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RAI Nuova Musica 2011
Auditorium RAI "Arturo Toscanini" - Torino - 27 gennaio, 4 e 10 febbraio 2011
Solo tre sono i concerti di RAI Nuova Musica quest'anno (meno del 2010, ma certo più del nulla assoluto registrato nel 2009), ed è da sperare che la sforbiciata ai finanziamenti pubblici, causa (o concausa?) della riduzione del cartellone, sia riconducibile esclusivamente alla crisi economica, notoria (e sacrosanta, quando non accampata come scusa) giustificazione al ridimensionamento o alla cancellazione di varie iniziative culturali.
Sia come sia, per la seconda edizione consecutiva la manifestazione integra i concerti dell'Orchestra RAI agli "aperitivi" e "intervalli" elettronici animati nella sezione "RAI Nuova Lounge," affidata all'Associazione Xplosiva, che ha invitato diversi artisti della club scene italiana a remixare nel foyer dell'auditorium alcuni dei brani eseguiti.
Per quanto caratterizzato da opere abbastanza eterogenee, sia stilisticamente che sul piano generazionale, il programma di ciascuna serata sottendeva una coerenza se non storico-artistica, almeno a livello concettuale.
Il primo concerto, ad esempio, interrogava l'ascoltatore sulla dialettica tra unità e molteplicità, oggi tutt'altro che risolta in una sintesi, che attraversa la contemporaneità musicale e non solo.
"Incontri" è il brano d'apertura, il cui titolo già di per sé è portatore di riflessioni, scritto nel 1955 da Luigi Nono, in piena epoca darmstadtiana: istanze contrastanti ne attraversano le forme, muovendo da un'erranza brulicante, che forza le rigorose maglie seriali e si apre a una zona di stratificata rarafazione, nella quale via via ritorna, metamorfosata, la situazione iniziale.
Già si preconizza, nell'intreccio (un "incontro," appunto) con il raziocinio calcolatorio, quella sensibilità verso la fisicità del suono - già presente, parzialmente, nei coevi "Canti per 13"che avrebbe sempre più permeato il percorso noniano negli anni a venire, dal "Canto sospeso" sino alle composizioni estreme, come il brano che conclude il concerto, "A Carlo Scarpa architetto, ai suoi infiniti possibili," del 1984.
Qui le risonanze metalliche e le pause generali conferiscono alle sospese fluttuazioni microtonali costruite su due sole note, per certi versi accostabili a Giacinto Scelsi (compositore la cui musica, sia detto en passant, al di là delle diatribe se possa o meno dirsi "sua," è ancora piuttosto "nuova" alle sale concertistiche italiane) una peculiare pregnanza, epifanica di realtà sonore alle soglie dell'udibile.
Le "infinite" sfumature dinamiche della pagina ricevono adeguata valorizzazione dalla direzione di Pascal Rophé, specialista del repertorio contemporaneo, versatile nell'affrontare le composizioni, decisamente differenti per poetica e stile, di Francesco Filidei e Valerio Sannicandro, due autori definibili "giovani" solo secondo la gerontocratica pressi italiana, ma nati rispettivamente nel 1973 e nel 1971, e ampiamente affermati all'estero, dove risiedono da diversi anni.
Sperimentale e "spericolato" Filidei nel portare alle estreme conseguenze, con "Macchina per scoppiare pagliacci," gli esiti della "musica concreta strumentale" di Lachenmann e Sciarrino, arricchite con "trovate" timbriche mai fini a se stesse, ma al contratrio allusive alla drammatica vicenda umana e sociale di Franco Serantini, giovane anarchico sulla cui morte, avvenuta nei primi anni '70, grava il più che fondato sospetto del coinvolgimento della polizia.
La molteplicità policentrica degli eventi sonori, dall'iniziale pulviscolo di tremoli e glissandi, si aggruma via via tra squassanti fruste, stridenti richiami per uccelli, in un crescendo di scoppi e sirene che prorompono nello scalpitare selvaggio degli orchestrali.
