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Silvia Bolognesi & Eric Mingus a confronto con Gil Scott Heron

Silvia Bolognesi & Eric Mingus a confronto con Gil Scott Heron

Courtesy Giampaolo Becherini

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Poeta, musicista, attivista, scrittore, il chicagoano Gil Scott-Heron è un personaggio leggendario della musica afroamericana, noto e apprezzato dagli appassionati ma anche un po' dimenticato dal pubblico più ampio, forse perché non facilmente riconducibile a un ambito musicale ben preciso —poeta, bluesman e jazzista, viene però considerato antesignano sia dell'hip-hop, sia del rap —e forse anche a causa della precipitosa parabola della sua carriera e della sua vita —dall'inizio del nuovo millennio fino alla sua morte, nel 2011, fu tormentato dalla tossicodipendenza e da problemi giudiziari a essa legati.

A Gil Scott-Heron ha dedicato un progetto Silvia Bolognesi, Is that Jazz? Celebrating the Influences of Gil Scott-Heron, prima messo a punto l'estate scorsa, a Siena in occasione del Festival dell'Accademia Chigiana, poi rivisto in alcuni aspetti e arricchito da nientemeno che Eric Mingus. Il giorno precedente la prima della nuova edizione del progetto, a Firenze presso il P.A.R.C., abbiamo avuto occasione di parlarne con lei.

L'intervista

All About Jazz: Come nasce questo progetto su Gil Scott-Heron?

Silvia Bolognesi: Tutto ha inizio dalla collaborazione dell'Accademia Chigiana con Siena Jazz, nell'estate dello scorso anno, ragione per cui nella prima versione erano presenti anche tre allievi della Chigiana —un violino, una viola e un flauto, che nella musica di Gil Scott-Heron ci stavano francamente molto molto bene —e vedeva alla voce la presenza di Michael Mayo, in città per i tradizionali seminari estivi di Siena Jazz. In realtà, non appena avuta la proposta di questo lavoro io avevo pensato di chiamare Eric Mingus.

AAJ: Ma come ti è venuto in mente di fare un progetto proprio su Gil Scott-Heron?

SB: L'idea non è venuta in mente a me, ma al Direttore Artistico di Siena Jazz, Iacopo Guidi. Lo scorso anno il festival in collaborazione con la Chigiana era dedicato alla "parola" e lui, volendo omaggiare un poeta afroamericano, scelse Scott-Heron; poi, conoscendomi e sapendo sia in quali universi musicali mi muovo, sia il mio rapporto con Chicago, mi ha identificata come la musicista che meglio poteva realizzare un progetto simile. E infatti io mi ci sono buttata subito a capofitto, concordando con lui alcune cose e poi restando libera riguardo al repertorio e al suo arrangiamento. L'anno scorso, come dicevo, la voce fu affidata a Michael Mayo, ma sapendo che ci sarebbe stato un seguito io contattai Eric, che si dichiarò subito interessato. Un po' perché anche lui non è solo un cantante, ma anche un poeta; un po' perché, pur avendo varie volte avvicinato la musica di Scott-Heron, di fatto non l'aveva mai affrontata dal vivo, a parte una performance su "The Revolution Will Not Be Televised," che è probabilmente il suo brano più noto e sdoganato, anche perché è quello che lo ha in certo modo fatto dichiarare "padre del rap" —una cosa di cui Gil non era neanche tanto contento, credo perché i suoi testi erano molto profondi, mentre quelli dei rapper spesso lo sono assai meno, per cui lui non si riconosceva in quella musica e in quella cultura.

AAJ: Interessante, poi, che il gruppo sia composto in prevalenza da giovanissimi, a parte tu che dirigi e Eric che è l'ospite e l'interprete principale.

SB: Sì, perché il progetto iniziale prevedeva la presenza del mio gruppo di musica d'insieme, cioè Noemi Fiorucci e Lusine Sargsyan alla voce, Isabel Simon Quintanar al sax tenore, Andrea Glockner al trombone, Gianni Franchi alla chitarra, Santiago Fernandez al pianoforte e Matteo Stefani alla batteria —anche se concordai subito la presenza di Emanuele Marsico alla tromba e alla voce, perché così tutto funzionava meglio. Poi in questa seconda edizione si sono aggiunti anche Pee Wee Durante a tastiere, trombone e voce e Simone Padovani a batteria e percussioni, anche per avere la possibilità di portare in tour una versione ridotta del progetto, in quintetto. Nel quale, in caso di assenza di Eric, inserirei alla voce Griffin Alan Rodriguez —sempre rigorosamente un afroamericano, secondo me presenza indispensabile per interpretare testi di tale profondità e di quella cultura. Anche se poi capita di avere delle sorprese, come quella avuta durante il tour con il mio quartetto negli States nei mesi scorsi. Eravamo a Pittsburgh e suonavamo il mio repertorio, ma ci mancava qualche bis, così abbiamo fatto un paio di pezzi di Scott-Heron, con Emanuele alla voce. Con qualche remora, visto che facevamo noi la loro musica. E invece già dal palco ho visto subito la gioia dell'organizzatrice, che infatti alla fine è venuta a ringraziarci, perché —ci disse —"qui questa musica, oggi, non la suona più nessuno!."

