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Sonny Rollins e David S. Ware a colloquio
All About Jazz: Come vi siete conosciuti?
Sonny Rollins: La prima volta che ho incontrato David, credo, sia stato quando i genitori lo accompagnarono a vedere un mio concerto nel Greenwhich Village.
David S. Ware: Al Village Vanguard per la precisione...
SR: Era al Village Vanguard?
DSW: Si. Ma la prima volta che ti ho visto suonare dal vivo e' stato nel 1964 al Five Spot. All'epoca due amici sassofonisti con cui andavo a vedere concerti nel weekend...
SR: In effetti pensavo fosse al Five Spot.
DSW: Non credo che ci siamo incontrati li'... Non sono certo, ma credo che volevo presentarmi ma poi finii per passare un sacco di tempo a chiacchierare con Roy McCurdy [N.d.R.: batterista di Sonny Rollins in quel periodo]
SR: Sai com'e'... la mia memoria non e' piu' quella di una volta.
DSW: Ci siamo incontati diverse volte al Vanguard. Ricordo che una volta, nel 1969, io e il batterista Marc Edwards ti incontrammo di sera tardi all'angolo tra la 6a strada e l'8a avenue. Stavi facendo la spesa e avevi due buste piene di frutta e io ti dissi che volevo suonare con te. Poi qualche tempo dopo venni a casa tua a suonare... Ti ricordi?
SR: Vagamente
DSW: Era all'inizio. Poi iniziammo ad esercitarci insieme
SR: Ah si.
DSW: Stavo giusto raccontando a Franck della notte in cui mi insegnasti la respirazione circolare. Ci invitasti a casa tua dopo un concerto al Vanguard e ci facesti vedere come si fa. Avevo solo 16 anni e per me fu un momento memorabile.
SR: Si tratta di una tecnica molto profonda. Ha molte ramificazioni spirituali
DSW: Viene usata molto in India, Tibet, Nepal...
SR: Difatti. E la usano anche gli incantatori di serpenti.
DSW: E gli aborigeni...
SR: Esatto
DSW: La usi ancora?
SR: Si. Ma ora lo faccio verso la fine di un brano, per estenderne le ultime note. Quando lo fai alla fine di una canzone il tutto si verifica ad un livello piu' alto, colpisci l'ascoltatore in modo piu' profondo. Inoltre se parti con la respirazione circolare quando il batterista non se l'aspetta e cosi' lo costringi a seguirti... a volte ho la sensazione che i batteristi non rispondono abbastanza... Ad ogni modo continuo ad esercitarmi per usarla.
DSW: E' l'esatto contrario di quello che faccio io. Io non mi esercito con la respirazione circolare. Lo facevo all'inizio quando l'ho imparata da te. Per cui la uso solo mentre sto suonando se l'ispirazione mi spinge a farlo.
SR: Quindi la usi in modo del tutto estemporaneo?
DSW: Si. In generale amo i registri piu' alti, e i loro armonici, per cui quando la uso in genere lo faccio a quelle altezze. Solo raramente lo faccio sui registri normali.
SR: Ah... ho scoperto un tuo segreto... (ride)
AAJ: Il sassofono tenore porta con se' l'idea di trasmissione di una tradizione orale. Mi viene da pensare, ad esempio, al disco del 1963 "Sonny Meets Hawk", con Coleman Hawkins.
SR: Ti riferisci al modo in cui il fraseggio di Hawkins fa venire in mente un vero e proprio dialogo?
DSW: Secondo me Franck si riferisce a come esista una vera e propria tradizione del sassofono tenore. E' come se ci fosse una linea genealogica tramite la quale i sassofonisti portano avanti la tradiaione. Ovviamente non e' un qualcosa di formalizzato. E' un fenomeno naturale che ha a che fare con come si nasce. Ad esempio, c'e' qualcosa dentro di te che mi ha fatto decidere di suonare come te... seguire la tua lezione, continuarla e svilupparla...
SR: Quello che dici mi fa molto piacere! Ma si tratta di un talento che devi avere dentro. C'erano un sacco di amici con cui sono cresciuto che volevano diventare jazzisti... Ma devi averlo dentro di te. Devi avere un talento, la volonta' di esprimerlo e poi devi entrare a contatto con musicisti che ti possano influenzare. Ognuno di noi nasce con un certo talento e ognuno puo' contribuire alla societa' con quello che ha dentro. I musicisti lo fanno con la musica.
