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Archinritmo Festival
L'Archinritmo Festival è uno di quei piccoli miracoli che a volte accadono nella sonnolenta provincia italiana. Lo storico Teatro Amilcare Ponchielli e l'associazione Ricreare Cremona incrociano quasi per caso le loro strade e da quel momento si scatenano molteplici sinergie che porteranno all'allestimento di una rassegna dedicata agli strumenti ad arco, declinati in vari contesti esecutivi ed in diverse forme di espressività musicale. Inaugurato da un intenso, misurato, essenziale concerto di Paolo Conte e del suo affiatato ensemble, il festival è proseguito con ritmo incalzante presentando nell'arco di una settimana proposte di grande interesse e assai intriganti.
L'altra faccia del violoncello. Potremmo chiosare in questo modo l'esibizione dell'Hank Roberts Trio, impegnato a presentare il CD Green, recentemente edito dalla prestigiosa Winter & Winter. Dopo l'esibizione solitaria di Erik Friedlander (clicca qui per leggerne la recensione), visionario intreccio di musica delle radici, improvvisazione jazzistica, riflessi klezmer e musica contemporanea, si abbatte sul pubblico il ciclone Roberts. Pur con un uso dell'elettronica che potremmo definire low-fi, il violoncellista dell'Indiana scarica sull'ascoltatore un energia prodigiosa sfruttando ogni centimetro ed ogni componente dello strumento, che fa cantare, gemere, urlare, sussurrare, stridere, e talvolta esplodere. Frontiere stilistiche e generi musicali vengono sbriciolati e ricomposti in modi sempre differenti, così che non è solo contaminazione tra folk, jazz, rock, contemporanea, avanguardia etc., ma è qualcosa di diverso, di nuovo, di continuamente mutevole. Mai come in questa musica scrittura e improvvisazione sembrano confondersi, sovrapporsi, intrecciarsi, punzecchiarsi e l'ascoltatore viene continuamente spiazzato dal continuo gioco a nascondino di punti di riferimento e di tranquillizzanti direzioni. Naturalmente per poter esprimere una musica così complessa e articolata Roberts si è assicurato due compagni di viaggio hors categorie, si direbbe, in termini ciclistici. Le corde della chitarra elettrica di Marc Ducret sembrano il naturale complemento di quelle del leader, e ne esaltano l'esuberanza con un'attenta ricerca timbrica, fiammate di colore che fungono da combustibile al materiale sonoro. E Jim Black? Beh, pochi batteristi al mondo sanno adattarsi ai diversi contesti marchiandoli a fuoco con il timbro della propria personalità e originalità, come il quarantenne rosso di Seattle.
Dopo la strepitosa serata dedicata al violoncello e la raffinata interpretazione del tango ad opera del pianista Paolo Di Sabatino accompagnato da Le Grand Tango Ensemble, con la partecipazione di Javier Girotto, si cambia nuovamente registro. Questa volta a calcare i legni del palcoscenico sono Carla Marcotulli, voce, Dick Halligan, piano, Sandro Gibellini, chitarra, e il Quartetto Dorico (d'archi naturalmente). L'idea base di How Can I Get to Mars? - questo il nome del progetto presentato, nonché titolo del CD targato ACT - è quella di trovare un punto d'incontro sostenibile tra una formazione di stampo classico come il quartetto d'archi, un paio di strumenti e interpreti tipicamente jazz ed una voce in bilico tra le due forme musicali. Operazione riuscita? A giudicare dalla piacevolezza dell'esibizione e dalla bravura degli interpreti potremmo dire di sì. Tra standard immortali e brani originali la voce di Carla Marcotulli si fa apprezzare per la compostezza con la quale porge le frasi e per la misura del suo canto assai lontano da spericolatezze effettistiche o da gigionerie tanto di moda. Gli arrangiamenti ed il pianismo di Halligan - tra i fondatori degli storici Blood, Sweat & Tears - privilegiano le tinte pastello e le atmosfere raffinate; la chitarra di Gibellini è al solito pertinente, il Quartetto Dorico crea fondali densi e compatti. Ma... ma tutto ciò si rivela anche il limite dell'esibizione, che risulta raffinata ma troppo monocorde, tecnicamente ineccepibile ma senza clamorosi picchi emotivi, con un uso degli archi troppo convenzionale per poter valorizzare appieno le dinamiche, i contrasti e i chiaroscuri dell'esibizione. Così che l'emozione (commozione) vera arriva con il brano finale, non a caso quel "God Bless the Child" cavallo di battaglia proprio dei Blood Sweat & Tears, depurato da ogni orpello ed esaltato da un duetto di voci da brivido.
