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Takemitsu Toru - Robert Schumann - Dmitrij Shostakovich
Guidata da Yutaka Sado, l’Orchestra RAI si cimenta in un programma impegnativo ed eterogeneo.
Già sulla “carta” pareva verosimile che la sensibilità del direttore giapponese fosse l’optimum per far risuonare il gioco di pieni e di vuoti cesellati da Toru Takemitsu nella partitura del Requiem.
Di eccellente qualità, anche alla prova dei fatti, si è dimostrata l’esecuzione: un buon viatico per l’imminente rassegna di musica contemporanea Rai Nuova Musica.
Gli archi dell'Orchestra restituiscono appieno lo spirito di un brano che poco ha di luttuoso ma, al contrario, mostra quante sfumature e tinte il silenzio sia in grado di vivificare: all’interprete e all’ascoltatore spetta il compito di disporsi nella condizione d’animo occorrente per percepirne la ricchezza.
La trasparenza della lettura proposta spiega nel migliore dei modi per quale ragione Stravinskij avesse espresso un entusiastico apprezzamento per l'intenso respiro contemplativo di questo brano, scritto nel 1957, quando la radicalizzazione in senso libertario degli assunti dello Zen - ad opera d Ichiyanagi Toshi e di altri, sulla scia di John Cage - non si era ancora consolidata nella pratica compositiva nipponica (e dello stesso Takemitsu).
Si torna in Occidente con il concerto in la minore per violoncello e orchestra di Robert Schumann, la cui parte solista è affidata a un interprete di chiara fama quale Mischa Maisky.
La felicissima invenzione melodica, che percorre i tre movimenti del brano senza di soluzioni di continuità, sembra a più riprese sul punto di smaterializzarsi tra le mani del violoncellista lettone.
Il suo virtuosismo, consono ai passaggi da eseguirsi in scioltezza e rapidità, risulta infatti, nel complesso, piuttosto distante dall’intima profondità della pagina, velata di quella malinconia, tutt’altro che artefatta, di cui il compositore aveva sperimentato tutte le sfumature (incluse quelle più dolorose) nel corso dell’esistenza.
La concentrazione dell’Orchestra non vi stempera lungo i quarantacinque minuti della Quinta Sinfonia di Dmitrij Shostakovich.
Quella che il compositore stesso concepì, almeno in apparenza, sotto la pressione del terrore staliniano, come risposta pratica a una critica giusta - così definiva l’accusa di scarso rispetto dei canoni estetici imposti dal regime - mostra integri, al di là della semplificazione delle strutture e degli svolgimenti, i tratti di una poetica complessa e affatto individuata.
L’interpretazione di Sado aderisce all’essenza - più che alla lettera - della sinfonia, mettendone in risalto le contraddizioni fin quasi a forzarle.
Nel movimento iniziale la drammaticità del primo tema - quasi un urlo strozzato nel ghiaccio - stride con la mestizia del secondo, risolvendosi in una cupa aura di mistero.
L’uso di stilemi marziali, così come, all’opposto, il timbro diafano della celesta nel secondo tempo, l’alternarsi tra il canto struggente e rarefatto dell’Allegretto e lo slancio ottimistico del Finale (troppo scoperto per essere un “vero” ossequio al regime) non negano affatto, ma anzi mostrano con evidenza quali lacerazioni attrraversassero l’autore.
Un conflitto vissuto non solo nell’interiorità (come Gustav Mahler), ma anche nel rapporto con una società e un apparato non disposti a perdonare nulla a chi non si adeguasse al loro ottuso conformismo.
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