DSW: Non importa in quale settore uno operi... tutto conduce a dio e questa e' una delle mancanze del modo di insegnare di oggi. Continuano a parlare delle cose come se fossero separate e non avessero relazione fra di loro. In molte tradizioni filosofiche o religiose, invece, insegnano che tutti i campi del sapere sono collegati fra loro. Anche in questo sei stato per me una fonte ispirazione e mi hai portato verso lo yoga e la meditazione...
SR: Non lo sapevo
DSW: Ma certo... sei stato la ragione di molte mie scelte...
SR: E magari t'ho portato sulla strada sbagliata... [ride]
DSW: Per niente! La meditazione e' al centro della mia vita, da oltre 30 anni! Musica e spiritualita' sono da sempre mondi paralleli per me.
SR: Hai ragione, l'una non puo' esistere senza l'altra...
DSW: Il primo disco che ho comprato fu il tuo The Bridge. Ero in un negozio di dischi. Avevo 12 anni. Avevo soldi solo per un disco. Avevo nelle mani The Bridge e Africa Brass di Coltrane. Alla fine quale disco compro? The Bridge: era la tua foto che mi ha ispirato, quello che proiettavo...
SR: Non e' la prima volta che sento una cosa del genere. Nel 1957 mentre ero in India per studiare yoga ho vissuto in un Ashram con un gruppo di altri allieve. Ad un certo punto vennero a sapere che ero un musicista di jazz, anche se non sapevano bene di che si trattava. Pero' uno di loro era un appassionato. Aveva un libro che conteneva una foto di Charlie Parker che lo colpi' nella stessa maniera in cui la mia foto su The Bridge colpi' te.
AAJ: Sonny, in una vecchia intervista hai affermato che la musica ti ha salvato la vita.
SR: E' probabile. Non ricordo in quali circostanze. La musica mi circonda da quando sono nato. Ricordo ancora i dischi di Fats Waller che c'erano a casa quando ero bambino. La vita senza la musica non avrebbe significato per me. Ricordo che Thelonious Monk mi disse la stessa cosa. Fortunatamente in questa mia incarnazione sono stato proiettato in un mondo in cui esiste musica.
DSW: Nonostante le tante tribolazioni e' un vero privilegio essere un musicista, trovarsi in un mondo che ha a che fare con la musica. La musica offre un sentiero verso la salvezza, se uno e' pronto a riceverla. E' un dono di dio.
AAJ: Ma ovviamente la vita del musicista e' pure piena di viaggi, treni, alberghi... non e' facile.
DSW: Lasciami dire un paio di cose a questo proposito. Mi trovo ad un punto della mia vita in cui viaggiare e' diventato per me molto difficile. Mi sono quindi completamente rimesso ad una forza della natura che si chiama Ganesh. Ho smesso di fare cose allo scopo di affermare la mia individualita' o il mio vantaggio personale. A questo punto per me e' essenziale abbandonare queste idee e invece offrire. E' come abbandonare un livello di schiavitu' a favore di una forza della natura. Ganesh, inoltre, e' una divinita' molto piu' vicina di altre alle arti e alla scienza, alla saggezza e alla conoscenza.
SR: Ti sei spiegato ottimamente! Questa e' l'essenza della vera filosofia yoga. Quando vado a suonare per me e' essenziale dare qualcosa ai miei ascoltatori. Non lo faccio perche' voglio avere una carriera di successo, ma perche' voglio che il mio suonare abbia un fine, che sia utile alla gente. Non ho bisogno di niente per me... anche se ovviamente la musica mi da' sempre qualcosa a livello personale. Ma quello che mi spinge a suonare in pubblico e' questo desiderio di dare qualcosa a chi e' venuto ad ascoltarmi. E' un fine piu' alto
DSW: E' proprio questo che rende grande la musica, l'arte, o qualunque cosa che abbia un senso... E' come quel concerto del 1999 al Lincoln Center di cui parlavamo. C'era qualcosa di speciale quella sera. Ti ho sentito suonare spesso a partire dagli anni '60. Ma quella notte... era come se stessi suonando per gli angeli.
SR: Ripercorrendo la mia carriera posso dire che ho avuto alcune performance migliori di altre. E' cosi' che va, non solo nella musica. Uno non puo' essere sempre al meglio. Ci sono alcune serate in cui si raggiungono vette piu' alte... deve essere stata una di quelle...
DSW: La cosa interessante e' che spesso mentre si suona non si riesce ad essere obiettivi su quello che si sta suonando. E' solo dopo, quando si puo' riascoltare quello che abbiamo suonato, che uno puo' esprimere un giudizio chiaro...