Sobillando una rivolta apparentemente caotica, destinata a rimanere (ir)risolta nel rantolo mortale dei contrabbassi, quest'opera "anarchica," scritta nel 2005, non meritava di restare sconosciuta in Italia sino ad oggi, tanto sono forti il suo impatto emotivo e la carica "eversiva" in senso non solo musicale.
A una scrittura meno convulsa ricorre Sannicandro, che in "Beweiese über die Abwesenheit der Seele" contempera la complessità architettonica - connaturale alla sua visione compositiva, d'ispirazione che approssimativamente potremmo definire "franco-tedesca" - con un impulso melodico stilizzato, che, aprendosi e spegnendosi nella fragilità di un sospiro, via via trascende e sintetizza la raffinatezza dei dettagli timbrici.
Impasti orchestrali mutevoli ed energico motorismo connotano, in antitesi al lento trascolorare di "Beweise," i dieci minuti di "Mana," lavoro scritto tra il 2004 e il 2005 dal prematuramente scomparso Christophe Bertrand: gli ostinati che ne innervano la struttura stentano a contenere il turbinio tonitruante del brano, che avvince l'ascolto malgrado un'esecuzione non sempre adeguata al virtuosismo e alla compattezza richiesti dalla partitura.
La centralità nella musica contemporanea dei cinque pezzi per orchestra, op. 16, di Arnold Schoenberg, sembra quasi esplicitata dalla collocazione proprio nel mezzo del programma: lo slancio insieme inquieto e inventivo che permea tanta musica scritta dopo il 1909 è impregnato, consciamente o meno, sia dal parossismo contrappuntistico che si addensa nell'iniziale "Vorgefuhle," sia - soprattutto - nel celeberrimo "Farben," che scompone una statica trama sonora in una pluralità delle voci strumentali, per poi ricondurle a una unità cangiante, quasi a preconizzare i diversi percorsi tracciati da Ligeti, Xenakis e Nono negli anni '50 e dagli spettralisti un ventennio dopo.
Per quanto interessante sulla carta l'idea di far incontrare la musica elettronica da dance floor con la contemporaneità "colta," il risultato non può dirsi pienamente riuscito con l'intervento sonoro di Guglielmo Bottin: confinata nel foyer e coperta dal distratto chiacchiericcio del pubblico (variegato e numeroso - e questo è bene, intendiamoci - ma non del tutto propenso a lasciarsi immergersi in modo non superficiale in mondi musicali diversi da quelli di riferimento), la sua introduzione al concerto è parsa completamente avulsa dal resto della serata.
Non meno deludente si rivela, nell'intervallo, la rielaborazione, di "Incontri".
Affiorando qua e là tra ritmi squadrati e pur non banali basi techno-house virate al pop, i suoni di Luigi Nono sono ben distanti dall'amalgamarsi con questi materiali; parallelamente sembra lecito dubitare che ascoltatori sintonizzati su orizzonti musicali differenti riescano a raggiungere un'osmosi tramite queste operazioni di collage a buon mercato.
Siamo ben lontani dallo spirito "avventuriero" di un Aphex Twin o, per citare qualche nome fra i tanti, dalla classe di Dj Shadow o Jeff Mills.
Un altro direttore d'eccezione, Frank Ollu, guida l'Orchestra RAI nel secondo concerto, il cui tema conduttore implicito può essere rinvenuto nel tema della memoria.
Proprio questo è il titolo della composizione di Giorgio Colombo Taccani, che si sviluppa attraverso un intreccio di rimandi interni, in cui blocchi massivi si disgregano progressivamente dalla potenza degli ottoni e dal scintillio delle percussioni verso brevi lacerti solistici, sino al finale sospeso.
Dalla memoria in dissoluzione di Taccani si passa alla reminiscenza ri-creatrice di Louis Andriessen, con la prima italiana di "The Hague Hachking," brano scritto nel 2008 per grande ensemble e due pianoforte.
In ottima forma e perfetta simbiosi appaiono le due esecutrici e dedicatarie, le star mondiali Katia e Marielle Labèque, intente a realizzare con il loro impareggiabile affiatamento una sorta di gigantesco pianoforte, capace di ottenere ampi e inauditi accordi e di fronteggiare l'impatto con l'orchestra sinfonica.
