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Matt Mitchell, un pianoforte declinato al futuro

Luca Canini By

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Se da un lato c'è Tim Berne che ti affida le chiavi del suo quartetto, e dall'altro Steve Coleman che al momento di mettere qualcuno davanti a una tastiera non esita a comporre il tuo numero, vuol dire che qualcosa di buono al pianoforte lo sai fare. Certo, poi serve anche altro per uscire definitivamente allo scoperto; servono idee, talento, c'è bisogno di una visione e di conferme. Magari sotto forma di un paio di dischi a tuo nome, di quelli che restano nelle orecchie.

Restano e persistono nel caso di Matt Mitchell, che tra una chiamata e l'altra ha trovato il tempo di mettersi in proprio. E di dare finalmente un degno seguito a Fiction (2013) e Vista Accumulation (2015), entrambi pubblicati dalla Pi Recordings. Etichetta nel cui catalogo il nome del pianista figura accanto a quelli di Steve Coleman, Henry Threadgill, Tyshawn Sorey e Steve Lehman. Il posto giusto in cui stare per un musicista che ha ormai perfettamente messo a fuoco la propria idea di modernità. Basata su un approccio puntiglioso, asciutto, quasi scientifico, eppure gioiosamente libero e spregiudicato. Questione di lucidità e di assoluta dedizione. Come confermano le recenti fatiche del nostro, che fanno del 2017 (anche) l'anno di Matt Mitchell.

Forage
Screwgun Records
2017
Valutazione: * * * *

La prima è dedicata a Tim Berne, con il quale Mitchell ha ormai una frequentazione costante. Ma un conto è suonarla la musica di Tim Berne, spingendosi fino a dove ci si deve spingere per addomesticarla e, per quanto possibile, farla propria; ben altra cosa è metterci dentro la testa, smontarla pezzo per pezzo e rimontarla cercando di andare a fondo dei meccanismi e degli ingranaggi che ne regolano i complicati movimenti.

Un'autentica impresa, una sfida degna di un pianista rigoroso e tenace. Che da diletto discepolo e fine esegeta, in Forage si inchina rispettosamente al genio e alle composizioni del sassofonista di Syracuse. Denudate, radiografate, ricombinate e riproposte in un gioco di spiazzante sobrietà che apre inedite prospettive sul repertorio di Berne. Dal quale Mitchell pesca a piene mani, alternando i prevedibili richiami alle partiture più recenti ai meno scontanti rimandi al trio Hard Cell e al quartetto Science Friction.

Il piglio "escheriano" è evidente fin dall'iniziale "Paene," libera trasposizione in piano solo della parte centrale di "Thin Ice," ipnotica meditazione per sax, tastiere (Craig Taborn) e batteria (Tom Rainey) piazzata in coda a The Shell Game nel 2001. In "Raay" sono due invece i brani assemblati: si parte con "Lamé 3," estrapolato dal live Anguis Oleum degli Snakeoil, per poi virare su "Van Gundy's Retreat," che arriva dritto dritto dal periodo Science Friction. Doppia citazione anche in "Cloude": apertura enigmatica con "Spare Parts," dal primo Snakeoil, finale spettrale con il riaffacciarsi inatteso di "Thin Ice." Solo e soltanto Snakeoil infine in "Aas" e "Cerbs," mentre la conclusiva "Siin" è basata sulle progressioni dell'inedita "Huevos Expanded."

Vi gira la testa? Comprensibile. C'è un che di cervellotico in Forage, nessuno lo nega. Ma ridurre il tutto a un esangue rompicapo sarebbe ingeneroso. Al netto dell'inchino cubista a Tim Berne, è infatti un piacere seguire gli scatti nervosi, le evoluzioni e gli ammalianti ostinato del pianoforte di Mitchell. Che non solo si conferma pensatore profondo e improvvisatore di primissima fascia (Andrew Hill osserva e sorride), ma ci ricorda anche quanto sia centrale la figura di Berne nel jazz dei giorni nostri. Forse non saremo al cospetto di un novello Reflections, il disco di Steve Lacy che nel 1959 fu il primo ad essere interamente dedicato a Monk e alle sue composizioni, ma la beatificazione dei nuovi maestri passa anche da omaggi coraggiosi come questo.

