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The Three Sounds: Groovin' Hard: Live At The Penthouse 1964-1968

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Nell'alveo turbolento della musica afroamericana, scorre sottotraccia da più di mezzo secolo la corrente rapida e ridente del soul-jazz—che chiamiamo così solo per comodità -, di cui The Three Sounds sono stati alfieri indefessi per almeno tre lustri, vantando successi popolari da far invidia a colleghi ben più dotati nella sostanza musicale.

Esce per i tipi della Resonance un'antologia di esibizioni dal vivo al Penthouse Jazz Club di Seattle, scelta tra apparizioni collocate tra il 1964 e il 1968, utile a fissare e a ricordare i tratti distintivi di una musica sorridente, accattivante, che blandisce gli umori più disponibili della platea tramite richiami sapidi alla tradizione del blues, traduzioni sottili di hit del momento e una buona dose di improvvisazione swingante ed elegante.

L'artefice dello stile del trio è il pianista Gene Harris, in grado di evocare sia le cavalcate boogie-woogie di un Albert Ammons che le pennellate stilistiche di un Ahmad Jamal, giostrando abilmente in bilico tra intrattenimento di superficie e mirabilie tecniche di prim'ordine. Lo assecondano alla perfezione il bassista Andy Simpkins e, a rotazione a seconda degli anni, i batteristi Bill Dowdy, Kalil Madi e Carl Burnett.

Ascoltando questa collana di esercizi di stile, si provano sensazioni contraddittorie: non si fa in tempo ad esultare per un passaggio particolarmente acuto o travolgente, che subito ci si irrita per un'autoindulgenza esibita, che trapela specie in alcuni brani tradotti secondo la moda del momento, come ad esempio nella stucchevole scansione bossanova di "The Night Has a Thousand Eyes" o nella soffice resa della melodia di Lehar, già a suo tempo rivangata da noi da Claudio Villa (!) come "Tu che m'hai preso il cuor" (qui "Yours Is My Heart Alone").

Altrove il passo del trio è più spedito ed incisivo: la "Girl Talk" di Neal Hefti è scandita da rapide sincopi e da ottave parallele del pianoforte, che Gene Harris sa far "parlare" con astuzia, tramite dinamiche di volume, trilli, blue notes, nel miglior vernacolo del soul-jazz nero. Oppure nello shuffle estroverso di "Blue Gene," che in pochi minuti tocca stazioni prevedibili eppure contagiose del percorso sia del blues che del boogie. Piace in particolare l'intesa tra Harris ed il lavoro di fino di Simpkins al contrabbasso, memore forse della lezione di un Ray Brown, maestro col quale in effetti Harris suonerà negli ultimi anni di carriera. C'è spazio anche per alcune esecuzioni in tempo dispari, come nella "A.M. Blues" proprio di Ray Brown, e in una incolore "Bluesette," cavallo di battaglia di Toots Thielemans. E per strizzate d'occhio ai soundtracks del tempo, come uno dei temi di "Cleopatra" di Mankiewicz, del '63.

Album disuguale nella sua composizione, Groovin' Hard contiene comunque alcune gemme che allieteranno i cultori di un jazz ottimista e solare, fondato su uno swing impeccabile e confezionato con cura. Il CD include un libretto di 20 pagine, con scritti di Zev Feldman, George Klabin, Jim Wilke e Ted Panken.

Track Listing

Girl Talk; The Night Has a Thousand Eyes; Blue Genes; The Shadow of Your Smile; Rat Down Front; Yours is My Heart Alone; A.M. Blues; Bluesette; Caesar and Cleopatra; The Boogaloo.

Personnel

Gene Harris: piano; Andy Simpkins: bass; Bill Dowdy: drums (3, 5, 8, 9); Kalil Madi: drums (2, 7, 10); Carl Burnett: drums (1, 4, 6)

Album information

Title: Groovin’ Hard - Live at the Penthouse 1964 - 1968 | Year Released: 2017 | Record Label: Resonance Records


About Gene Harris

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