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Roberto Olzer: Suoni per immaginare Fellini

Roberto Olzer: Suoni per immaginare Fellini
Paolo Marra By

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Il suono è la carta di identità del musicista, della persona, l’elemento più personale ed irriducibile
"Fellini 100" è il nuovo progetto del pianista e compositore Roberto Olzer, uno spettacolo multimediale di musica e arte visiva allestito nell'ambito del Festival Piemontese Tones and Stones (in rassegna dal 19 al 26 Luglio) per omaggiare il grande Maestro del Cinema, a cent'anni dalla sua nascita. Ad accompagnare il pianista sul palco, nella giornata inaugurale, ci saranno Yuri Goloubev al contrabbasso, Mauro Beggio alla batteria e Fulvio Sigurta alla tromba e flicorno, con le video-immagini curate dalla visual artist Anna Frigo e gli acrobati della compagnia milanese Quattro×4. Con alle spalle una solida formazione classica, nella veste anche di organista, Roberto Olzer riesce a trasformare, attraverso l'improvvisazione e un raffinata ricerca timbrica, ogni esecuzione in suggestive narrazioni poetiche intrise di rarefatte atmosfere metafisiche.

Nel 2009 registra il primo disco in piano solo Esprit de Finesse dedicato al compositore e pianista tedesco Mendelssohn, a cui fanno seguito i lavori in trio Steppin' Out (2012), che gli apre le porte alla fama internazionale, The Moon and The Bonfires (2015), Celeste (2017), prodotto dall'etichetta giapponese Atelier Sawano, e Floatin'In (2016), in quartetto. Un repertorio diventato sempre più inclusivo nel corso del tempo con la scelta di partiture appartenenti alla musica colta, jazz, brani rock e colonne sonore. Tra queste le composizioni del grande Maestro Nino Rota, così vicine alle forme espressive di Roberto Olzer, pregne di nostalgica irrealtà.

All About Jazz: Il progetto che presenterai all'edizione di quest'anno del Festival Tones on the Stones dal titolo "Fellini 100" mette insieme differenti arti performative: musica, danza e arti circensi. Questa scelta scaturisce dell'impossibilità di rappresentare la visione felliniana filtrata attraverso un'unica forma d'arte?

Roberto Olzer: Il cinema di Fellini si nutre evidentemente di tante forme e suggestioni diverse; la musica, attraverso la cifra stilistica di Nino Rota, ne è senz'altro una delle componenti più importanti, così importante da aver creato nell'immaginario collettivo un binomio inscindibile tra Rota e Fellini, una compenetrazione tale che è difficile dire ormai dove finisca l'immagine ed inizi il suono, e viceversa. Ma oltre alla musica sappiamo quanto la dimensione del Circo sia stata importante nella sua formazione, nella sua ispirazione e quindi nella sua filmografia; un mondo in cui si sentiva totalmente a proprio agio.

AAJ: In quali circostanze è avvenuto l'incontro con la visual artist Anna Frigo e la seguente collaborazione per il progetto per celebrare Federico Fellini a cent'anni dalla sua nascita?

RO: Con la straordinaria Anna Frigo non abbiamo avuto in realtà—complice anche la pandemia—la possibilità di incontrarci di persona, ma questi ultimi mesi sono stati fitti di scambi di vedute ed idee su come far interagire immagini e musica sulle partiture di Rota e Bakalov che abbiamo preso in considerazione per lo spettacolo. Sarà, ci auguriamo, una festa per gli occhi e le orecchie!

AAJ: Quanto ti rispecchia la visione fumettistica, onirica, surreale pervasa da una stringente malinconica che si ritrova nella produzione cinematografica del Maestro Fellini?

RO: Questi due aggettivi in particolare— onirico e malinconico—li trovo molto affini al mio modo di sentire; la produzione di Fellini in effetti ne è intrisa; ci sono scene di Amarcord, di La Dolce Vita, tra gli altri film, che porto nel cuore da sempre, e che riflettono la sensibilità di uomini di un altro tempo, di un'Italia diversa, in costruzione ed in dissoluzione al tempo stesso—una sequenza fra tutte: il finale 'per sottrazione' di Amarcord, uno dei più bei finali della storia del cinema credo, ed un vertice poetico in assoluto.

