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Jazz&Wine Of Peace 2021

Jazz&Wine Of Peace 2021

Courtesy Luca D'Agostino

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Jazz&Wine Of Peace 2021
Cormons (GO)
Varie sedi nel Collio e nella Brda
21-25.10.2021

Giunta alla ventiquattresima edizione, l'annuale rassegna Jazz&Wine of Peace di Cormons ha superato ancora una volta se stessa, proponendo un programma ricchissimo, che vedeva accanto alla parte "istituzionale" —la sera in teatro, nel corso del giorno in vari luoghi della splendida zona del Collio e della Brda slovena—una sezione per piccole formazioni, denominata "Jazz&Taste" (affiancava infatti alla musica delle degustazioni), che ha comunque presentato proposte assai interessanti. La vastità del programma ha imposto anche a chi scrive delle dolorose rinunce, vuoi per alcune sovrapposizioni, vuoi per l'impossibilità anche fisica di seguire ogni giorno così tanti concerti, oltretutto in sedi relativamente lontane l'una dall'altra. Ma è giusto così: una rassegna seguita da un copioso pubblico multinazionale, organizzata perlopiù in sedi non istituzionali e quest'anno, per giunta, pensando alla limitazione della capienza (poi fortunatamente revocata a pochi giorni dall'inizio), deve proporre un programma che permetta a tutti di poter trovare spazio, anche a costo di non poter seguire tutto.

Il festival è iniziato, come si suol dire, col botto, visto che il primo concerto, la sera di giovedì 21 al Teatro Comunale di Cormons, vedeva di scena Broken Shadows, quartetto che riunisce sassofonisti del calibro di Tim Berne e Chris Speed con la ritmica dei The Bad Plus, cioè Reid Anderson e Dave King, dedicandosi alla rilettura della musica di Ornette Coleman e di autori a lui in qualche modo vicini. Un programma dunque relativamente tradizionale, ma che al contempo ha permesso ai quattro straordinari musicisti di offrire il meglio delle loro doti sia strumentali, sia improvvisative, approfittando di materiali tanto suggestivi, quanto aperti e stimolanti. Davvero molto difficile parlare di ciascun singolo, se non forse per sottolineare la prestazione di Anderson, straordinario per capacità narrativa—in particolare in "Song for Che" di Charlie Haden—e per il suono potente del suo contrabbasso—capace di avvolgere il pubblico anche quando l'artista è stato costretto da un problema tecnico a suonare senza amplificatore —, e quella di Berne, che troppo spesso sacrifica la propria espressività ai vincoli di strutture fin troppo ardite e che invece in questo contesto, da lui già frequentato monograficamente oltre trent'anni fa in Spy vs. Spy di John Zorn, ha potuto valorizzare il proprio contralto teso e spigoloso tanto nel fraseggio, quanto nel suono. Concerto in mirabile equilibrio tra storia e sperimentazione, tra i migliori dell'intera rassegna.

La mattina dopo, nella suggestiva cornice dell'Abbazia di Rosazzo, Dimitri Grechi Espinoza ha proposto l'ultima evoluzione del suo progetto OREB, nel quale svolge una ricerca sul suono che il suo sax tenore sviluppa in ambienti acusticamente particolari, progetto che ha già dato vita a tre album (l'ultimo, dello scorso anno, è The Spiritual Way). In un ambiente pressoché ideale— sebbene, per arricchire ancor più i suoni, la performance non fosse totalmente in acustico—l'ascoltatore aveva la possibilità di ricercare le eco e i riverberi prodotti al momento e lasciati sviluppare nelle pause, di lasciarsi catturare dall'ipnotica ciclicità delle frasi e dal loro frangersi tra le navate della chiesa, di fruire di questa singolarissima e incollocabile esperienza musicale in un contesto che ne mostrasse la concreta manifestazione e facilitasse la concentrazione—cosa, quest'ultima, importantissima per un lavoro che è comunque ispirato da una ricerca spirituale, che affianca quella musicale. Ne è infatti scaturito uno spettacolo dal fortissimo impatto emotivo, che—complice anche la presenza di alcuni momenti più jazzistici di quanto presente sulle registrazioni, ancorché calati nel contesto—ha entusiasmato il pubblico e convinto anche quella sua parte inizialmente più dubbiosa.

