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Luca Vitali - Il suono del Nord

Luca Canini By

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Il Libro

Aurore boreali, fiordi, salmoni, un re che si chiama Harald, fenomenali sciatori, un paio di attaccanti spilungoni che hanno lasciato il segno anche in Italia e una scena jazz da crepare d'invidia. Cresciuta rigogliosa nonostante la Novergia non sia esattamente al centro del villaggio globale. E nonostante gli evidenti limiti rappresentati dall'esiguo numero di abitanti, dal clima non proprio ospitale e dalla morfologia di un territorio frammentato, costellato di città piccole e distanti. Tutto il contrario di quel che ci si aspetterebbe da una terra che da più di quarant'anni rappresenta uno snodo cruciale per le sorti della musica improvvisata non solo europea, un laboratorio permanente di stili e tendenze, commistioni e rivisitazioni. Un autentico miracolo la scena norvegese, una meravigliosa anomalia che prima o poi qualcuno doveva prendersi la briga di raccontare. Non stupisce che a farlo sia stato un "norvegiologo" patentato come Luca Vitali, che dell'amore per la patria dei vichinghi ha fatto una ragione di vita. E che nell'indispensabile "Il suono del Nord," pubblicato da Auditorium Edizioni, ha tracciato una dettagliatissima mappa di quel che è stata e di quel che è la Norvegia in jazz.

Partendo dal padre Adamo della scena: George Russell, ispiratore e mentore dei vari Jan Garbarek, Jon Christensen, Arild Andersen e Terje Rypdal. La cosiddetta generazione ECM, che tra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta, approfittando dei servigi di sua eccellenza Manfred Eicher e dell'ingegnere del suono Jan Erik Kongshaug, ha spalancato le porte del mondo al jazz norvegese. Da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di evoluzioni e rafforzamenti, grazie anche al fiorire di festival, etichette, rassegne e locali, alla gestione illuminata dei fondi pubblici e degli spazi, a un sistema educativo tra i più aperti e inclusivi, a una coesione interna e a un entusiasmo inesauribili. Lo stesso entusiasmo con il quale Vitali snocciola nomi, dischi e date, seguendo il filo temporale degli eventi ma senza disdegnare riflessioni ad ampio raggio. Come quelle che riguardano il rapporto con il folklore e il paesaggio (ma anche con l'acqua, i boschi, il legno, il ghiaccio), l'organizzazione dei corsi di studio all'interno dei conservatori, il sovrapporsi delle generazioni, l'epopea dei locali (il mitico Club 7 di Oslo, ad esempio), le traiettorie dei grandi (Jon Balke, Christian Eggen, Sisdel Endresen e Christian Wallumrod, tanto per citare qualche nome); fino ad arrivare ai giorni nostri, alla generazione "globale" (Ingebrigt Håker Flaten, Hakon Kornstad, Paal Nilssen-Love, Lasse Marhaug, Ståle Størlokken) e a momenti epocali come la nascita della Rune Gramoffon e della Smalltown, etichette alle quali sono associati due tra i gruppi più rappresentativi della contemporaneità norvegese: Supersilent e Jaga Jazzist. Il tutto con il supporto di schede tematiche, splendide fotografie (la maggior parte delle quali scattate dallo stesso Vitali) e un CD tutto da gustare. Buona lettura.

Intervista con l'autore

All About Jazz: come e quando è nata la tua passione per la musica norvegese e per la Norvegia?

Luca Vitali: Sul finire degli anni '90, quando Bugge Wesseltoft coniò il termine Nu Jazz. Era il periodo in cui Nils Petter Molvaer con Khmer e Bugge con New Conception of Jazz riempivano i cartelloni dei festival di tutto il mondo. Erano anni di grande fermento a Oslo, gli stessi in cui i Supersilent pubblicavano il loro primo album, 1-2-3, per la Rune Grammofon, la band Jaga Jazzist (età media 15-16 anni) muoveva i primi passi e iniziava il sodalizio tra Mats Gustafsson, Paal Nilssen-Love e Ingebrigt Haker-Flaten (aka The Thing). Lo stesso periodo in cui Rune Kristoffersen fondava la Rune Grammofon e Joakim-Haugland la Smalltown Supersound. Tutto questo e molto altro accadeva in un piccolo club appena nato nella zona popolare della Grunerløkka: il memorabile Blå. Bugge e Nils Petter furono il punto di partenza (per me) con la loro popolarità che fece il giro del mondo, ma quando mi resi conto che non erano gli unici ma solo la parte più visibile di un'iceberg-scena ricca e feconda, del tutto indipendente da distinzioni di genere ed estetica... mi ci buttai a capofitto.

All About Jazz: il tuo primo viaggio? E la tua ultima trasferta?

Luca Vitali: Il mio primo viaggio vero (a un festival) credo nel 2007, al Nattjazz di Bergen. Fu un autentico choc: un pubblico costituito per la maggior parte da giovani e giovanissimi in quell'antica fabbrica di sardine adibita a spazio culturale. Ero già stato in Norvegia, ma solo ad Oslo. Da quella prima volta al Nattjazz la frequentazione si è via via intensificata fino ad arrivare alla più recente trasferta per il Punkt Festival a Kristiansand, dove grazie a Jan Bang e Erik Honorè ho presentato il mio libro con Fiona Talkington della BBC Radio3.

All About Jazz: E l'idea del libro? Da quanto la cullavi?

Luca Vitali: Nell'immaginario collettivo l'etichetta tedesca ECM e il nome di Jan Garbarek sono il marchio di fabbrica con cui il jazz norvegese viene identificato ed esportato nel mondo, ma in verità rappresentano solo una piccola parte della scena. Troppo spesso, leggendo alcune delle storie del jazz più autorevoli, mi sono reso conto di come molti fenomeni europei siano tralasciati o liquidati, e si citino solo alcuni degli elementi del Nordic Sound e di certa estetica ECM. Mi viene in mente A "New History of Jazz," dell'inglese Alyn Shipton (tradotta recentemente in italiano da Vincenzo Martorella), che dedica due intere pagine a Tord Gustavsen -pianista di indubbio valore, ma che non ha inciso in alcun modo nell'evoluzione del jazz di matrice europea e rappresenta quel tipo di musicista che larga parte del pubblico jazz si aspetta dai fiordi -e non menziona affatto, per contro, autentici fenomeni come quello rappresentato dal pianista svedese Jan Johansson, che nel 1964 vendette 300.000 copie di Jazz pa Svenska, facendosi in tal modo primo vero portavoce di una forte identità folk scandinava all'interno del jazz europeo; né menziona, per fare un altro esempio, il Nu Jazz di fine anni Novanta. Vista da fuori, la scena scandinava viene spesso associata al cosiddetto Nordic Sound, con neve, montagne, fiordi e renne, un jazz dai suoni edulcorati e pieni di riverbero: un'immagine che non le rende giustizia. Con questo libro ho cercato di smontare i cliché e portare alla luce la parte meno visibile dell'iceberg, indagando al tempo stesso le ragioni di tanta ricchezza e originalità. Potendo contare sulla complicità di Claudio Chianura, l'editore, ho provato a colmare quella che mi pareva un'autentica lacuna.
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