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Greg Ward & 10 Tongues: Touch My Beloved's Thought

Vic Albani By

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Tanti ma tanti anni fa, di passaggio da quelle parti per un giro chicagoano, mi domandai cosa cavolo potesse lasciare ai posteri un posto come Peoria (capitale dell'omonima contea) a parte un celebre discorso di Abramo Lincoln del 1864 sulla schiavitù e i diritti del popolo nero, l'aver dato i natali a un paio di discreti scrittori e a Dan Fogelberg di cui strimpellavo le facili linee delle sue folk songs e una bella omonima improvvisazione dei King Crimson registrata lì per il primo album live "Earthbound" nel 1972 dalla band di Robert Fripp.

Ritrovai il nome della cittadina dell'Illinois nelle note biografiche di Greg Ward, versatile sassofonista nato per l'appunto a Peoria nel 1982 e stella nascente del new jazz americano, quando venni alle prese con il notevole Phonic Juggernaut lavoro che pose Ward sotto i riflettori nel 2011, senza comunque dimenticare le mirabili cavalcate dell'ensemble People, Places & Things di Mike Reed del quale è colonna fondamentale oppure le esperienze maturate accanto a Prefuse 73, Lupe Fiasco, Tortoise, William Parker o Andrew D'Angelo.

Partendo da solide basi di classic jazz, Ward sembrava trovarsi a proprio agio in mille altre sfaccettature stilistiche: modern jazz, latin, funky, klezmer e "african moods" sembravano vestire il suo approccio musicale con facilità e sorprendente vigoria. Non mi sarei però davvero aspettato che a pochi anni da quel bel lavoro, Ward proponesse oggi un lavoro straordinariamente interessante come questo Touch My Beloved's Thought, pubblicato dalla Greenleaf di Dave Douglas e che si va imperiosamente a proporre quale uno dei lavori più interessanti dell'anno.

Tenendo ben impressi nella mente gli indiretti insegnamenti di Parker, Gillespie e Ellington, necessario retroterra per intraprendere una rischiosa avventura come quella proposta da questo lavoro, Ward segue il fil rouge di un'autentica pietra miliare della storia jazzistica che risponde al nome di The Black Saint and Sinner Lady, pubblicato nel 1963 da sua maestà Charles Mingus.

Il lavoro commissionato per i cinquanta anni della gloriosa AACM dal Jazz Institute di Chicago e presentato da vivo il 13 agosto del 2015 al Pritzker Pavilion del Millennium Park della windy city per la produzione esecutiva di Dave Douglas, ripercorre con però nuova libertà compositiva le sei parti della composizione madre, realizzando un lavoro totalmente inedito: una lunga suite di nove movimenti, realizzata da Ward in stretta collaborazione con il coreografo Onye Ozuzu e totalmente immersa nel suono del nuovo millennio.

Lavorando impeccabilmente su composizioni che lasciano i tradizionali spazi solistici, Ward applica però con assoluta intelligenza l'idea di una nuova barriera sonora orchestrale, lavorando come un novello Ellington e ri-analizzando il concetto fondamentale che muove la concezione jazzistica attorno alla sua danzabilità. E di questa "new kind of dance" (appellativo direttamente mutuato dall'importante lavoro con Mike Reed, citato sopra) Ward bea la sua sinuosa e accattivante nuova proposta discografica. La musica è dannatamente bella: blues, gospel, hip-hop e tanti folk mood che—prendendo in prestito il titolo di un recente bell'articolo di Peter Margasak dedicato al sassofonista dopo la sua decisione di ritornare a vivere a Chicago dopo alcuni anni newyorkesi -lo "fanno ritornare a Chicago sulle ali di Mingus."

Rispettando i canoni jazzistici, il trentaquattrenne di Peoria, crea un sorprendente progetto multimediale di rara bellezza polifonica. Il titolo del lavoro prende il nome da una frase poetica estratta dal lavoro di Mingus e fu presentato per la sua "prima" con una compagnia di danza di quindici ballerini. La danza è sempre stata nelle "capacità" di Ward. Già nel 2005, infatti, gli fu commissionata un'altra interessante produzione dalla Peoria Ballet Company chiamata "Wings": un lavoro di quaranta minuti con quaranta ballerini in scena accompagnati live da un quintetto guidato dal sassofonista. Un "must" restato nell'anima di Ward che convinse all'idea anche Mike Reed nella già citata "New Kind of Dance" e attorno alla quale Ward ha continuato a muoversi con evidente successo chiedendo anche a Reed (oltre che a Roell Schmidt) di co- produrre artisticamente questo lavoro, cresciuto poi attorno all'idea mingusiana grazie ai frequenti incontri con Onye Ozuzu.

Accanto a Ward, un bel gruppo di talentuosi chicagoani tra i quali il baritonista Keefe Jackson, il trombettista Russ Johnson (anche lui trasferitosi a Chicago dopo tanti anni newyorchesi), il cornettista Ben LaMar Gay, il pianista Dennis Luxion e il bassista Jason Roebke.

Per dare l'idea del cosa può voler significare la "seminalità" di un lavoro come il capolavoro mingusiano chiudo con una chicca: quando il giornalista di "Jazz Gallery" chiede, in una recente intervista a Ward, quando il sassofonista ha ascoltato The Black Saint and the Sinner Lady per la prima volta, la risposta è "Pochi mesi prima di mettermi al lavoro per questo disco, nell'ottobre del 2014. Folgorato." Può bastare? Ascoltate i dodici minuti e rotti finali di questo disco. Poi mi dite.

Track Listing: Daybreak; Singular Serenade; The Menacing Lean; Smash, Push, Pull, Crash; With All Your Sorrow, Sing A Song Of Jubilance; Grit; Round 3; Dialogue Of The Black Saint; Gather Round, The Revolution Is At Hand.

Personnel: Greg Ward: alto saxophone, compositions; Tim Haldeman: tenor saxophone; Keefe Jackson: tenor saxophone, baritone saxophone; Ben LaMarGuy: cornet; Russ Johnson: trumpet; Norman Palm: trombone; Christopher Davis: bass trombone; Dennis Luxion: piano; Jason Roebke: bass; Marcus Evans: drums.

Title: Touch My Beloved's Thought | Year Released: 2016 | Record Label: Greenleaf Music

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