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Bergamo Jazz 2009, fra novità e certezze.

Paolo Fresu, succeduto a Uri Caine nella direzione artistica del festival di Bergamo, ha imbastito la programmazione basandosi da un lato su "classici" che hanno garantito un'elevata qualità, dall'altro su proposte innovative della scena jazzistica europea. Grande rilievo è stato dato ai trombettisti (ma anche ai pianisti), senza trascurare l'attuale progettualità multimediale favorita dall'elettronica. Egli inoltre, come usa fare al festival di Berchidda, ha distribuito i concerti in vari momenti della giornata ed è andato alla ricerca di spazi insoliti, pur mantenendo la sede principale al Teatro Donizetti per i concerti serali; spazi a volte non deputati alla musica e quindi non sempre dall'acustica ideale, in alcuni dei quali il jazz ha fatto il suo ingresso per la prima volta.

Nel più anomalo di questi luoghi, la periferica Casa di Riposo "Santa Maria Ausiliatrice," si è aperto il festival

con il concerto solitario di Giorgio Gaslini. Come ormai da decenni, il pianista milanese ha accostato in minisuite composizioni di vari autori: da Elgar a Fauré, da Sun Ra a Coltrane, da noti standard a proprie composizioni. Le affinità che legavano i brani in repertorio, oltre all'esperienza ed al rigore del pianista, dotato di un ampio uso della mano sinistra, hanno conferito allo stile interpretativo una solida costruzione, altalenante fra un'enfasi ridondante e un distacco a volte un po' intellettualistico.

Tre giorni dopo Gaslini è stato il protagonista di una simpatica controintervista, in cui ha rivolto domande provocatorie a tre critici musicali di diverse generazioni: Vittorio Franchini, Angelo Foletto ed Enrico Bettinello.

Ad un altro caposaldo del jazz italiano, Franco D'Andrea, è stata dedicata un'attenzione particolare. Al Teatro Donizetti l'ormai collaudato New Quartet ha esordito dando di sé la versione più decantata e astratta, lasciando via via il posto a situazioni più variegate e mosse. Le strutture aperte e allusive dei brani del pianista meranese, con temi a incastro al loro interno, hanno permesso e confermato quell'affiatato interplay, quella varietà di umori, quella sorta di "concretezza ambigua e idealizzata," che rendono questo quartetto un'esperienza unica nel panorama dell'attuale jazz europeo.

Il pomeriggio del giorno seguente, all'Auditorium di Piazza della Libertà, D'Andrea si è esibito in solitudine tramando all'interno delle sue improvvisazioni omaggi a Monk, Ellington ed altri maestri di quella tradizione della quale egli si sente onorato erede e continuatore. Non poteva poi mancare la proiezione di "Franco D'Andrea: Jazz Pianist," documentario di Andreas Pichler che costituisce un esemplare, veritiero e amorevole ritratto d'artista.

Dal secondo ascolto dal vivo di "Profumo di violetta," ovvero il teatro lirico italiano secondo Gianluigi Trovesi, ho tratto conferma delle mie impressioni iniziali. Innanzi tutto, la performance risulta di diversa godibilità rispetto al pur riuscito CD della ECM: a parte le piccole modifiche dovute a fattori contingenti, ciò dipende soprattutto dallo spirito partecipativo, dall'impatto sonoro e dalla verve che caratterizzano l'esibizione in uno spazio teatrale. Punto di forza del progetto sono gli arrangiamenti che, per un organico anomalo e misto, disegnano un percorso sinuoso, in cui Monteverdi si sposa con Stravinskij, il brioso motivo dalla "Serva padrona" di Pergolesi trascolora in cadenze antillesi e la cavatina dal "Barbiere di Siviglia" viene esasperata e distorta dal violoncello amplificato di Marco Remondini.