A Pouting Grimace
Pi Recordings
2017
Valutazione: * * * * ½

Se Forage è una dedica sotto forma di solitaria meditazione al maestro Tim Berne, A Pouting Grimace è una sintesi grandiosa e perfetta del Mitchell-pensiero. Tre quarti d'ora abbondanti di musica, dieci tracce ad assetto e lunghezza variabile, tredici musicisti coinvolti a vario titolo: da Tyshawn Sorey a Ches Smith, da Jon Irabagon a Dan Weiss, passando per Scott Robinson, Sara Schoenbeck e Kate Gentile. Il risultato? Un disco ambizioso, denso, un'intricata foresta di spunti e intuizioni nella quale ci si addentra perdendo fatalmente il senso del tempo e dello spazio.

L'avvio è spiazzante: un prologo di poco più di un minuto affidato a flebili palpiti elettronici e riverberi sfrigolanti. Che d'incanto si diradano cedendo il posto agli spigoli e alle reiterazioni compulsive della braxtoniana "Plate Shapes." Sulla quale si innestano, dopo il tema scandito dal sopranino di Jon Irabagon, una serie di variazioni intervallate da efficacissimi assoli: prima il fagotto borbottante della Schoenbeck, poi di nuovo il sopranino, quindi il pianoforte e il sintetizzatore, infine la marimba e ancora il sopranino ad accompagnare gli attoniti spettatori verso l'uscita. Non da meno in quanto a vertigini e intensità la successiva "Mini Alternate," con la voce roca e profonda del sassofono basso di Scott Robinson a caratterizzare l'impasto sonoro, mentre con i sei minuti della circolare "Brim" si torna alle rasoiate del sax soprano.

Pausa, doppio intermezzo, e poi via di corsa verso il sipario: in "Gluts" fanno capolino l'arpa e il flauto contralto; stritolati dai cluster di "Heft" si fronteggiano, in un'improbabile paradosso degli estremi, il sopranino e il sassofono basso; nella cameristica "Sick Fields" troviamo invece percussioni, marimba, flauto basso, arpa, timpani, tabla, clarinetto contrabbasso e corno inglese. Voci singolari, accostamenti timbrici azzardati, partiture fitte e certosine, a tratti soffocanti. Che se da una parte tradiscono i palesi debiti nei confronti delle avanguardie novecentesche, dall'altra si riallacciano inevitabilmente alle esperienze "colte" di scuola post-AACM. Tanto cervello, è vero, ma alla fine anche il cuore batte forte.

Elenco dei brani e musicisti:

Forage

Brani: Paene; Traces; Aas; Ray; Cerb; Cloude; Siin.

Musicisti: Matti Mitchell: pianoforte.

A Pouting Grimace

Brani: Bulb Terminus; Plate Shapes; Mini Alternate; Brim, Deal Sweeteners; Squalid Ink; Gluts; Heft; Sick Fields; Ooze Interim.

Musicisti: Matt Mitchell: piano, Prophet 6, elettronica; Jon Irabagon: sassofono soprano e sopranino; Ben Kono: oboe, corno inglese; Scott Robinson: sassofono basso, clarinetto contrabbasso; Sara Schoenbeck: fagotto; Anna Webber: flauti; Katie Andrews: arpa; Patricia Brennan: vibrafono, marimba; Ches Smith: vibrafono, glockenspiel, marimba, timpani, percussioni; Dan Weiss: tabla; Kim Cass: contrabbasso; Kate Gentile: batteria, percussioni; Tyshawn Sorey: conduttore.

Foto: Robert Lewis

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