AAJ: Avevi realizzato in precedenza in veste di arrangiatore per orchestra e pianista un omaggio a Nino Rota: quale valenza ha avuto secondo te l'apporto del grande compositore nell'immaginario collettivo scaturito dal lascito artistico di Fellini?

RO: Credo che la musica di Rota abbia rivestito i film di Fellini in un modo così perfetto, pregnante, che è difficile anche solo immaginarvi soluzioni musicali diverse; un sodalizio così intenso che ha formato e nutrito l'estetica di entrambi fino a una sorta di simbiosi; ne è prova che i compositori che si sono cimentati con i film di Fellini dopo Rota non hanno potuto far altro che ricalcare in qualche modo il lascito di Rota, e ne sembrano, in quei film, quasi epigoni.

AAJ: In occasione del concerto del 19 luglio nell'ambito dell'edizione del Festival Tones on the Stones quali composizioni prese dalle colonne sonore dei film di Federico Fellini presenterai al pubblico?

RO: Presenteremo anzitutto una versione più cameristica, in quartetto appunto, della suite cui si accennava prima, che ho arrangiato già diverso tempo fa per il Decimino di Ottoni del Teatro alla Scala di Milano, e poi rielaborato anche in una versione che include il mio Trio jazz. In questa suite sono presenti citazioni da alcuni dei film più noti di Fellini, La Strada, 8 e ½, Amarcord. Altri momenti della serata invece toccheranno film La Dolce Vita e La Città delle Donne, unica partitura, questa, non di Rota, ma di Luis Bacalov.

AAJ: Hai un grosso seguito in Giappone. Una comunità di appassionati quella giapponese da sempre amante del jazz e in particolare del piano trio: come nasce il tuo stretto rapporto con il Giappone e quali elementi della loro cultura senti più affini alle tue caratteristiche musicali e umane?

RO: La passione del pubblico giapponese per il piano trio, il loro amore per il jazz europeo, e la loro conoscenza della nostra musica, l'attenzione che vi rivolgono, sono semplicemente disarmanti. Ho avuto la fortuna di visitare e suonare in Giappone in tre diversi tour, con il mio Trio—con Yuri Goloubev al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria—un quarto tour purtroppo al momento inibito dalle contingenze di questo anno 'particolare.' La conoscenza di questa terra e del loro fantastico pubblico è stata propiziata dalla vincita, da parte del nostro primo disco (edito da Abeat), Steppin' Out di un premio indetto tra i lettori della rivista Jazz Critique Magazine quale miglior disco di jazz strumentale del 2013. Questo ci ha permesso di entrare in contatto dapprima con Yasuhiro Fujioka, personaggio ed organizzatore straordinario e adepto coltraniano, ed in seguito con Atelier Sawano, l'etichetta di Osaka che ha prodotto i nostri successivi dischi in Trio. C'è una dimensione molto presente nello spirito giapponese che apprezzo molto (al di là della ben nota capacità organizzativa, del grande rispetto per i musicisti, e così via) e che sento molto affine al mio spirito; la trovo sintetizzata in una bellissima immagine, espressione, 'sakura nagashi,' che indica il momento della sfioritura dei ciliegi, con quegli struggenti letti di petali che ricoprono i prati e i rivi dei parchi; un'immagine che ha dentro bellezza, nostalgia, quieta malinconia per il bagliore ultimo di una fioritura in dissoluzione.

AAJ: Questo essere apprezzato con il tuo trio in Giappone ti accomuna molto da vicino a Bill Evans, basti ricordare il magistrale The Tokio Concert del 1973: quanto è stata importante la figura del pianista americano per il tuo avvicinamento all'ambito jazzistico?

