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Festival Messiaen au Pays de la Meije
Per festeggiare il centesimo compleanno di Olivier Messiaen, degnamente celebrato dall'Eglise de la Sainte-Trinitéin cui fu organista titolare per circa sessant'anni - con moltissime iniziative, ha pensato in grande anche Gaëtan Puaud, infaticabile direttore artistico della rassegna che da undici anni si svolge sulle Alpi del Delfinato, non lontano da Grenoble (e dal nostro Paese, che non ha mai dedicato al compositore particolari attenzioni, fatta salva l'ammirazione di colleghi come Niccolò Castiglioni e pochi altri). "Un géant de la musique," questo il titolo pensato per l'undicesima edizione del festival, a sintetizzare la fondamentale importanza di questo autore per la musica del nostro tempo, che fu tra l'altro geniale didatta (fra gli allievi celebri non possiamo esimerci dal citare Stockhausen, Boulez, Xenakis, ma anche Grisey, Murail, Lévinas e Benjamin) alpinista, ornitologo. Gigante, Messiaen lo fu anche nella sua concezione musicale, ricca di colori e ritmi, di cui fa sfoggio non soltanto la scrittura per grande orchestra, ma anche numerose pagine per pianoforte e per organo. Non è casuale quindi che a Grenoble si svolga il concerto di apertura sia affidato a un musicista di chiara fama quale Olivier Latry, attuale organista titolare presso la cattedrale parigina di Notre Dame, la cui precisione esecutiva lascia risaltare la schiettezza multicolore della "Nativité du Seigneur," nove meditazioni scritte nell'estate del 1935 durante un soggiorno nella stessa Grenoble. Se la forza espressiva di questa composizione giovanile lascia intravedere l'ispirazione dettata dagli amati paesaggi alpini, ben altri sono le suggestioni alla base del notissimo "Quatuor pour la fin du Temps," concepito ed eseguito con altri compagni di prigionia per la prima volta il 15 gennaio 1941 nel campo di concentramento nazista Stalag VIII A di Görlitz, dove Messiaen fu internato per circa un anno.
Sono Paul Laul al piano, gli ottimi Marc Coppey al violoncello, Hae-Sun Kang al violino e Nicolas Baldeyrou al clarinetto gli interpreti di questo notissimo brano, abili nell'asciugarne l'intensità comunicativa, tanto struggente quanto aperta alla speranza, serrando i tempi e non eccedendo nell'uso del vibrato. Specialemente il quinto e l'ottavo movimento, celeberrime lodi all'eternità e all'immortalità del Cristo, trasmettono effettivamente la percezione di una stasi temporale apparente, contraddetta da un movimento ascendente di grande pregnanza simbolica. Preceduta dalla raffinata ricerca timbrica del trio in la minore di Ravel, risulta meno riuscita la prima esecuzione assoluta di "Schlamm," in cui Brice Pauset riprende lo stesso organico del "Quatuor" mettendo in risalto le sonorità più scabre e "spurie" degli strumenti: sebbene la "pasta" sonora sia debitrice della fangosa matericità delle trincee in cui perirono molti soldati della prima guerra mondiale, il brano risulta, all'ascolto, privo della direzionalità e di quella sintesi rinvenibili nella "musica concreta strumentale" di Helmut Lachenmann, al cui linguaggio il compositore francese si ispira.
La pioggia battente impedisce la realizzazione del momento culminante di questa edizione del festivalo forse di tutta la sua storia -, vale a dire l'esecuzione, sulla piazza del piccolo villaggio di Villar d'Arène, delle "Quatre petites liturgies de la présence divine," per la quale si prevedeva la partecipazione delle voci bianche della Maîtrise di Radio France, dell'Orchestra radiofonica francese diretta da un maestro del calibro di Myung-Whun Chun, e di solisti di alto profilo come Valerie Hartmann-Claverie e Roger Muraro.
A placare, almeno parzialmente, lo sconforto degli organizzatori e del numeroso pubblico accorso, provvede la generosità di Muraro, che propone, nella chiesa di La Grave, un'estemporanea interpretazione a memoria dei "Vingt regards sur l'Enfant Jésus".
Un'operazione di autentica magia trasforma la frustrazione in un vitale tour de force che rapisce gli ascoltatori lungo due ore di musica: del resto, l'occasione di ascoltare dal vivo il pianista vivente che più di tutti incarna i "Regards" (tanto da averne realizzato per Accord una splendida edizione in DVD, registrata proprio a La Grave) è una sorpresa graditissima dai melomani d'oltralpe.