L'orchestra Filarmonica Mousiké diretta da Savino Acquaviva, formazione ben diversa da una pur agguerrita e lodevole banda di paese, possiede la duttilità, l'eleganza e il piglio per interpretare con lo spirito giusto le movimentate partiture. Questa struttura portante viene inoltre impreziosita dagli spunti solistici di Remondini, di Stefano Bertoli alle percussioni e soprattutto di Trovesi, che sulle ance nell'ultimo ventennio ha messo a punto una pronuncia personale, levigata e insinuante, forse poco jazzistica ma perfettamente intonata a lavori che rivisitano, trasfigurandoli, precedenti della tradizione colta o popolare soprattutto europea.

Una delle attrattive del festival, in quanto nome in voga e raramente di scena in Italia, era senza dubbio il batterista francese di origini ivoriane Manu Katché, alla testa del suo quintetto Playground. Il concerto è stato caratterizzato dalla leggibilità di strutture e sviluppi, dagli accattivanti impianti melodici, ora languidi ora tonici, dalla pulita esposizione degli assoli, di compiuta qualità sonora e formale, dallo sfavillante e incessante sostegno ritmico dell'ipertecnico drumming del leader. Mi sembra di poter affermare che la musica rifinita, prevedibile e rassicurante del simpatico Katché rappresenta senza dubbio una delle espressioni dell'attualità jazzistica, certo non fra le più problematiche e dense di emozioni.

Ben più interessante è stata l'apparizione di un altro quintetto prevalentemente francese, inserito fra le giovani proposte europee: il quartetto Rockingchair, capeggiato dalla trombettista Airelle Besson e dal

sassofonista-flautista Sylvain Rifflet e comprendente anche il tellurico contrabbassista fiorentino Guido Zorn, da tempo trasferitosi a Parigi. Nella loro musica, che trascende il jazz per avvicinarsi a radicalismi post-punk, una corposa sonorità acustica convive con le più invadenti elaborazioni elettroniche. Particolarmente convincenti i collettivi del quintetto, lanciati in progressioni cariche di pomposa tensione, salvo poi cedere il passo inaspettatamente all'interruzione di una narrazione finalizzata, a cambi di direzione, a diradamenti sonori, a chiusure repentine. In questo singolare bilanciamento fra pesantezza e leggerezza, fra preordinata organizzazione sonora e casualità, non sono estranei la schizofrenia, il nonsense, l'autoironia.

Fra i concerti ospitati nella restaurata ex Chiesa della Maddalena, da segnalare quello mattutino di Nils Petter Molvær in solo. Nel raccordare la sonorità della sua tromba alle manipolazioni elettroniche, egli si è attenuto a un freddo controllo del materiale sonoro, a un ponderato distacco emotivo, privilegiando il volume medio, linee melodiche lunghe ma enigmatiche, una pulsazione ritmica implicita. Ne è risultato un percorso uniforme, caratterizzato da una sorta di implosione del senso dinamico e narrativo, dalla concentrazione in una dimensione introversa e talvolta malinconica.

Non molto diversi i procedimenti sonori messi in campo dal trombettista norvegese al Teatro Donizetti a chiusura del festival. Il suo nuovo trio era completato da Evind Aarset e Audun Kleive, rispettivamente chitarra e batteria, ma ampiamente contraffatte dall'elettronica. Sono prevalse atmosfere diafane e statiche, progressioni lente e ipnotiche, colori algidi. Solo in pochi momenti il volume si è inerpicato a livelli quasi insostenibili e la pulsazione ritmica si è fissata su cadenze regolari. Un trio di musicisti sul palco, anche se in realtà al risultato di questo coerente spettacolo multimediale si è rivelato fondamentale il contributo del tecnico del suono e quello del grafico, che in tempo reale ha disegnato le luci sul palco e le immagini elettroniche proiettate in dissolvenza su un vasto schermo alle spalle dei musicisti.