Mentre la giornata di venerdì proseguiva con altri concerti del cartellone principale, chi scrive ha seguito invece due proposte del parallelo Jazz&Taste. La prima, alle 13,00 presso la Cantina Borgo San Daniele— ormai da anni uno spazio fisso del festival—vedeva di scena il duo della pianista romana Francesca Tandoi e del contrabbassista Stefano Senni, impegnati su musiche originali a firma della giovane pianista e su standard, nei quali la Tandoi ha anche cantato. Un programma piuttosto tradizionale, dunque, ma che è risultato comunque sorprendente, grazie alla notevole intesa dei due musicisti, che dialogavano fittamente intrecciando le linee dei rispettivi strumenti, e alle stupefacenti qualità della Tandoi, che ha mostrato una grande abilità sulla tastiera e un'ammirevole cura delle pause, che davano alle sue interpretazioni un senso ritmico di grande originalità. Si aggiunga a questo che l'artista ha sfoggiato anche una bellissima voce e un'autorevole capacità interpretativa, e si comprenderà perché un breve concerto apparentemente senza pretese sia invece risultato una piccola gemma. Affascinata dal jazz fin dall'infanzia, ammiratrice di Oscar Peterson e Ray Brown, Francesca Tandoi ha passato molti anni in Olanda, dove si è perfezionata negli studi e nelle esperienze. Tornata non da molto in Italia, è un'artista che merita senz'altro particolare attenzione.

Il secondo appuntamento del Jazz&Taste, svoltosi presso l'Enoteca di Cormons, era con Elsa Martin, cantante friulana dalle molte e diverse frequentazioni musicali, apprezzata in duo con Stefano Battaglia, su progetti che includevano la poesia delle sue terre (Al centro delle cose, del 2020, è il loro secondo album), ancora con il pianista all'interno del Chigiana Siena Jaz Ensemble (leggi la recensione di uno concerti della formazione), ma anche con il quartetto di musica tradizionale Linguamadre (leggi del loro concerto all'Istituto De Martino). In questa occasione era impegnata in solitudine, alla voce e all'elettronica, ancora una volta valorizzando la musicalità della poesia e della lingua, anzi delle lingue, visto che ha impiegato il friulano, l'inglese e in parte l'italiano, riprendendo testi di Novella Cantarutti, di Emily Dickinson e propri. Una ricerca al tempo stesso sulla lingua, sulla voce e sul suono—l'artista ha infatti usato campionamenti, oltre ad autocampionarsi dal vivo creando piccoli canoni che accompagnavano la voce diretta—ma anche una sperimentazione timbrica—condotta sfruttando tutte le altezze disponibili, soffi, suoni gutturali e armonici—e ritmica—sviluppata sfruttando i testi, ma anche frammentandoli in singole parole e persino in fomeni—che conservava comunque anche un potente senso evocativo, componendo alla fine una performance di oltre un'ora e di grande originalità. Anche in questo caso, uno spettacolo artisticamente tutt'altro che di secondo piano, da parte di un'artista che sta collezionando progetti interessantissimi e merita seguire con grande attenzione.

La giornata si è chiusa al Teatro Comunale con un'altra donna sulla scena: la contrabbassista Linda May Han Oh alla guida del suo quartetto. L'artista di origini malesi ha mostrato grandi abilità tecniche e un contagioso entusiasmo, presentando composizioni atipiche, complesse e ricche di cambiamenti di scena, nelle quali ha imbracciato più volte anche il basso elettrico. Tuttavia il concerto è proceduto un po' piattamente, senza momenti in grado di affascinare o lasciare un segno tangibile. Responsabilità forse del sassofonista Greg Ward, apparso un po' rigido e non particolarmente espressivo, forse proprio di una musica non molto coinvolgente, sebbene ben organizzata ed eseguita. Accanto alla leader, una menzione merita comunque il brillante batterista Ziv Ravitz.

