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Open Jazz Festival - Edizione 3.2
Giunto alla sua trentaduesima edizione, il festival primaverile di Ivrea cambia nome. Non più Euro Jazz, ma Open Jazz. Un cambiamento che da un lato segna una certa presa di distanza dalle idee e dalla gestione del festival delle origini (l'Euro Jazz, appunto), dall'altro una vicinanza e continuità con il festival autunnale, denominato Open World e facente capo allo stesso gruppo di organizzatori, il Music Studio. E poi c'era il desiderio di rimuovere dal nome del festival il termine "Euro," termine ormai compromesso in quanto strettamente associato alla moneta ed alla finanza.
Sappiamo bene come, su questi argomenti, il territorio di Ivrea sia particolarmente sensibile. L'Olivetti, azienda simbolo della città e per molti aspetti (innovazione, coinvolgimento del territorio, iniziative sociali) fiore all'occhiello dell'industria italiana, ad un certo punto della propria storia è stata sacrificata sull'altare della finanza e della politica, lasciando sulla città una ferita non ancora rimarginata. Verrebbe quasi da dire un lutto non ancora elaborato.
Prendendo spunto da questo, gli Enten Eller hanno dato vita al progetto E(x)stinzione. L'intento era quello di raccontare non tanto (non solo) la storia di Ivrea, quanto l'inquietudine derivante dalla decadenza, dal degrado che un territorio può subire nel momento in cui crolla la società industriale che lo ha caratterizzato in modo profondo. La sua E(x)stinzione, appunto.
Sul palco, lo storico quartetto (Alberto Mandarini, Maurizio Brunod, Giovanni Maier, Massimo Barbiero), quattro special guest (Giancarlo Schiaffini, Carlo Actis Dato, Marcella Carboni e Laura Conti) e l'orchestra d'archi Bartolomeo Bruni di Cuneo. Alle spalle dei musicisti, le immagini di Luca D'Agostino, che illustravano in modo inquietante cosa resta oggi non solo dell'esperienza dell'Olivetti nel Canavese, ma anche dei Cantieri Navali di Monfalcone e della centrale dismessa di Trino Vercellese. Luoghi non casuali - Ivrea, Monfalcone e Trino sono i luoghi d'origine dei quattro membri di Enten Eller - metafora di una decadenza che è di tutta l'Italia e che è sotto gli occhi di tutti.
Indipendentemente dall'ampiezza dell'organico, la concezione musicale sottostante era comunque quella consueta e caratteristica degli Enten Eller. Configurazioni strumentali che si aggregano e disgregano, sotto-insiemi di musicisti che sviluppano temi e/o momenti di libera improvvisazione, un costante incontro-scontro di opposti. I brani erano quelli più storici e per molti versi jazzistici del repertorio del gruppo (Mostar, Torquemada, Per Emanuela, ... ). L'ampio organico ha naturalmente reso disponibile una tavolozza di colori e sfumature estremamente ricca. Le orchestrazioni di Mandarini, in cui si avvertono echi di Mahler e Shostakovic, hanno ben sfruttato queste potenzialità, trovando anche un ottimo e per nulla facile equilibrio tra scrittura ed improvvisazione.
Due giorni prima, Maurizio Brunod e Miroslav Vitous avevano aperto il festival con un concerto in duo, a cui non abbiamo potuto assistere, ma di cui ci hanno parlato molto bene. L'incontro tra il chitarrista di Ivrea e il contrabbassista ceco era una prima assoluta, ma a quanto pare tutt'altro che estemporanea. Da quanto ci hanno raccontato, entrambi i musicisti erano molto soddisfatti del concerto, intendono proseguire la collaborazione, ed in questi giorni stanno registrando materiale per un album.
Non particolarmente riuscita la serata di venerdì 30. Il duo arpa-voce di Marcella Carboni e Elisabetta Antonini si è mosso tra canzone brasiliana, standard e qualche composizione originale. La prevalenza dei mezzi tempi ed una certa timidezza nell'uso dell'elettronica hanno però spinto il concerto verso un elegante intrattenimento. A seguire gli Area, Patrizio Fariselli, Ares Tavolazzi, Paolo Tofani e U.T. Gandhi. Sono passati quasi quarant'anni dai loro esordi ma, come si suol dire, il tempo non sembra essere passato. Stessi brani di allora, stessa concezione musicale. Torrenti di note che denotano una buona manualità sullo strumento, ma zero emozione e scelte timbriche (soprattutto da parte di Tofani) a dir poco discutibili. Qualche nostalgico si potrà forse divertire. Per quanto mi riguarda, ho preferito concentrare la mia attenzione su U.T. Gandhi, che anche all'interno di un contesto così monolitico è riuscito a suonare in modo egregio.
La chiusura di festival era affidata al quintetto Tribe di Enrico Rava (Gianluca Petrella al trombone, Giovanni Guidi al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso, Fabrizio Sferra alla batteria). Sul trombettista torinese, invece, gli anni che passano hanno lo stesso effetto che su un buon vino rosso. Ne esaltano le qualità. Il Rava di questi giorni suona meravigliosamente bene, e la sua musica sta evolvendo nella direzione di una sempre maggior apertura all'improvvisazione. Da grande talent scout quale è, si circonda di giovani musicisti straordinari. Essenziale, non si perde in chiacchiere. Sale sul palco, presenta i musicisti, e via! Un'ora e mezza di musica serrata, intensa, divertente, libera. Gran concerto.
Foto Phocus Agency (Luca D'Agostino le prime due / Paolo Dezutti la terza).
Altre foto di questo festival sono disponibili nella galleria immagini.
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