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Renato Cordovani, Agitatore Jazz

Renato Cordovani, Agitatore Jazz
Neri Pollastri By

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Classe 1946, il sassofonista e clarinettista Renato Cordovani è uno dei musicisti storici dell'area fiorentina, per la sua presenza costante (pur con le pause che si è preso), per l'impulso creativo che ha offerto nei suoi oltre quarant'anni di carriera, per i musicisti che ha contribuito a far arrivare in città dal centro Europa, per il tipo di musica, libera e scenografica, che ha sempre portato avanti. Tornato a suonare con regolarità dopo un periodo di "latitanza" di diversi anni, ha recentemente pubblicato il suo primo disco da leader, evento che ci ha spinto a saperne di più sulla storia di un artista che ogni appassionato di jazz della Toscana conosce e stima.

All About Jazz Italia: Visto che sei un musicista un po' particolare, caratterizzato da una forte carica ironica e iconoclasta, direi che potremmo iniziare dalla fine invece che dall'inizio, cioè da Cordonbleux at NOF, uscito lo scorso anno per AUT Records: è davvero il primo disco a tuo nome, uscito a settant'anni suonati in un'epoca in cui tutti fanno dischi a ripetizione?

Renato Cordovani: Sì, a mio nome è il primo. Avevo registrato dei dischi, con Massimo Ciolli, Klaus Konig, Matt Pogo, Alessio Riccio e qualcun'altro, ma a mio nome è sicuramente il primo. E sinceramente io non ci pensavo nemmeno a farlo: è stato Stefano Tamborrino a spingermi. Tutto è cominciato quando, tre anni fa, sono tornato a vivere a Firenze, dopo sedici anni vissuti in campagna, a Reggello, a fare il contadino in compagnia dei miei due cavalli. Rientrato in città ho iniziato a frequentare la NOF, il locale in Oltrarno dove c'è una programmazione molto vivace diretta da Stefano. Vista la situazione particolare, sempre molto aperta, mi è capitato anche di suonare in jam sessions, e dopo un po' di tempo Stefano ha iniziato a sollecitarmi, dicendo che all'organizzazione ci avrebbe pensato lui... Insomma, affiancato da Emanuele Parrini ha dato il la alla cosa, così alla fine il disco l'abbiamo fatto davvero.

AAJ: Per chi come me frequentava il jazz fiorentino nei primi anni Novanta è stata una piacevole sorpresa: in quegli anni infatti eri una presenza costante della scena locale, assieme ai contrabbassisti Nicola Vernuccio e Franco Nesti, al vibrafonista Alessandro Di Puccio e al batterista Alessandro Fabbri, giusto per fare qualche nome.

RC: Beh, non è come adesso, che ci sono tanti musicisti e tutti bravissimi... allora eravamo pochi e tu hai citato i migliori sulla piazza, perché la maggior parte, me compreso, erano di media levatura...

AAJ: Di media levatura? Va bene che sei iconoclasta e autocritico, però tu esperienze ne hai fatte molte! E, visto che eravamo partiti dalla fine, cominciamo ad andare un po' a ritroso...

RC: Va bene, allora ti racconto come mi sono comprato il primo clarinetto, a tredici anni... Abitavo in San Niccolò e consegnavo la spesa per conto del pizzicagnolo accanto a casa mia. La gente telefonava e faceva gli ordini, io portavo la merce a casa loro. In questo modo riuscii a mettere da parte quattromila lire. Allora in via del Corso c'era un grande negozio di strumenti musicali che ora non c'è più, Maurri, dove avevo visto un clarinetto che costava ottomila lire. Era mezzo rovinato, un vecchio "sistema Müller" da banda con degli spacchi mostruosi riempiti di cera, ma era quel che mi potevo permettere. Contrattai senza successo. Per fortuna mia zia Giulia intenerita mi regalò le quattromila lire che mancavano e iniziai la mia avventura musicale.

AAJ: Eri già attratto dal jazz?

RC: No, avevo sentito qualcosa alla radio, ma a quei tempi il giradischi e il registratore se li potevano permettere in pochi, certo non io... Il primo giradischi l'ho avuto a più di vent'anni! Avevo iniziato a interessarmi alla musica perché mio padre suonava, e infatti fu lui a insegnarmi le posizioni, perché per il resto sono totalmente autodidatta. Credo che la fascinazione per la musica sia dovuta proprio alla banda nella quale suonava mio padre, a Camaldoli, dove sono nato, nell'immediato dopoguerra, il 1946. Poi, avrò avuto cinque anni, mi ricordo che la banda lo incaricò di portare degli strumenti a riparare a Firenze, da Saporetti e Cappelli, e lui li depositò tutti sul letto, senza custodia: l'immagine di tutti quei sassofoni e clarinetti l'ho ancora nella mente, mi piacevano, mi affascinarono... Così a tredici anni finalmente me ne sono comprato uno mio, ho iniziato a studiare, e a diciotto facevo musica leggera, da ballo. La nostra orchestrina si chiamava I Watussi, per riprendere uno dei tormentoni dell'epoca. Poi mi arrivarono i primi stimoli dal mondo del jazz, soprattutto dixieland: mi piaceva, volevo approfondire, tanto che mi iscrissi al conservatorio, ma durai solo tre mesi, perché trovai un lavoro abbastanza buono, presso la casa editrice La Nuova Italia, e lasciai perdere. Tra l'altro lì conobbi Giuseppe Chiari, pittore e artista legato alla musica, musicista gestuale che faceva parte di Fluxus, antiaccademico, che mi ha molto influenzato. Scriveva cose come "la musica non è l'armonia, ma la voglia di suonare." Ma non ha scritto solo questo, ha pubblicato molti libri, come Dubbio sull'Armonia.

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