La mattina del sabato, nella splendida acustica dell'auditorium della Kulturni Dom di Nova Gorica, si è svolto il concerto più entusiasmante dell'intera rassegna: Pogum Pogumnih/Audaci Coraggiosi, del batterista e compositore sloveno Zlatko Kaućić, dedicato ai medici e ai sanitari che hanno operato nel corso della pandemia, ma ispirato e sospinto dalle numerose problematiche sociali e politiche della contemporaneità. L'atipico ensemble messo in scena prevedeva, oltre il direttore, ben undici elementi, in prevalenza suoi allievi (Kaučič svolge da anni un'intensa e fruttuosa attività didattica), includenti più batterie e più chitarre, un basso elettrico e un contrabbasso, cui si aggiungevano ai fiati tre ospiti italiani. Un tale schieramento non poteva non conferire alla musica una colorazione rock—caratteristica delle varie versioni del Kombo, la formazione in cui l'artista sloveno raccoglie i suoi allievi—sul cui sfondo, peraltro continuamente cangiante sotto le indicazioni gestuali del direttore, emergevano gli interventi solistici, in particolare quelli dei fiati: la tromba di Flavio Zanuttini, che con l'aiuto di sordine ed elettronica valorizzava le sue sperimentazioni sonore ascoltate tra l'altro nel suo album in solo La notte; il sassofono baritono di Ivan Pilat, interprete atipico dello strumento, sempre in equilibrio tra nitidi fraseggi ed esplosioni sonore includenti colpi d'ancia e armonici; e lo special guest Marco Colonna, che col clarinetto basso e—soprattutto—con il sax sopranino ha offerto alcuni lunghi assoli, tanto magistrali, quanto potentemente coinvolgenti. Si aggiunga a questo il fatto che l'ispirazione politica della lunga suite veniva sottolineata nel corso della performance da brevi speeches che richiamavano recenti eventi drammatici o problematiche urgenti, pronunciati da voci emblematiche—su tutte, quelle di Papa Francesco, con frasi su ambiente e giustizia, e di Greta Thumberg, il cui ben noto "bla bla bla" era scandito anche dalle voci e dagli strumenti degli artisti. Il tutto sviluppato attraverso la direzione improvvisativa di Kaučič, che con gesti concordati indicava ai musicisti stilemi, tempi, intensità e forme d'intervento, così da ricreare all'istante un materiale in costante divenire. Con esiti che hanno esaltato il pubblico presente, profusosi al termine in lunghi e commossi applausi. Il progetto doveva già essere presentato alla rassegna dello scorso anno, ma fu annullato a causa della pandemia, che in Slovenia provocò la chiusura dei teatri prima che in Italia; il suo recupero, quest'anno, ha permesso di non privarci di un lavoro di grande spessore, del quale è auspicabile una documentazione registrata.

La giornata, proseguita con varie interessanti proposte (per esempio il quartetto Crossing di Enzo Favata e il solo di Anais Drago) e conclusasi al Teatro Comunale con la emergente sassofonista americana Lakecia Benjamin, ha avuto un momento importante nel pomeriggio inoltrato, al Teatro Verdi di Gorizia, con il duo di Dave Holland e John Scofield. Un concerto che se da un lato non ha offerto pressoché nulla di nuovo e originale, ha tuttavia una volta di più messo in vetrina le personalità artistiche dei due musicisti, protagonisti di oltre mezzo secolo di storia del jazz, uniti da un profondo legame e da una grandissima intesa. Il programma prevedeva quasi interamente brani a firma dell'uno o dell'altro, cosa che ha aumentato il clima di intimità, che se da un lato ha destato qualche sensazione museale di tempo che passa, dall'altro aveva anche un suo forte valore poetico. Inutile commentare la qualità esecutiva dei due, che per chi scrive aveva nel suono e nelle capacità narrative di Holland un valore assoluto.