La suggestione del cartoon disneyano "Cat Concerto" , che vedeva il sussiegoso gatto- pianista Tom, alle prese con la Rapsodia Ungherese n. 2 di Liszt, disturbato più volte dai dispetti del topolino Jerry, s'intreccia alla cantabilità di una melodia popolare olandese (rivisitata), affidata al complesso strumentale.
Il brano si incentra, come di consueto in Andriessen, sulle variazioni di volume e tessitura, più che sullo sviluppo tematico, contrapponendo (o giustapponendo), blocchi poderosi a momenti di eterea staticità, in cui non sempre paiono sfruttate appieno le risorse timbriche disponibili: il ruolo della chitarra e del basso elettrico è del tutto marginale e fagocitato dall'insieme; analoga sorte tocca al cymbalom, affidato a un virtuoso dello strumento come Luigi Gaggero.
Malgrado queste perplessità, l'opera del settantunenne Andriessen risulta più originale di Frédéric Durieux e Anders Hillborg, nati entrambi negli anni '50: se in "Traverses" il compositore francese trasfigura gli echi di Monteverdi, Schoenberg e Grisey attraverso una scrittura complessa e ricca di preziosismi timbrici d'indubbio fascino ma altrettanto risaputi, lo svedese crea in "Exquisite Corpse" un gioco simi-collagistico (che riprende, non letteralmente, un modus operandi surrealista e dadaista) intessuto di allusioni tra le quali primeggiano l'ormai abusato continuum ligetiano e il minimalismo di John Adams.
A non convincere sono, da un lato, la sensazione di "già sentito" (che, a dire il vero, suscita l'ascolto di tanta musica sedicente "nuova") e, dall'altro, l'uso di sonorità piuttosto enfatiche, specie nella seconda parte, sulle quali finisce per appiattirsi l'eclettismo del compositore.
Meglio vanno le cose con le "Quatre dédicaces" di Luciano Berio, raccolta di brevi pezzi per grande orchestra riuniti recentemente sotto un unico titolo da Pierre Boulez.
La vitalità leggera di queste pagine fuga ogni intellettualismo, regalando una visione artisticamente valida del post-moderno a partire dalla "Fanfara," sfavillante di colori e dall'espressività quasi gestuale sino al conclusivo "Encore," animato da una gaiezza bandistica.
L'ascolto dei brani in cartellone induce a domandarsi quali ragioni inducano a programmare a ripetizione autori e brani la cui rilevanza musicale è ampiamente indiscussa (e allora perché insistere a ogni stagione sul già noto?) o, viceversa, piuttosto discutibile - a dispetto del prestigio accademico e/o dell'appeal commerciale - , con il risultato di non offrire sistematicamente chances a compositori o interpreti davvero "giovani" - e magari molto validi: ne abbiamo intravisti alcuni, in sala! - e di non consentire loro un confronto "glocal" con autori provenienti da altre nazioni, verso le quali oggi è diventato d'obbligo espatriare.
Per quanto riguarda la sezione elettronica di RAI Nuova Lounge, sono (relativamente) più sperimentali, rispetto a Bottin, le sonorità dell'accoppiata passEnger- xluve.
Astratte e minimali all'inizio, queste avvolgono in un clima di cupa, e per certi versi affascinante, sospensione il remix di "The Hague Hacking," malgrado prevalgano, alla lunghe icliché del martellamento ritmico e del banale effettismo, più intonati alle luci stroboscopiche diffuse nel foyer che a un autentico spirito di ricerca.
Per il concerto conclusivo viene chiamato a dirigere l'Orchestra un talento ormai consolidato a livello internazionale (ora di stanza a New York), che risponde al nome di Matthias Pintscher, classe 1971, già alla guida della OSN RAI nel 2008 con i suoi Fünf Orchesterstücke).
Anche questa volta il musicista tedesco si presenta nella doppia veste di direttore e compositore, con "Osiris," pezzo scritto nel 2007.