Lo slancio irruento si unisce all'interiorizzazione profonda della partitura, mettendo in risalto la chiarezza dei piani sonori e la raffinatezza delle sfumature, culminanti nelle variazioni di densità e velocità nel sesto brano, per non dire delle risonanze esotiche del sedicesimo. Davvero una prova di grande maturità da parte del pianista, che saluta il pubblico in visibilio: un vero "miracolo," se si pensa alle catastrofiche premesse con cui la serata si era aperta.
Protagonista di un altro recital solistico piuttosto apprezzato è Juliette Hurel, che alterna alle fin troppo scolastiche "monodies" di Charles Koechlin brani ormai ampiamente acquisiti al repertorio flautistico, come "Syrinx" di Debussy, a pagine per nulla scontate, di Takemitsu ("Voice") e Jolivet ("Cinq incantations"): accomunate da una sensualità inquietante e misteriosa, queste composizioni permettono alla solista di misurarsi con il virtuosismo più sfrenato e sonorità non convenzionali, dal flatterzunge alle doppie e triple note, al rumore di chiavi.
Il concerto del prestigioso Quatuor Parisii (di cui ricordiamo una preziosa integrale dei quartetti di Milhaud) offre all'ascolto due capolavori indiscussi della musica cameristica con pagine di Debussy e Berg (non a caso due "maestri" riconosciuti dallo stesso Messiaen e un brano di Gérard Pesson.
L'erranza del quartetto in sol minore si risolve in un gioco di chiaroscuri e di colori, la cui ricchezza emerge soprattutto nel secondo movimento, mentre l'interpretazione della "Suite Lirica" evidenzia il lirismo esacerbato in senso espressionista, specie nell'incandescenza allucinata dell'ultimo movimento. "Respirez, ne respirez plus », prima prova quartettistica di Pesson, risalta nella sua scrittura raffinata, ricca di sospensioni e di passaggi quasi impercettibili ("Peu-de-son," così viene scherzosamente ribattezzato l'autore dagli interpreti nella breve introduzione) , che i musicisti del Parisii rendono con una maestria frutto di una lunga consuetudine con questo compositore, meritevole di maggiore attenzione anche nelle scelte programmatorie delle nostre istituzioni musicali. Davvero un concerto eccellente.
La stessa valutazione non può essere applicata al concerto della ventunenne pianista cinese Le Liu, vincitrice nel 2007 del concorso Messiaen 2007 della città di Parigi, la cui prestazione, a parte la buona resa di brani estratti dal "Catalogue d'oiseaux" e dai "Vingt Regards" e dai "Miroirs" di Ravel, riesce piuttosto incolore e uniforme nell'Isle joyeuse di Debussy.
Il tempo non si guasta per il concerto serale sulla piazza di Villar d'Arène, in cui è protagonista l'Orchestre des jeunes de la Méditerranée Provence-Alpes-Côte d'Azur, sotto la direzione di Philippe Bender.
L'impegno degli organizzatori trova finalmente il proprio coronamento nella monumentalità solenne di "Et expecto resurrectionem mortuorum," che, preceduto dalla rutilante "Fanfare de la Péri" di Paul Dukas, diffonde le sue avvolgenti risonanze nell'area antistante la chiesa locale, in piena sintonia con l'aspra grandiosità dei ghiacciai circostanti.
In quest'opera, commissionata nel 1964 da Andrè Malraux quale omaggio omaggio alle vittime delle due guerre mondiali, assistiamo al dispiegarsi di una massa sonora imponente, con gran profluvio di percussioni metalliche e ottoni.
Qui la sapienza del Messiaen organista, attento alle caratteristiche acustiche del luogo della rappresentazionenon a caso il brano avrebbe dovuto essere destinato "agli spazi aperti e all'alta montagna - si fonde all'amore per il gregoriano (citato in due riprese, come illustrava, nel corso di un affollato incontro introduttivo, un conferenziere d'eccezione, quale Jean-Rodolphe Kars, sacerdote, ex pianista avviato a una carriera internazionale dopo la vittoria al Concorso Messiaen del 1968) e al canto degli uccelli (in particolare il richiamo dell'uirapuru amazzonico, simbolo della risurrezione).
Il medesimo organico di "Et expecto," composto da giovani orchestrali, provenienti da otto nazionalità differenti, affronta la prima esecuzione di "Via crucis," esplicito omaggio di Nicolas Bacri all'arte di Messiaen, ispirato alle quattordici stazioni del cammino della Croce, dallo spiccato carattere modale, privo però di sufficiente dinamismo, così da risultare un'opera piuttosto piatta e monocorde.