Del fatto che comunque Molvær sia un caposcuola della sperimentazione elettronica applicata alla tromba si è avuta la prova dalle performance degli ospiti più giovani del festival. Ibrahim Maalouf, trombettista libanese ventottenne, trapiantato in Francia da bambino, ha applicato metodi apparentemente analoghi a quelli di Molvær, dialogando con le movenze della danzatrice Fanny Coulm. Il loro sodalizio, in bilico fra sensualità e concettualismo, è tuttavia apparso ancora acerbo, ottenendo esiti tutto sommato abbastanza inconsistenti.

Più positiva la prova del duo italiano Luca Aquino - Raffaele Casarano (tromba e sax), in cui gli effetti elettronici tratti dai campionatori hanno costituito un mobile tessuto connettivo fra le sonorità acustiche dei due strumenti. Dall'ampliamento delle possibilità espressive è nato un panorama sonoro saturo, anche se a tratti compiaciuto, dai colori lividi e madreperlacei.

La Basilica di Santa Maria Maggiore, a Bergamo alta, ha ospitato la ripresa di "Officium," in una cornice particolarmente suggestiva. Dopo oltre quindici anni dalla sua nascita, è risultato ancora insolito e audace il connubio fra le voci dell'Hilliard Ensemble, impegnato in un repertorio polifonico fra Medio Evo e Rinascimento, e le inflessioni delle ance di Jan Garbarek, strumenti estranei a quella tradizione e tipici di una sensibilità più recente e jazzistica. Il sassofonista, ritagliandosi giustamente un proprio spazio, è intervenuto anche con impennate di sonorità piena e lirica, pur attenendosi sempre con rispettoso garbo agli impianti melodici, armonici e ritmici dei brani liturgici eseguiti. I suoi inserimenti hanno pertanto costituito non una contrapposizione, e tanto meno una trasgressione, ma piuttosto un processo di ampliamento, risonanza e contrappunto rispetto alle polifonie calibratissime delle quattro voci, che in alcuni momenti, deambulando all'interno della chiesa, hanno ottenuto anche riverberanti effetti stereofonici.

Fra le proposte europee già ben rodate, indubbiamente prevalenti a Bergamo Jazz 2009, è il caso di sottolinearne ancora un paio, diversissime fra loro ma entrambe di altissimo livello: quella di Pierre Favre e quella di Maria Joao. Alla Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, dall'alto della sua esperienza l'improvvisatore svizzero ha dato una vera e propria lezione di percussionismo acustico globale, in cui sonorità diverse e culture distanti si sono fuse in un affascinante affresco poliritmico, di materica consistenza.

Altrettanto consolidata l'arte della cantante portoghese, che si è esibita nell'interpretazione sofisticata, giocosa e ironica di un repertorio composito, raggiungendo i momenti più toccanti e riusciti nei brani portoghesi e brasiliani. La performance tramata assieme a Mário Laginha, pianista ferratissimo e non semplice accompagnatore, è stata intensa e godibilissima.

L'unica presenza d'oltre oceano è stata quella del cubano Gonzalo Rubalcaba: in trio al Teatro Donizetti, si è confermato pianista personale e virtuoso, ben poco propenso ai cliché più stereotipati del jazz afro-cubano. Il suo tocco leggero ha sfiorato la tastiera, traendone un fraseggio arabescato, di poetico intimismo nei brani lenti, di più accesa eccentricità in quelli sostenuti. In particolare il sapiente uso dei pedali e allo stesso tempo l'indugiare in sospensioni della narrazione hanno permesso di ottenere suggestivi risonanze o smorzamenti del suono.

Foto di Roberto Cifarelli (D'Andrea, Trovesi, Molvaer, Favre, Rubalcaba) e Luciano Rossetti (Fresu, Gaslini, Katche, Rockingchair, Aquino, Garbarek).

Ulteriori immagini del festival sono disponibili nella gallerie dedicate ai concerti di Gonzalo Rubalcaba e Franco D'Andrea e nel foto-racconto del festival.


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