpet.

La musica di Cultural Capital, pur muovendosi in ambiti totalmente diversi dalla tradizione del klezmer, che Bernstein ha investigato altrove, ne condivide in qualche modo la capacità di essere vivace, quasi spensierata, e al tempo stesso elegiaca, spesso struggente.
Allo stesso tempo, un approccio spregiudicato all'improvvisazione jazzistica, fatto di gesti musicali eclatanti—l'urlo distorto e perennemente fuori fase della tromba, il vibrato esasperato del baritono, i groove possenti di basso e batteria—è lo strumento per cercare, ancora una volta, quella sintesi tra divertimento puro e ricerca che è sempre stato elemento essenziale del gruppo.
Ancora una volta, missione compiuta.

Track Listing

Street; Step Apache; Bari Si; Helmland; 4 Cents; Syrup; Giant Minds; Valentino; Golden House; Lacy; Hear You; SF; Briggan.

Personnel

Sexmob
band / ensemble / orchestra

Steven Bernstein: slide trumpet, alto horn; Briggan Krauss: alto and baritone saxophones; Tony Scherr: acoustic and electronical bass, guitar; Kenny Wolleson: drums, percussion.

Album information

Title: Cultural Capital | Year Released: 2017 | Record Label: Rex Records


About Sexmob

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