Dopo le panoramiche sull'arte pianistica di Messiaen offerte di uno dei massimi studiosi della sua musica, l'inglese Peter Hill (con estratti dai Preludi, dal "Catalogue d'oiseaux" e i tardi "Petites esquisses d'oiseaux") e dal duo formato da Markus Bellheim e Armin Fuchs ("Visions de l'Amen"), gli omaggi resi dall'Ensemble "Les Temps Modernes" a due musicisti assai legati al compositore, quali Daniel-Lesur (suo compagno di studi e cofondatore del gruppo "La Jeune France" nel 1936) e Gérard Grisey (allievo al Conservatorio di Parigi, tra i propulsori del cosiddetto movimento spettralista), tocca a Mireille Delunsch e a Michel Béroff affrontare le ardue melodie di Harawi, con un'interpretazione che, a dispetto di qualche problema nel bilanciamento nei volumi sonori, riesce a comunicare la sensualità e la ricchezza ritmica di questi meravigliosi "canti di amore e di morte," in cui il mito di Tristano e Isotta diventa archetipo universale, rintracciato nell'antica tradizione andina.
Uno dei momenti di maggiore emozione è rappresentato dall'esecuzione del "Quatuor pour la fin du temps" ad opera di un ensemble d'eccezione,in cui il clarinettista Romain Guyot, formidabile nel rendere le più tenui sfumature dinamiche nell' "Abime," è affiancato dal piano di Emmanuel Strosser e dagli archi di Régis Pasquier (nipote di quell'Etienne Pasquiet che a Gorlitz fu protagonista della prima assoluta davanti a cinquemila detenuti) e Roland Pidoux. Il trasporto mistico del brano viene proposto con sonorità calde e avvolgenti, che, pur rendendo con minore evidenza la complessità ritmica, sottolineano la forza esprressiva della composizione. Alla tradizione barocca (e precisamente a Marin Marais) si rifà Philippe Hersant, per il cui trio si aggrega la viola di Bruno Pasquier, mentre le suggestioni modali della suite per archi e pianoforte rendono omaggio alla fervida immaginazione compositiva di Jean-Yves Daniel-Lesur, di cui nel 2008 ricorre il centesimo anniversario dalla nascita, proprio come Messiaen, ma troppo trascurato in ambito concertistico.
La molteplicità delle prospettive musicali offerte al numeroso (e competente) pubblico è un tratto distintivo di tutta la rassegna, e in particolare degli ultimi due concerti.
Il violoncellista Eric Picard attraversa disinvoltamente la storia e la geografia, passando dalle suites bachiane all'estetizzante "Bunkaru" di Toshiro Maysumi (con il pizzicato a evocare le sonorità dello shamisen), per approdare a pagine di affermati compositori francesi, quali Marc-André Dalbavie (con un "interludio," che sa piuttosto di esercizio di stile poco incisivo, presentato in prima assoluta), Philippe Hersant (la cui sonata si caratterizza per un pudore espressivo ben più efficace) e Pascal Dusapin, che in "Invece" propone una visione aspra e materica dello strumento ad arco.
Una versatilità analoga caratterizza l'ensemble vocale Sequenza 9.3, guidato dall'eccellente Catherine Simonpietri prima attraverso pagine corarli di Messiaen (con i magnifici giochi timbrici, che non di rado varcano la soglia dell'onomatopea, dei "Cinq rechants, del 1952) e dell'amico Daniel-Lesur, del quale viene proposto il "Cantico dei Cantici," ricco di suggestioni mistiche in cui francese e latino si alternano, moltiplicandosi in una ricchezza polifonica di altissimo livello.
Ci conducono alla conclusione del concerto (e della rassegna) due partiture assai diverse di altrettanti allievi di Messiaen, ma entrambe pervase da un fascino cupo e minaccioso.
L'impatto fonico che Philippe Fénelon Philippe Fénelon affida, in "Winter Nights," ai testi di Joseph Guglielmi, Goethe e Thomas Campion, raggiunge il parossismo in uno dei vertici della produzione di Iannis Xenkis: "Nuits," dedicata agli "oscuri detenuti politici," è pura energia sonora liberata da suoni consonanti e vocali di grande pregnanza icastica. Non c'è che da rinnovare l'apprezzamento per l'impegno profuso da Gaetan Puaud e dai suoi volontari - culminato in un convegno di studi sulla musica di Messiaen al quale hanno preso parte studiosi di prestigio quali Roger Nichols, Nigel Simeon e Alain Louvier - nella speranza che questa rassegna possa crescere nel tempo.
L'edizione 2009, che inizierà a breve, promette bene con nomi di compositori giovani, ma ampiamente affermati, come Bruno Mantovani e Mauro Lanza, e un concerto di musica indiana, i cui ritmi, com'è noto, furono per Messiaen una fertilissma fonte d'ispirazione.
Visita il sito del Festival Messiaen
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