In un festival che, per una volta, è andato avanti anche per tutto il lunedì, la domenica è stata una giornata ad alta intensità. Iniziata al mattino, quando—a Villa Codelli di Mossa—si è potuto assistere in prima assoluta al nuovo progetto di Emanuele Parrini, Animal Farm, messo a punto per il suo storico quartetto, rinnovato per l'occasione con l'ingresso di Beppe Scardino al posto di Dimitri Espinoza. Anche in questo caso, un'ispirazione politica—non è la prima volta per il violinista toscano, cresciuto sviluppando la lezione della politicizzata musica afroamericana degli anni Settanta—e letteraria, tenere a mente la quale non era però essenziale per cogliere lo spessore e la bellezza della musica espressa dalla formazione: brani originali, strutturalmente complessi e funzionali alla creativa espressività dei singoli, sia in assolo, sia nelle interazioni. Se Andrea Melani e Giovanni Maier hanno confermato l'eccellente ruolo svolto anche in passato nella formazione—che nell'ultimo lavoro, Digging. Reflections on Jazz and Blues, si era allargata a quintetto ospitando il trombettista Taylor Ho Bynum—la presenza di Scardino ha virtuosamente cambiato gli equilibri timbrici, vuoi per la diversità del sax baritono rispetto al contralto, vuoi per il suo alternarsi al flauto. Una variazione che ha aperto spazi diversi anche allo stesso violino del leader, che ha affiancato i suoi assoli tipicamente liberi, nervosi e drammatici, ad altri momenti più distesi e lirici. Concerto eccellente, sebbene il materiale, per espressa affermazione dei musicisti, debba ancora trovare una forma definitiva, cosa che non esclude altre sue evoluzioni.

Nel primo pomeriggio, con una nuova escursione in Slovenia, altro momento d'eccezione grazie al concerto in solitudine di Ralph Towner a Villa Vipolze. Il chitarrista statunitense, maestro del genere, ha inanellato una serie di sue composizioni imbracciando la dodici corde, aggiungendovi un paio di standard poco frequentati, e interpretando tutto con raffinata delicatezza: fraseggi cesellati, variazioni imprevedibili, pause sospese per far risaltare la bellezza del suono, per dar vita a una performance tanto lirica, quanto meditativa, in una sala ampia e stracolma che ha ascoltato in religioso silenzio senza perdere neppure una nota. Quando l'originalità e l'inatteso stanno nei dettagli e nell'intensità della ricerca...

L'incontro tra passato e presente era invece il cuore della proposta offerta poco più tardi, a Villa Attems di Lucinico, dal trio Helveticus, che riunisce il quarantenne trombonista Samuel Blaser, uno degli astri emergenti dello strumento, e l'ottantatreenne batterista Daniel Humair, mediati dal sessantaquattrenne contrabbassista Heiri Kaenzig. Musica vivissima, proprio grazie all'incontro di esperienze e prospettive diverse, tutte comunque tese a dar vita a qualcosa di non ordinario, libero e in divenire. Cosicché l'anziano batterista, senza sentire il peso degli anni, ha tratto da piatti e pelli appropriati colori, porgendo in tal modo spumeggianti varietà ritmiche al giovane trombonista, che ne ha approfittato per costruirvi sopra con grande libertà architetture sonore sinuose e scoppiettanti, in felice equilibrio tra la tradizione dello strumento e i più moderni stilemi espressivi che, se abusati, ne rendono monocorde l'espressività. Magistrale il contributo di Känzig, musicista dal taglio europeo e contemporaneo, spesso all'archetto ma dalla cavata agile e corposa anche al pizzicato. Proposta tra le più vivide e personali de festival, quella dei tre svizzeri è parsa una bella sintesi di ciò che può offrire il jazz contemporaneo.

Ancora dalla Svizzera proveniva Ronin, formazione capitanata dal pianista Nick Bärtsch che ha chiuso la giornata al teatro di Cormons, ma che diversamente da Helveticus ha lasciato piuttosto perplessi. Musica ispirata al minimalismo e alla spiritualità meditativa di cui Bärtsch è frequentatore, presentata in modo scenografico—colonne di fumo sul palco, giochi di luce per cambiarne la profondità e segnare i cambi di atmosfera sonora—ma anche assenza quasi completa dell'improvvisazione, ripetitività esasperante dei riff—con conseguente svalutazione di Sha alle ance—e uso didascalico dell'elettronica. Di arrosto, in cotanto fumo, rimaneva solo l'organizzazione dei tempi, certo curata e ben riuscita, ma che sarebbe stata sufficiente forse per un festival pop, non certo per ben figurare al cospetto delle altre proposte del festival.