Le atmosfere rarefatte di How Can I Get to Mars? fungono da preludio ideale all'evento più atteso dai cremonesi, per il particolare legame di affetto che lega l'artista con la città del Torrazzo. Stiamo parlando naturalmente di Paolo Fresu che proprio all'ombra della torre campanaria più alta d'Italia ha spiccato il volo della sua straordinaria carriera artistica. Quello presentato al Ponchielli si potrebbe definire il progetto più cameristico tra i numerosi scaturiti dalla fervida mente del trombettista sardo. E non solo perché si avvale dei servigi dell'Alborada String 4t, formazione che a differenza di compagini similari mantiene un profondo aplomb classico (forse troppo). Di stampo decisamente accademico è anche la scrittura che pesca da autori contemporanei, valorizza la capacità compositiva di musicisti italiani magari non conosciutissimi dal grande pubblico (il pianista milanese Massimo Colombo), pesca nella tradizione religiosa arcaica, vede il leader impegnato nella sonorizzazione di pellicole impegnate (il film documentario su Ilaria Alpi e "Te lo leggo negli occhi" prodotto da Nanni Moretti). E su tutto, naturalmente, la tromba (e il flicorno) di Fresu, lirica, intensa, spirituale, soave attenta ad accarezzare le melodie, a creare idee di suono aperte e indefinite, pronte ad essere modellate e interpretate a piacimento dall' ascoltatore. Anche se il momento più commovente e suggestivo dell'esibizione coincide con l'inizio: le straordinarie polifonie fuori campo dei tenores della Confraternita di Santu Lussurgiu impegnate nel Miserere, i componenti dell'Alborada String 4t illuminati da un fascio di luce ai quattro angoli della platea, la tromba di Fresu che sembra provenire da un'altra dimensione e vaga nel buio tra velluti e decori settecenteschi alla (meta)fisica ricerca di un punto d'incontro tra epoche e mondi differenti.
Dopo un salutare tuffo nelle musica da strada per eccellenza, quella esuberante, contagiosa, ricca di istrionico virtuosismo degli tzigani Caravan Quatre, ecco un altro pezzo da novanta del jazz italico, ossia Gianluigi Trovesi. Il clarinettista, sassofonista e compositore bergamasco ha da sempre fatto della curiosità, del rispetto e dello studio della tradizione, della commistione tra generi, del divertissement, la cifra distintiva della propria carriera artistica. Around Small Fairy Tales, pluripremiato disco Soul Note del 1998, ne è una fulgida testimonianza. E proprio quel disco, con i medesimi arrangiamenti di Bruno Tommaso e la stessa sequenza dei brani, è stato riproposto al pubblico cremonese. Accompagnato dai diciassette elementi dell'Orchestra da Camera di Nembro "Enea Salmeggia" e da cinque solisti jazz, Trovesi illumina la scena con le sue ispirate improvvisazioni e le argute, autoironiche introduzioni ai brani. Nell'iniziale "Sia maledetta l'acqua" gli arrangiamenti di Tommaso, la direzione del maestro Montanari e la bravura dei solisti fanno convivere con grande naturalezza il Modern Jazz Quartet con il Dixieland, la maestosità di un'orchestra da camera con le invenzioni dell'improvvisazione jazzistica per un risultato di grande effetto. Il successivo "Pierrot" ha swing da vendere, mentre "Dance for a King" evoca le arditezze compositive di Eric Dolphy con grandi interventi di Soana alla tromba e Marinoni alla batteria. Ogni brano è una piccolo scrigno di sorprese, di invenzioni, di arditi accostamenti, ma quello che più colpisce è la convivenza estremamente naturale tra orchestra e solisti jazz, tra parti scritte e momenti di improvvisazione, in una miscela musicale davvero entusiasmante.
Archinritmo chiude festosamente con il trombettista Alberto Mandarini. Supportato dal suo Phoebus Quartet e dall'Orchestra d'Archi della Scuola Civica di Musica Claudio Monteverdi di Cremona, interpreta al meglio Love Song, progetto nel quale canzoni di Tenco, Mina, Mia Martini e Paolo Conte, trovano una raffinata rilettura.
Foto di Danilo Codazzi
Ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Hank Roberts e Gianluigi Trovesi.
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