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Jaimie Branch Quartet a Jazz En Rose, Verona

Angelo Leonardi By

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Jaimie Branch Quartet
Jazz En Rose 2019/20
Teatro Ristori
Verona
19.11.2019

Dopo le ottime accoglienze ricevute nel tour autunnale dello scorso anno, Jaimie Branch è tornata col suo quartetto nel Vecchio Continente per presentare le composizioni del secondo album Fly or Die II: Bird Dogs of Paradise pubblicato l'11 di ottobre di quest'anno. Il nuovo tour ha toccato principalmente l'Europa centrale (Belgio, Germania, Polonia, Olanda, Francia) con una puntata al Total Refreshment Centre di Londra e un paio di date italiane, tra cui Verona.

La personalità della trentaseienne trombettista maturata a Chicago (da qualche anno vive a Brooklyn) s'è imposta nelle quasi due ore del concerto scaligero, coinvolgendo il pubblico con una musica di forte impatto. In generale, hanno prevalso le connessioni col jazz d'avanguardia degli anni sessanta/settanta, condite con radicali e beffardi contenuti socio-politici.

Accompagnata da Lester St Louis al violoncello, Jason Ajemian al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria, Jaimie Branch ha presentato alcune composizioni dall'album citato e altre dal precedente con cui ha debuttato.

Dopo una libera revisitazione di "Birds of Paradise" (sei minuti d'astratto lirismo, con lunghe note di tromba con sordina su una base iterativa di 'mbira), Jaimie ha proposto una lunga versione di "Prayer for Amerikkka," un lento blues dal forte pathos, in cui ha alternato testi cantati o declamati a lunghe improvvisazioni. Con un attacco bruciante e un timbro intenso, la trombettista ha evidenziato la sua impressionante forza espressiva, ricordando lo spirito di Don Cherry e di Lester Bowie.

Rispettando la sequenza dell'album, una libera improvvisazione in rubato del contrabbasso ("Lesterlude") ha introdotto il quarto brano, "Twenty-three N Me, Jupiter Redux" sviluppato in forma più lunga rispetto alla versione su disco: dopo la vibrante frase tema è seguita l'accesa improvvisazione free del collettivo, stemperata da un finale disteso.

La parte centrale del concerto ha presentato una dilatata sequenza in libera improvvisazione intrisa di momenti cameristici, dove spiccavano gli astratti interventi della leader (tra sperimentazioni timbriche e sonorità davisiane d'estrema bellezza), del contrabbasso e del violoncello. Una parentesi di trenta minuti che non ha smarrito la direzione ma poteva essere più concisa.

La serata s'è conclusa con un ritorno ai contenuti più leggibili del repertorio: l'esuberante calypso "Simple Silver Surfer" e la contagiosa "Love Song (for Assholes and Clowns)," la cui melodia base è stata cantata assieme al pubblico, prima timido poi galvanizzato. Dì lì in poi è stato un crescendo di consensi con molti applausi e richieste di bis. Abbiamo ascoltato il frenetico "Theme Nothing" dall'album d'esordio e la sorprendente esecuzione cantata di "Moon River," caratterizzata dal contrasto tra la dolce esposizione vocale e il rumoristico sottofondo di contrabbasso e violoncello.

Foto di repertorio.
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