SR: E' assolutamente impossibile essere obiettivi mentre si suona... A volte la gente mi chiede "che cosa pensi mentre stai suonando?" Non penso a niente! Lascio la mia mente libera cosi' che essa possa suonare. Quindi non puoi essere obiettivo. La cosa importante e' avere la giusta motivazione nella testa. Se ce l'hai significa che ogni volta che ti metti a suonare lo fai per la musica giusta... Se poi alcune sere non la ottieni non fa niente. Almeno ci hai provato.
DSW: Ma ci sono momenti in cui hai la sensazione che qualcosa di straordinario stia venendo fuori?
SR: A volte...
DSW: Uno diventa completamente coscente della musica, che inizia a trascenderti. I musicisti sono sul palco e si crea un'intesa senza precedenti. E poi quando riascolti che cosa suonavano, si nota... E' un fenomeno che va oltre alla musica normale...
SR: Lo so bene. E quello e' sempre cio' che perseguiamo. E' quello che proviamo quando quel certo non so che si viene a creare. Una situazione celestiale...
AAJ: Parliamo di cosa sia per voi l'improvvisazione.
SR: Cerco di esercitarmi costantemente su alcuni rudimenti, come la respirazione circolare di cui parlavamo, e certe scale. Poi pero' quando salgo sul palco cerco di dimenticare tutto cio', perche' non c'e' tempo per pensare. Voglio svuotare la mia mente. Non voglio pensare a niente. E proprio per questo e' importante avere tutte le basi in ottima forma attraverso l'esercizio costante.
DSW: Per me l'improvvisazione e' un fenomeno sacro. Il creatore e' l'improvvisatore supremo del cosmo. Quindi la creativita' non e' altro che uno specchio del nostro creatore. C'e' una connessione con il signore, la vita e ogni cosa che vive.
SR: E' vero. La natura improvvisa in continuazione. Quando improvvisiamo con la nostra musica rendiamo gloria al creatore. E' una cosa sacra e molto seria.
DSW: Non e' semplicemente una nota, o un pezzo musicale. E' molto piu'. Devi trovare il legame interiore tra una nota e l'altra. Devi proiettare tutto cio' nella musica.
AAJ: La forza, bellezza ed aspirazione di questa musica e' rimanere se stessi pur suonando in gruppo...
SR: Secondo me una buona band inizia con te stesso. Quindi come prima cosa devo avere le idee chiare su cosa fare e poi devo cercare di trasmetterle agli altri. Ovviamente il numero di musicisti coinvolti non importa. Le orchestre di Basie improvvisavano... sia i singoli musicisti che l'ensemble in quanto tale. Un'improvvisazione d'ensemble..
DSW: Nelle ultime settimane ho provato la mia musica con un gruppo di archi. Non suono, mi limito a condurre. In un contesto simile l'intuizione ha un ruolo importante... Ad esempio in certi momenti smetto di condurre. Il solista deve decidere quando entrare, e gli altri devono capire quali dinamiche suonare dietro al solista. Il solista decide quanto tempo andare avanti e poi tutti si ritrovano alla fine. Tutto questo e' guidato da un fattore intuitivo. Purtroppo buona parte della musica e' formulaica e questo fattore manca
SR: Specialmente nella musica d'ensemble.
DSW: Persino nel jazz le cose sono troppo formulaiche. La musica non e' sulla carta... e' dentro di te. Quando si suona spesso insieme, giorno dopo giorno le cose si rifiniscono, ci si influenza a vicenda. E' per questo che preferisco suonare con gli stessi musicisti. Il mio gruppo e' insieme da 15 anni per questa ragione. La musica ha il tempo per svilupparsi quando i musicisti si conoscono e sono vicini spiritualmente e istintivamente. Sai gia' cosa suoneranno a livello intuitivo. I musicisti occidentali dovrebbero coltivare questo aspetto di piu'. Buona parte della mia musica non contiene strutture di 4 o 8 misure. Spesso ce ne sono 5, quindi uno deve essere aperto per poterla suonare. Se uno e' rigido non riesce a suonarla.
SR: E' vero. Alla fine dei conti se stai cercando di suonare qualcosa di non ordinario devi essere capace di 'sentire' gli altri musicisti, intuire dove andranno a parare. In passato ho studiato un libro del sassofonista Sigurd Rascher...
DSW: Ah... conosco i suoi libri...
