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La tavola rotonda di Map of Moods a Massa Lombarda: prospettive e confronti

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Non è facile che musicisti e operatori parlino apertamente delle prospettive e dei problemi del fare musica - in particolare quando si tratta di musica di ricerca e di improvvisazione, afflitta da una "genetica" difficoltà di diffusione - e in questo senso l'accesa tavola rotonda che ha animato entrambe le giornate del meeting "Map of Moods" a Massa Lombarda (RA) è stata un'occasione importante e fondamentale [per leggere la recensione dei concerti della rassegna clicca qui].

Posta strategicamente al "centro" delle due intense giornate di concerti, la tavola rotonda è stata seguita con grandissima attenzione da tutti gli intervenuti: la prima cosa da sottolineare è certamente l'attenzione particolare degli enti pubblici che hanno appoggiato il meeting romagnolo.

Che a un incontro di collettivi e singole realtà operanti nella musica di ricerca - ma come vedremo anche la stessa "definizione" delle musiche che si fanno è stata controversa e dibattuta - intervengano attivamente gli Assessori alla Cultura di Comune, Provincia e Regione è segno di grande civiltà e di una sensibilità che si spera non resti piacevole eccezione.

Tanti i temi sollevati, che vanno dalle questioni più pratiche a ragionamenti a raggio assai più ampio, davvero troppi per potere venire esauriti nel giro del pur non poco tempo dedicato alla discussione: la rete di Map of Moods vuole essere - è stato ribadito più volte - uno strumento per rendere più agevole lo scambio di informazioni e per incominciare a lavorare assieme a delle serie prospettive di circuitazione e di promozione dei musicisti e del loro lavoro.

Naturale che, specie nella prima parte della discussione, siano state le lamentele a fare la parte del leone: dalla disattenzione mediatica nei confronti delle musiche di ricerca alla difficoltà di identificare luoghi presso cui ideare una programmazione a lungo termine, dalle storture del sistema Siae alla necessità di favorire un lavoro più capillare sul territorio.

Davvero molti e interessanti gli interventi - gli stessi Assessori, in particolar modo quello Regionale, sono stati attenti e partecipi - tanto che è semplice dare conto compiutamente di tutto quello che è stato detto, ma una breve sintesi dei temi principali va sicuramente tentata, perché è il nucleo da cui gli stessi aderenti al progetto Map of Moods hanno deciso di partire.

Molto attivi nel dibattito - mediato con la consueta finezza da Francesco Bigoni - sono stati in modo particolare il sassofonista Edoardo Marraffa e il batterista Francesco Cusa, ma anche Alfonso Santimone, Antonio Borghini, Beppe Scardino, Paolo Botti, Domenico Caliri, Cristiano Calcagnile e diversi altri musicisti sono intervenuti, così come Antonia Tessitore di Radio3-Battiti, Enrico Romero di ControRadio e il sottoscritto.

È emersa, forte, la necessità che la musica venga diffusa e comunicata meglio: in questa direzione Marraffa ha ribadito l'importanza dell'attività didattica e di laboratorio, di lavorare intensamente sul quotidiano, sui luoghi e sulle persone, pensando a una programmazione continuativa per superare la logica dell'evento.

Da Francesco Cusa è arrivata forte l'esigenza di "definire" meglio la musica che si fa, di dargli in qualche modo un'etichetta che la renda più "spendibile" nei confronti di media e pubblico [il batterista siciliano ha portato l'esempio del "jazz italiano", divenuto marchio di grande impatto mediatico], ma il tema ha suscitato reazioni discordi, specialmente per il fondato timore che un'etichetta sia stretta e inadeguata al pluralismo delle proposte.

Sempre Cusa ha lanciato l'idea, accolta con grande interesse, di "recuperare" parte degli oneri Siae attraverso la creazione di una edizione musicale autonoma, dai cui proventi [a una prima stima non pochi] poter trarre la linfa per progetti collettivi.

Molto sentito anche il tema del mettere in rete - attraverso il sito internet di Map of Moods - quante più informazioni, dalla lista dei locali a quella dei concerti e delle disponibilità dei musicisti, dalle newsletter ad ogni altro strumento di promozione e diffusione.

Difficile afferrare con precisione molte delle "entità" evocate, in primis il "pubblico" - che è fatto di persone in carne e ossa e va coinvolto come tale, senza pensare a esso come fosse un'entità astratta ha ribadito giustamente Marraffa - davvero indefinibile e restio a ogni classificazione.

Molto deciso è stato l'intervento del contrabbassista Antonio Borghini: per il musicista il tipo di frattura che si è creata tra queste musiche e la cultura dominante è ormai insanabile e questa condizione non può che spingere a assumersi finalmente dei rischi sulle cose da fare e su come farle, ambito in cui Borghini vede un eccesso di timidezza.

Sono forse discorsi vecchi - Cusa lo ha detto con una certa amarezza, adombrando i fallimentari e per alcuni tratti grotteschi tentativi di associazionismo che i nostri jazzisti hanno tentato negli scorsi decenni - e la chiave per uscirne non può che passare dalla necessità di una chiara progettualità, come evocato puntualmente da Antonia Tessitore e ribadito dall'Assessore Comunale di Massa Lombarda.

La progettualità deve essere chiara e efficace, specie nei confronti degli enti pubblici, la cui sensibilità non è sempre tale e cui comunque vanno presentati progetti dettagliati, comprensibili e in un certo senso "inattaccabili". C'è molto lavoro da fare in questa direzione, così come è emerso l'imperativo di definire obbiettivi concreti, evitando i tranelli - seppure in buona fede - della autoreferenzialità e del protezionismo

In questa direzione le potenzialità della rete di collettivi e di singoli musicisti può diventare un formidabile strumento per scambi con collettivi e musicisti stranieri, per proposte mirate ai direttori artistici dei festival più lungimiranti.

Quello che è emerso dalla bellissima due giorni di Massa Lombarda è che c'è un forte senso di intento comune, da valorizzare e sfruttare, così come ci sono molti musicisti e collettivi di grande valore. C'è certamente da lavorare sulla definizione di compiti e ruoli precisi - talvolta il discorso ha preso la piega di un generico condizionale impersonale, "si dovrebbe", "bisognerebbe" - e spiace che la straordinaria forza e qualità di tutti questi artisti non abbia già da subito colpito un numero maggiore di operatori e addetti ai lavori.

Le basi sono poste, ora non resta che lavorare e "Map of Moods" sta svelando una vitalità - molto interessante è l'emergere di realtà provinciali assai più sensibili e "avanti" rispetto a quelle di grandi centri - e una coesione sulla scena della musica di ricerca che non può essere ignorata.

Foto di Claudio Casanova


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