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Jan Garbarek Group al Pavillon Kulturzentrum, Hannover

Mario Calvitti By

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Jan Garbarek Group
Pavillon Kulturzentrum
Hannover, Germania
20.11.2018

Nonostante un silenzio discografico che si prolunga ormai da parecchi anni (il suo ultimo disco in studio risale al 2004), il sassofonista norvegese Jan Garbarek mantiene sempre una intensa attività concertistica, svolta principalmente in Europa. L'essere stato per tanti anni forse il principale alfiere dell'affermazione internazionale del jazz nordico, e uno degli artisti di punta della label tedesca ECM, che ha accompagnato fin dagli inizi nel 1970, gli ha consentito di crearsi negli anni un folto pubblico di fedelissimi (anche chi scrive ammette di farne parte) che riempie le platee dei teatri dove tiene periodicamente i suoi concerti, senza la necessità di avere un nuovo disco da promuovere.

L'edizione 2018 del tour è andata in scena regolarmente, toccando diverse località europee, concentrandosi prevalentemente sulla Germania e trascurando purtroppo l'Italia. Il suo quartetto ha trovato già da qualche anno un assetto stabile con il tastierista Rainer Bruninghaus, al suo fianco per decenni, il bassista Yuri Daniel come sostituto di Eberhard Weber, che dopo essere stato colpito da un ictus nel 2007 non è più stato in grado di riprendere il suo strumento, e infine il percussionista indiano Trilok Gurtu, che ha preso il posto in precedenza occupato da Marilyn Mazur e Manu Katche.

I concerti del quartetto del sassofonista negli ultimi anni (alcuni visibili anche su Youtube) hanno uno svolgimento predefinito come un rituale, persentando piccole variazioni nella scaletta dei brani, ma lasciando sempre uno spazio solistico fisso per ciascuno dei musicisti. Il copione è ormai consolidato, dall'apertura affidata alla suite in più parti "A Molde Canticle" fino al bis con la sorprendente rilettura di un classico dei Blind Faith firmato da Steve Winwood "Had to Cry Today."

Il timbro dei sassofoni di Garbarek, che si alterna ai suoi consueti tenore e soprano ricurvo, ricrea ogni volta la magia del suono per cui l'artista norvegese è diventato famoso, identificando uno stile che si è evoluto mescolando Albert Ayler e Gato Barbieri col gelo dei paesaggi nordici. Gli spazi solistici cominciano presto con quello dedicato a Daniel, che mostra una buona tecnica sul basso fretless, ma non ha la grande personalità del suo predecessore; quando arriva il suo momento, Brüninghaus spazia dalla classica al ragtime. Ma è Gurtu che ruba la scena, con numerosi intermezzi solistici sparsi lungo tutto il concerto che ne mettono in evidenza l'estrema padronanza dei mezzi sia con le tabla (di cui è maestro) che con la batteria e le altre percussioni, incluso un secchio pieno di acqua utilizzato nel lungo assolo finale che lo vede assoluto protagonista sul palco.

La musica di Garbarek è sempre ricca di grande fascino, attingendo dal folklore nordico le melodie che innestate su un impianto più jazzistico creano quel particolare mix che ha sempre contraddistinto i suoi lavori. Passata da tempo la voglia di sperimentare che lo ha contraddistinto per tre decenni, il sassofonista si è adagiato in una comoda routine che sembra accontentare sia il musicista che la maggior parte del suo pubblico. Nulla di male in tutto ciò, ma tra i seguaci di lunga data del sassofonista sorge spontaneo il rammarico al pensiero di quello che un artista del suo spessore potrebbe ancora dare rischiando solo qualcosina in più.

Foto (di repertorio): Richard Wayne.
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