SR: Rashcer mi disse che stava per avviare una specie di simposio per sassofinisti. Sara' stato venticinque anni fa, piu' o meno. Ero entusiasta all'idea, visto che si trattava di un musicista molto spirituale. Ma mi disse che sfortunatamente buona parte dei suoi allievi erano solo interessati a suonare il sax. Non avevano alcun interesse verso la sfera spirituale. Ma per poter raggiungere un livello musicalmente piu' alto e' necessario cercare proprio il suo aspetto spirituale. L'intuizione e' parte di questo processo. Devi entrare a far parte di un gruppo di persone, avere gli stessi obiettivi di vita... solo allora c'e' qualche possibilita' che la musica nasca.
DSW: Sono proprio queste le basi per mettere insieme un gruppo. Quando ho incontrato Matthew Shipp la mia formazione da 15 anni era con William Parker al contrabbasso e Marc Edwards alla batteria. Ma decidemmo di invitare Matthew in quanto si inseriva alla perfezione. C'era secondo me un'armonia spirituale con lui. Purtroppo troppo spesso trovi musicisti che fumano o bevono... questo e' uno dei motivi per cui non faccio lavoro da freelance, perche' troppi sono cosi'. Sono molto sensibile nei confronti di queste cose. Non faccio musica con chiunque... Sono sempre stato cosi'.
SR: E' come quando uno si rifiuta di suonare in un posto dove si beve o si mangia... Quando suoni cerchi di raggiungere un punto spirituale e se sei circondato da cose negative e' difficile raggiungerlo.
AAJ: Per tornare all'utopia che c'e' dietro questa musica: Max Roach una volta ha detto che quando un gruppo e' veramente ottimo, costituisce una forma di vera democrazia
SR: Che intendi per "vera democrazia"?
AAJ: Che non c'e' nessun tipo di gerarchia, o di politica all'interno del gruppo.
SR: Ma che vuol dire? Una democrazia alla George Bush? [ride]
DSW: Se ho capito la domanda, parliamo di come in uno stato di democrazia musicale ognuno ha la stessa possibilita' di influenzare la musica che il gruppo suona. Se per esempio nel mio gruppo Matthew inizia a elaborare qualcosa di interessante allora l'intero gruppo lo segue a cominciare da me. Oppure se dico a William di prendere l'iniziatia, lui puo' suonare finche' vuole. In questi casi la mia sola condizione e' che gli assoli non facciano perdere forma al pezzo.
SR: Secondo me la parola 'democrazia' non e' la migliore in questo contesto. Uno puo' fare tutto quello che gli pare quando suona da solo. Ma se suono nel mio gruppo devo essere quello che ha la responsabilita' finale di mantenere la musica a fuoco. Ognuno ha un'opportunita' di contribuire con quello che vuole ma deve allo stesso tempo sacrificare le proprie mire personali per il bene della musica del gruppo. Capici?
AAJ: Sonny, visto che l'hai tirata in ballo, che ci dici della democrazia alla George Bush?
SR: Ah ah ah ah ah ah ah ah ah... David, digli che ho un mal di denti e non posso ridere troppo...
DSW: Sonny ti manda a dire che ho mal di denti e non puo' ridere troppo...
AAJ: Per un sassofonista il suono che esce dallo strumento e' quello che conta. La sua voce ed identita'. Ritenete di esser cambiati molto da questo punto di vista durante le vostre carriere?
SR: Siamo esseri viventi. In altre parole i nostri corpi sono destinati a vivere per un certo numero di anni. Io sono cambiato perche' il mio corpo e' cambiato e quindi il mio suono si e' trasformato. Quando invecchi e devi suonare uno strumento come il sax devi adattarti...
DSW: Parli di carne ed ossa, ma abbiamo anche uno spirito che occupa il nostro corpo fisico.
SR: Certo.
DSW: ...e anche questo ha un impatto con il suono che ognuno di noi emette. Ognuno di noi ha un certo tipo di vibrazioni. E' questo che contribuisce a caratterizzare il suono di ognuno...
AAJ: Quando suonate il sax, avete l'impressione di star cantando con esso?
SR: Mi piacciono i vocalist... Nat King Cole, Louis Armstrong, Billie Holiday..., e questo in qualche misura puo' aver influenzato il mio stile. Ma credo che cio' sia vero di piu' per altri musicisti.