Si comincia con l'irruenza convulsa di "Sei," in cui Emanuele Casale espande su larga scala il dinamismo motoristico, non privo di sottile ironiaesemplato dal cocciuto martellamento dei tamburi di latta e dagli scoppi percussivi che aprono il brano e frantumano la fluidità del continuum della seconda parte che è proprio del suo stile.
La mobilità e ricchezza dei gesti sonori, volta a volta opachi, scintillanti, iterati, diffratti in schegge acuminate o viceversa distesi in ampie campiture, unite alla riconoscibilità e personalità del linguaggio, fanno dell'autore catanese uno dei più brillantie meritevoli di maggiore attenzione in patria - compositori di oggi.
Anche nei brani successivi si respira una certa carica gestuale, se non figurale, declinata dalla sensibilità di ciascun autore.
L'accostamento del piano musicale a quello visivo è evidente nell'omaggio reso da Wolgang Rihm (ospite all'ultima edizione di MiTo Settembre Musica e premiato con il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia del 2010) al pittore Max Beckmann e al suo trittico ispirato alle tentazioni di Sant'Antonio con "Versuchung," la cui esecuzione vede protagonista la violoncellista franco-americana Snonia Wieder-Atherton.
Sul cupo sfondo orchestrale (che coinvolge un organico ridotto) il violoncello disegna un arco melodico di volta in volta lirico o increspato in aggriccianti torsioni, che raccolgono la valenza espressionistica del dipinto, del quale viene nondimeno restituito il saldo senso della forma, una caratteristica che accomuna, pur in campi ed epoche diverse, i due artisti tedeschi, entrambi sospesi tra avanguardia e retaggi della tradizione.
Dopo l'intervallo, che vede il producer Francesco Fantini operare con gusto raffinato sulla componente statica di Casale e sulla sua ricerca timbrica, tocca a Pintscher instaurare il dialogo con l'arte figurativa.
Il punto di riferimento di "Osiris," si rinviene non solo nell'antico mito del dio egizio - le cui membra, dilaniate dal fratello Seth, vennero ricomposte dalla sorella-sposa Iside, per essere restituite alla vita nel regno dell'aldilà - ma anche nell'omonima opera di Joseph Beuys, basata su pezzi di feltro prelevati da un'altro lavoro e rimontati su tela per crearne uno completamente nuovo.
Pintscher riprende nel suo brano questa duplice ispirazione, anche se in maniera meno personale di quanto non faccia Rihm rispetto al trittico di Beckmann.
Tra crescendo roboanti e un'elaborazione dei materiali che non rivela nessuna sorpresa né armonica né timbrica, il brano, al di là della forma impeccabile, sembra la colonna sonora di un film drammatico d'altri tempi...eppure è stato scritto nel 2007!
In chiusura, come già nei concerti precedenti, viene reso omaggio a uno dei grandi compositori italiani del nostro tempo: si tratta del concerto per orchestra di Francesco Pennisi, altro autore siciliano che chiude il cerchio con Casale, che a distanza di quasi undici anni merita senza dubbio, per quanto tardiva, una ri-scoperta.
La fluidità di "Memorie e varianti," infatti, lascia trapelare dai suoni prolungati tanto arabeschi stilizzati di notevole trasparenza quanto passaggi solistici di grande pregnanza ma...senza che niente "pesi o posi" - per dirla con Verlaine - quasi a evocare senza troppi intellettualismi l'abilità pittorica, non solo in senso metaforico, dell'autore, che fu anche un apprezzato acquarellista.
In conclusione, l'edizione 2011 di RAI NuovaMusica può dirsi riuscita, per quanto sia perfettibile nella formula.
Non soltanto sarebbe auspicabile, infatti, l'incremento quantitativo degli eventi di RAI Nuova Musica nelle stagioni a venire, ma anche, e soprattutto, una migliore integrazione tra la parte elettronica e quella orchestrale.
Potrebbe risultare utile allo scopo, sul versante della musica elettronica, offrire ospitalità (non confinata al foyer!) ad artisti attivi provenienti da diversi retroterra ma accomunati da un intento di ricerca, e, per quanto riguarda la musica strumentale, (tornare a) prestare attenzione alle più aggiornate applicazioni dell'informatica a livello compositivo e/o esecutivo.
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