L'ultima giornata, piuttosto ricca di pubblico a dispetto del suo essere lavorativa d'inizio settimana (ma in Austria, da dove provengono la maggioranza degli spettatori, era un lunedì di "ponte"), è iniziata con il concerto mattutino alla Tenuta Villanova di Farra d'Isonzo, di scena una formazione "locale," ma non per questo meno interessante: il Dalaitrioo, capitanato dal batterista Emanuel Donadelli e completato da Mirko Cisilino, in questo caso quasi esclusivamente al trombone, e Marzio Tomada al contrabbasso. Le composizioni, firmate da Donadelli, si ispiravano alle atmosfere della cinematografia noir (l'album che le raccoglie, da poco uscito, s'intitola infatti Threesome Noir) sfruttando pertanto le sonorità scure del trombone e del contrabbasso, scandite dal lavoro organizzativo della batteria. Interessante l'interpretazione del trombone da parte di Cisilino: quasi assenti i virtuosismi espressivi oggi così frequenti, linee melodiche limpide ma spezzate, grande uso delle sordine, gestione della dinamica, il tutto adattissimo al clima di mistero richiesto dalle composizioni e all'interazione con il contrabbasso.

Ancora Cisilino, ma stavolta alla tromba e, sorprendentemente, senza l'uso delle sordine, era tra i protagonisti di There Be Monsters, la formazione capitanata dal sassofonista sloveno Bostjan Simon esibitasi nel pomeriggio a Villa Codelli. Gruppo interessante sia per il singolare organico—con la tuba di Goran Krmac al posto del contrabbasso e il vibrafono di Luigi Vitale come strumento armonico, con Bojan Krhlanko alla batteria —, sia per le composizioni, complesse, articolate e con riferimenti alla musica classica, il quintetto italo-sloveno ha proposto un jazz moderno al tempo stesso colorato e geometrico, organizzato e ricco di spazi di libertà. Se il fulcro della formazione è parso Krmac, che oltre a sostenere la parte ritmica interveniva trasversalmente nelle linee melodiche, il vero mattatore è senz'altro stato proprio Cisilino, stupefacente per varietà di espressioni e di fraseggio, grazie alle quali si è prodotto in lunghi assoli stranianti e sorprendenti, mai eguali l'uno all'altro. A fronte del trombettista, il leader ha mostrato un suono eccellente e un approccio sicuro e rilassato, ma finiva inevitabilmente per apparire poco vivace e creativo. Ottimo invece l'apporto timbrico di Vitale.

La conclusione del festival, la sera al teatro di Cormons, è stata affidata al trio Rymden del norvegese Bugge Wesseltoft, con Dan Berglund al contrabbasso e Magnus Ostrom alla batteria—vale a dire la ritmica dello scomparso Esbjorn Svensson. La musica però era piuttosto lontana da quella del mitico E.S.T., vuoi per la presenza accanto al piano di Fender Rhodes e sintetizzatore, vuoi perché la poetica di Wesseltoft è ben diversa, svariando dall'elettronica a un jazz venato di rock—aiutato in questo caso dal suono decisamente massiccio della batteria di Öström, per lunghi tratti dominatore della scena—fino a momenti più sospesi e liricamente meditativi, tipici della musica scandinava. Complessivamente uno spettacolo godibile, pur con qualche caduta di stile —alcuni passaggi di Wesseltoft da una tastiera all'altra, pur segnati da una sua manifesta "ispirazione," sono apparsi più comici che guidati da senso musicale —, impreziosito dalla varietà di atmosfere susseguitesi nel corso del concerto e dal modo genuino e diretto di stare sul palco dei tre musicisti—cosa che invece la sera prima aveva fatto difetto a Ronin.

In conclusione, una rassegna che non ha tradito le attese, confermando quello di Cormons come uno dei festival più interessanti d'Italia per qualità, varietà e ricchezza delle proposte, oltre che per le splendide location e la professionalità organizzativa dell'Associazione Controtempo. Della quale, proprio pochi giorni dopo la conclusione del festival, è scomparso dopo lunga malattia uno dei membri storici e suo Presidente per anni: Claudio Corrà, del quale anche chi scrive aveva avuto mille occasioni di apprezzare, ancor prima della competenza, la gentilezza e l'eleganza, magari facendo colazione la mattina dopo i concerti, avendo più volte alloggiato nelle stesse strutture. Se questo festival esiste da tanto tempo e raggiungerà l'anno venturo il quarto di secolo, lo dobbiamo anche a Claudio, che salutiamo con commozione per l'ultima volta, ma che ricorderemo senz'altro l'anno prossimo assieme ai suoi compagni di strada e ai tanti appassionati che lo hanno conosciuto e apprezzato: ciao, Claudio.

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