DSW: Quello che conta e' l'anima. L'anima si esprime attraverso lo strumento che suoniamo. Altrimenti perche' lo stesso sax, con le stesse ance e settaggi in mano a due musicisti diversi suona diversamente? La differenza sta dentro di ognuno di noi.
AAJ: Lester Young diceva che per lui suonare era come raccontare una storia.
SR: Quando la gente fa riferimento a questa citazione di di Lester, secondo me si confonde col fatto che lui era molto vicino a Billie Holiday, e quindi quando poi lui suonava strumentalmente un brano da lei interpretato aveva in mente i testi che lei cantava. Una volta un critico ha detto che quando suono pongo un quesito durante un chorus e poi fornisco la risposta nel chorus successivo. In un certo senso quindi anch'io racconto una storia. Significa essere intellegibili per il pubblico che ti ascolta. Ti possono capire e non semplicemente essere colpiti dalle tue doti tecniche.
DSW: Quando un giovane musicista vuole venire a studiare con me gli chiedo sempre "Hai una storia da raccontare con il tuo strumento?" La cosa essenziale quando si suona e' avere qualcosa da dire...
AAJ: Che ne pensate della parola 'jazz'?
SR: Beh ora e' troppo tardi per parlarne in quanto e' una parola che ha acquisito una connotazione universale. Non e' necessariamente un termine negativo. Ma si potrebbe pure parlare di "american classical music" o "black classical music". Il Jazz e' difatti la musica classica americana. Ma jazz comunque resta un termine valido, non mi infastidisce. Sarebbe un'esercizio futile rimettere questo termine in discussione.
DSW: Quello che mi da' fastidio, Sonny, e' quando creano categorie. Quando si fa riferimento a me, si dice spesso che sono un grande musicista di avanguardia. Se uno e' un grande musicista, o sassofonista, non dovrebbe esserci bisogno di aggettivi. Che bisogno c'e' di far riferimento all'avanguardia? E' un termine che serve solo a spaventare la gente...
SR: Sono d'accordo...
AAJ: Ovviamente c'e' la musica pop, rock, classica etc... Ci sono tante categorie. Negli Stati Uniti qual'e' secondo voi l'importanza della musica jazz, e in particolare per la popolazione afro-americana si sente vicina a questa tradizione musicale?
SR: Sono una persona per la quale la jazz e' come un ombrello sotto il quale puoi trovare ogni altro tipo di musica. Tantissimi musicisti rythm and blues dicono che la loro musica si ritrova sotto questo ombrello del jazz. Secondo me lo stesso vale per il rap. E' una forma di jazz. Idem per il gospel... Il jazz e' la forma piu' evoluta di musica afro-americana o improvvisata, anche se non amo parlare in termini di cosa e' piu' alto e cosa e' piu' basso... Sto solo cercando di spiegarti come la penso.
DSW: Il motivo per cui il jazz funge da ombrello per le altre forme musicali che si trovano in America e' la sua natura improvvisata. Quindi c'e' la stessa spontanea creazione di idee musicali che si trova dietro la nascita di nuove forme musicali. Questo andrebbe sottolineato... Ora tutti parlano di rap, ma la sua fonte andrebbe riconosciuta, e non mi pare che accada a sufficienza... Con questo genere musicale poi il problema e' che manca del tutto l'aspetto spirituale. C'e' moltissimo talento ma spesso abusano la componente improvvisativa in quanto mancano di spiritualita'. Percio' c'e' cosi' tanto abuso verbale nei loro testi.
AAJ: Un'ultima domanda: Sonny, c'e' qualcosa in particolare che vuoi dire a David?
SR: Voglio dirgli che sono molto fiero del fatto che sia rimasto fedele alla sua musica per tanti anni, nonostante non abbia ricevuto i riconoscimenti che merita, e - cosa ancora altrettanto importante - che sia rimasto fedele alla sua vita spirituale.
DSW: E io voglio ringraziarti per essere stato una grande fonte d'ispirazione, una specie di figura paterna per tanti anni. Cosi' tanti musicisti si perdono o non trovano una via spirituale... Ma tu sei andato sempre avanti per la tua strada e questo per me e' stato un grande esempio e mi ha catalizzato. Ho capito che questo sarebbe stato il destino durante questa mia reincarnazione. Ti ringrazio tantissimo per questa chiacchierata.
Foto di Claudio Casanova (David S. Ware) - John Abbott e Randy Tunnell (rispettivamente, Sonny Rollins)
Traduzione di Luigi Santosuosso
Articolo riprodotto per gentile concessione dell'autore.
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