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Karlheinz Stockhausen - Hymnen

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Spazio Antologico - Milano - 5.12.2008

Festival di Milano Musica

Mentre a Berlino si esegue "Gruppen" presso l'aereoporto Tempelhof, Milano Musica sceglie “Hymnen” per rendere omaggio a Karlheinz Stockhausen, dopo dieci mesi dall’improvvisa scomparsa, in occasione di quella che avrebbe invece dovuto essere la celebrazione dell’ottantesimo compleanno. Realizzata sul finire degli anni ’60, questa affascinante alchimia di suoni elettronici “puri” e materiali “concreti” , mostra appieno le qualità manipolatorie del compositore tedesco, capace di integrare, attraverso un geniale procedimento di alterazione, assemblaggio e ricontestualizzazione, elementi eterogenei (dagli inni nazionali, che costituiscono il materiale di base delle quattro “regioni”, agli objets trouvés più vari, come canzoni popolari, clamori di folla, radio a onde corte e segnali morse vaganti nell’etere).

Superando il mero collage in un sorprendente percorso dialettico fra straniamento e familiarità, fra anarchismo e rigore, avviato con “Momente” e “Telemusik“, Hymnen” - di cui consigliamo vivamente la lettura delle analisi di Jonathan Harvey e Albrecht Moritz -, ha assorbito i fermenti culturali dell'epoca (dalla pop art americana alle pratiche improvvisatorie di AMM e MEV) e influenzato, a sua volta, molta musica degli anni a venire: si pensi ai cosiddetti spettralisti, alle sperimentazioni realizzate negli studi di registrazione in ambito rock - celeberrimo l’esempio dei Beatles di “Revolution number 9”-, alle propaggini pù sofisticate della techno o ancora agli arditi “plagiarismii” à la Stock, Hausen & Wolkman - nomen omen. Affidata alle cure di Bryan Wolf - fidato assistente di lungo corso di Stockhausen alla regia del suono, affidatario di un corso sulla proiezione spaziale delle musiche del Maestro, tenuto l’estate scorsa a Kuerten - , la diffusione su quattro canali discreti illumina la profondità e la densità della composizione in tutto il suo divenire, dai drones sospesi e rarefatti - magnificamente resi nelle sfumature dinamiche - alle scintillanti cascate di materiali vocali, ai bruschi cambi di direzione introdotti dalle sezioni parlate.

Se la polifonia imbastita sul colore rosso costituisce la prova di assoluta consapevolezza delle risorse dell’elemento spaziale (poi approfondite nel corso del tempo, sino ai recenti sviluppi ottofonici), le frasi spiazzanti di un misterioso croupier , interrompendo il flusso sonoro, ne mettono ulteriormente in risalto la potenza immaginifica, frustrando le aspettive di continuità e aprendo all’ascolto nuove direzioni.

La terza “regione”, presentata nella versione con orchestra - la giovane compagine dell’European Workshop for Contemporary Music, guidata con mano salda e precisa da Pedro Amaral, apprezzatissimo dallo stesso Stockhausen - risulta tanto ridondante e aneddotica nelle citazioni quanto ricca di suggestione nei punti in cui riesce la fusione fra gesti strumentali e timbri elettronici, pur rimanendo talvolta imbrigliato l’inquietante fascino delle statiche sinusoidi dell’inno sovietico. Le perplessità sono fugate dall’ultima parte, suprema espressione dello spirito utopico e visionario che pervade l’intera partitura.

“Hymunion in der Harmondie”, sorta di inno ideale concepito come metafora del superamento dei conflitti in una realtà monistica e pacificata, ci introduce - tra echi deformati, stravolti frammenti di passaggi precedenti, cupi accordi tenuti - a un’estatica rarefazione, in cui a dominare - sottilmente, ma nettamente - restano le “firme” dell’autore, con l’enunciazione dell’allusivo neologismo pluramon alternata al puro ritmo della respirazione. …Simbolo dell’anelito dell’ umanità all’armonia universale o piuttosto del soffio vitale infuso dal demiurgo alla materia?

Quale che sia la risposta, rimane l’inattuale attualità di Stockhausen, in tempi in cui Prometeo sembra incatenato non si sa dove…


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