RO: Io sono, per così dire, una 'vocazione adulta' nel jazz; fino ai 24 anni mi sono dedicato esclusivamente agli studi classici, e Bill Evans è stato il traghettatore verso questo mondo per me nuovo; da allora è rimasta una figura paradigmatica, un riferimento ineludibile. Per parafrasare una bella considerazione di Bebo Ferra a proposito di Evans: se per tanti jazzisti, pianisti o meno, più antichi o più recenti, provo interesse, curiosità, per Evans è tutta un'altra cosa, è amore.

AAJ: Sondando più in fondo il tuo percorso artistico: ci parli di come è avvenuto il tuo passaggio tra lo studio della musica classica, da prima al pianoforte e poi all'organo, e la decisione di dedicarti all'approfondimento dell'improvvisazione jazzistica. Qual è l'elemento di stabilità che determina la convivenza di queste due anime musicali all'interno dei tuoi lavori?

RO: Galeotto fu Ramberto Ciammarughi, che conobbi a 24 anni e mi instradò alla pratica del jazz. Perché anche se è vero che nella prima parte della mia vita ne ho ascoltato pochissimo e suonato per nulla, sono sempre stato però appassionato dell'improvvisazione, che praticavo allora in stili e con formule diverse da quelle jazzistiche (ammesso che oggi si possano ancora rintracciare dei caratteri comuni e condivisi di 'improvvisazione jazzistica'). Di certo, lo ricordava proprio Bill Evans, l'improvvisazione è forse l'elemento più radicalmente costitutivo del jazz, e quindi chissà, forse a mia insaputa, un po' jazzista lo ero già prima. L'elemento unificante di queste 'anime' credo sia il suono. Il suono è davvero la carta di identità del musicista, della persona, l'elemento più personale ed irriducibile; e ce lo portiamo addosso quale che sia l'ambito in cui ci esprimiamo.

AAJ: In questo senso nei tuoi lavori e progetti risalta l'esigenza di confrontarsi con repertori di estrazione eterogenea, come per esempio nell'acclamato Steppin' Out nel quale sono presenti brani di Poulenc, Sting e Yuri Goloubev o in Celeste nel quale è presente tra gli altri un brano di Frank Zappa, ma anche di interagire all'interno di formazioni in duo, trio, quartetto e orchestrali: un continuo cambiare per ritrovare una parte nuova di sé stessi?

RO: Mi piace molto utilizzare repertori non prettamente jazzistici per creare le scalette dei miei dischi, e questo sia perché, come ogni generazione di jazzisti ha fatto, si attinge a temi e giri armonici che ci sono familiari, che per me non sono i musical o le songs americane, ma reminiscenze di ascolti o esecuzioni 'classiche,' o amori giovanili come i Jazz Police, o i Pink Floyd; sia perché questi repertori alternativi a quelli standard di solito hanno sviluppi armonici, strutture formali molto interessanti, e già di loro molto espressive e suggestive per la fantasia dell'improvvisatore. Il frequentare formazioni anche molto diverse tra loro invece risponde alla curiosità, al bisogno di conoscere ed esplorare, e anche molto più pragmaticamente al fatto di aver sempre tenuto aperte più vie ed approcci alla musica, tutti a loro modo per me indispensabili.

AAJ: L'edizione di Tones on the Stones che si terrà tra pochi giorni ha come titolo Before and After: Quali sono i presupposti su cui costruire l'arte di domani dopo il periodo di inattività che abbiamo vissuto?

RO: Questa è una domanda veramente complessa; la pandemia è stata uno spartiacque; ha messo in seria difficoltà moltissimi musicisti ed operatori della musica e dell'arte in genere, e ha tuttavia anche sollecitato nuove forme, modalità comunicative—i social, lo streaming ad esempio—ho dovuto anch'io vincere la mia ritrosia verso queste modalità che continueranno a far parte della musica del 'dopo.' Bisognerà vedere se e come i nuovi equilibri che si creeranno saranno rispettosi della natura del fare e fruire della musica, e in che misura saremo abbastanza 'plastici' per integrare il cambiamento; in questo senso le nuove generazioni dovrebbero essere disponibili, avvantaggiate, pur trovandosi in un contesto ancora più difficile di quello in cui ha esordito la mia generazione, a cavallo del 2000.

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