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Ned Rothenberg all'Atelier Culturale di Brescia

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Ned Rothenberg
Secret Concert
Atelier Culturale
Brescia
15.11.2019

I geografi del '500 tracciavano sulle carte il frutto delle loro esplorazioni, con tratto preciso e ricchezza di dettagli iconici, evocando il carattere di terre, popolazioni, animali, piante. Facendo diventare il loro lavoro fonte di conoscenza, ma pure di narrazione stimolante per chi lo percorreva con occhio curioso e sorpreso.

Il solo di Ned Rothenberg, meticoloso e dettagliato nella formidabile produzione di suoni, aloni timbrici, varietà delle emissioni, ricorda quel lavoro certosino, riesce nello stesso modo a unire la perizia tecnica con la forza narrativa. La sua esposizione traccia linee in cui la precisione tecnica è al servizio della costruzione di mappe ricche, pulsanti, vibranti di colpi di scena.

Il viaggio di Rothenberg, nel concerto di Brescia, inizia proprio dall'esplorazione di territori esotici, partendo dallo shakuhachi, il flauto giapponese di bambù di cui egli è indiscutibile maestro nel mondo occidentale. L'emissione, l'uso del fiato e degli organi fonatori in modo molto differenziato, è fondamentale nella generazione dei suoni con lo strumento. Il musicista evoca contesti e disegni melodici orientali, senza dimenticare l'esplorazione di carattere originale, ricca di sfumature e contrasti tra cellule astratte e motivi tematici, passando dal soffio sottilissimo alle note rotonde e ricche di colore, dai glissando ai fraseggi enigmatici.

Il clarinetto, che entra in scena successivamente, si allaccia nelle sue prime articolazioni a quello stesso habitat misterioso, intensamente evocativo, per poi insinuarsi in un'intricata, formidabile investigazione sonora, in cui i balzi di registro e le frasi repentine si accavallano in un viluppo polifonico, spesso sorretto dalla respirazione circolare. Sono modalità che ben conosciamo nella prassi esecutiva di Rothenberg, ma che sempre sono in grado di colpire in profondità per la loro forza eloquente, per l'acrobatica successione di figure, per la pregnanza degli episodi che si avvicendano. In un certo senso, c'è una forte affinità con le pratiche multifoniche di Evan Parker, con il quale d'altra parte Rothenberg ha collaborato intensamente, registrando tra l'altro un paio di lavori memorabili in duo.

Un secondo episodio con il clarinetto imbocca percorsi più vicini alle inflessioni del blues, con un fraseggio che evoca certe articolazioni del bop. Un bop che traspare e si cela, metabolizzato e mimetizzato nelle esperienze dello stesso protagonista, che spesso si alimenta di sottintesi e di mimesi, stabilisce connessioni con alcuni grandi visionari dell'elusione e della metamorfosi, come Lee Konitz e Jimmy Giuffre. E resta comunque un elemento in completa aderenza con la poetica astratta di Rothenberg.

L'episodio più lungo, più intensamente indagato e approfondito, è quello che mette in scena il sax alto, con il quale il musicista intraprende una sfida senza esclusione di colpi, mettendo in gioco con maggiore energia e senso del rischio le strategie già usate con gli altri strumenti. Se è chiaro che Rothenberg sviluppa con ogni strumento una dimensione espressiva e narrativa peculiare, qui siamo di fronte a una gamma di contrasti più sfrontata, con intrecci polifonici vigorosi, che acquisiscono a volte i gesti di una danza vorticosa, o di una discesa in profondità. L'uso della respirazione circolare è più frequente, con lo scandaglio di sonorità avvitate, contorte, in continua mutazione e in contrasto dialettico potente. Il gioco è ancora la mappatura di territori inesplorati, con le qualità scrupolose dell'artigianato e il senso sorprendente di una narrazione densa di enigmi. Secret Concert.

Foto (di repertorio): Ludovico Granvassu.

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