AAJ: Domani avete l'esordio fiorentino, che arriva dopo alcuni giorni di residenza artistica al P.A.R.C., ma poi avrete qualche altra data, tra cui il prestigioso Torino Jazz Festival.

SB: Sì, e siamo anche molto emozionati sia perché avremo anche la diretta radiofonica, sia perché è un festival con in programma grandissimi nomi, e quindi è un onore e una responsabilità esserci. Anzitutto per me, visto che prima passeranno due contrabbassisti come Christian McBride e Dave Holland...

AAJ: Beh, non mi pare che la contrabbassista dell'Art Ensemble of Chicago debba avere ansie da prestazione...

SB: Io l'ansia da prestazione continuo ad averla anche ai saggi della scuola... Però, effettivamente, quando mi viene penso a quella volta che salii sul palco davanti a duemila persone, con Roscoe Mitchell che non ci aveva neppure dato la scaletta... Tuttavia, quando non ce l'ho, quasi mi preoccupo: in fondo questo mestiere si fa anche per provare certe emozioni, se non ci sono, c'è qualcosa che non funziona... Come diceva Albert Ayler, la musica è una forza guaritrice dell'universo; infatti, quando suoni provi emozioni e stai bene! Perciò le emozioni devono esserci, tutte.

Il concerto

Eric Mingus & Silvia Bolognesi Is that Jazz?
P.A.R.C.
Mixitè
Firenze
28.4.2024

Il concerto fiorentino, svoltosi domenica 28 aprile per la rassegna Mixité, promossa da Toscana Produzione Musica, ha registrato il tutto esaurito. La musica è stata "annunciata" da un coretto collettivo che scandiva ritmicamente il titolo del brano-guida, il notissimo "The Revolution Will Not Be Televised," che avrebbe poi anche concluso lo spettacolo, "incastonando" al suo interno una selezione di brani di Scott-Heron, in parte eseguiti individualmente, in parte riuniti in medley o suonati per porzioni. Non solo: se Mingus è stato ovviamente l'interprete principale, le altre tre voci non hanno svolto un mero lavoro di coro o controcanto, ma hanno interpretato a loro volta alcuni dei brani, con Mingus che lasciava loro la scena.

Gli arrangiamenti messi a punto dalla Bolognesi, del resto, erano molto variegati e originali: oltre ad alternare interpreti e modalità esecutive, lasciavano ampio spazio all'inprovvisazione dei singoli strumentisti e prevedevano persino alcuni momenti di conduction, la modalità di improvvisazione collettiva messa a punto da Butch Morris e della quale la Bolognesi è maestra. Sorprendentemente a loro agio anche tutti i musicisti più giovani, capaci ciascuno di ritagliarsi momenti di espressività personale.

A tutto ciò si aggiungevano la bellezza e la capacità di coinvolgere delle composizioni di Scott-Heron, i ritmi spesso trascinanti e soprattutto la qualità della voce di Mingus, capace di interpretare ora nitidamente, ora con sonorità ruvide e graffianti, ora con commovente soavità, ora con potente aggressività, così da rendere al meglio ogni aspetto della polimorfe musica dell'artista chicagoano. A legare la colorata complessità della musica il suono profondo del contrabbasso, la direzione e il contagioso entusiasmo della Bolognesi, che dal lato destro del palco ha condotto per mano la formazione prendendosi la scena solo nelle transizioni, senza tuttavia far mancare mai la sua fondamentale presenza.

Spettacolo acclamatissimo con ripetute richieste di bis —cosa successa, a quanto abbiamo potuto sentire per radio, anche al Torino Jazz Festival pochi giorni dopo—che troverà a breve la propria documentazione su disco per la Fonterossa Records, l'etichetta della stessa Bolognesi.

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